Resto nudo o manifesto

[Cit., o quasi]

Io trovo ammirevole che Emma Bonino stia provando a fare una campagna elettorale diversa, annunciando lo stop al manifesto selvaggio e invitando invece le persone a mettere manifesti e volantini alle finestre, attaccandoli alle macchine, insomma qualcosa di nuovo, virale e diffuso, che eviti lo spreco di alberi e soldi necessario a tappezzare Roma e il Lazio di manifesti seipertré.

Ma così perdiamo le elezioni.

Roma è coperta da mesi di manifesti di Renata Polverini, in tutte le salse. Sono già alla seconda generazione, quelli con gli slogan tematici. Io vado abbastanza in giro, magari non in zone centralissime, ma davvero non ho mai visto un manifesto di Emma Bonino.

Ora, intendiamoci, una campagna elettorale ambientalista è un intento serio: ma c’è modo e modo. Per esempio, si poteva decidere che si sarebbero stampati meno manifesti pur di farli su carta riciclata; oppure far passare il messaggio “meglio perdere le elezioni che violare la legge attaccando manifesti abusivi”: è una posizione sostenibile, se ci credi davvero, la giustifichi politicamente, e sei davvero pronto a perdere per questo, bene, se ne faccia un punto di forza.

In ogni caso fateceli avere, questi manifesti da stampare e attaccare in giro. Sul sito di Emma, sul sito dei Radicali, su quello della lista non c’è niente, ne alla voce “Emma Governatrice” ne fra i Materiali: c’è solo il form da compilare per aiutare la Lista Bonino-Pannella a presentarsi in tutta Italia, oppure i simboli di lista. Sono reperibili altrove? Io non riesco a trovarli.

Stessa cosa per i manifesti della coalizione e dei candidati, di tutti i partiti: se ne vedono pochi, molti di meno dello schieramento Polverini. Se uno non seguisse, leggendo giornali e simili, potrebbe anche pensare che di candidato presidente per il Lazio, ad oggi, ce n’è uno solo: Renata Polverini.

Insomma, qui c’è un ritardo. Li state facendo? Avete intenzione di farli, questi manifesti? No, perchè iniziamo a non avere più scuse: fra poco il ritardo diventerà da “fisiologico” a “consapevole, voluto”. E qualcuno potrebbe anche pensar male.

E’ solo pizzo

Più ascolto le deposizioni di Massimo Ciancimino, più mi vengono domande. Probabilmente perchè non sono molto informato sulla situazione, ma ciò servirebbe solo a fare di me “l’utente medio”, e quindi le mie domande varrebbero doppio. Chi è questo? Da dove salta fuori? Perchè parla solo adesso? E’ pilotato? E se si, da chi?

Ma a parte ciò, sentendo quel che ha da dire, mi viene sempre più da pensare che Berlusconi, se Ciancimino ha ragione, fa la figura del povero cretino, e provoca una certa compassione. Perchè il racconto ci mostra come il mitico Presidente del Consiglio, rinnovatore dell’Italia e monopolista del dibattito pubblico degli ultimi vent’anni, sia stato un piccolo uomo totalmente alla mercè e sotto il ricatto della mafia, fin dagli inizi. Uno strumento inventato da altrui fini.

Questo il teorema che emerge dalle deposizioni: mentre crollano ovunque intorno a lui i suoi referenti politici, che lo hanno protetto fino a quel momento (la DC di Piccoli, il PSI di Craxi), Berlusconi ha bisogno di scappare dovunque possa per proteggersi, affinchè non venga messa sul tavolo della discussione l’origine, mai spiegata, dei capitali con cui ha iniziato il suo impero. E per fare questo, temendo il padrone oscuro di quei soldi, raffazzonati, che aveva accettato senza badare troppo alla provenienza, si rende disponibile per una operazione politico-elettorale sulla sua persona, praticamente su mandato dei suoi creditori che gli concedono la libertà – vigilata – in cambio dell’aiuto governativo che lui gli potrà garantire. Una sorta di pagamento del pizzo, certo, su più larga scala.

E poi qualcuno si stupisce che questo sia un governo che mostra “i denti” alla mafia. Ma ciò sarebbe perfettamente coerente con questo tipo di scenario: tralasciando il ruolo della Lega, che a Cosa Nostra non deve niente e che quindi può combatterla – d’altronde son pure terroni – si tratta semplicemente del fatto che Berlusconi, ancora una volta, non ha intenzione di pagare i suoi debiti, e che ora cerca di usare quelle armi, che la stessa mafia gli avrebbe messo a disposizione, contro di essa.

Ma se questa realtà, ricostruzione e conseguenze, fosse vera, occhio, staremmo entrando in un campo minato, politicamente parlando. Infatti, chi se la sentirebbe di criticare una persona che non rispetta un patto con la mafia?
A meno che l’antiberlusconismo si tramuti in follia, arrivando a dire anche cose del tipo “Che pretendi da Berlusconi, che lui rispetti i patti?”, passare da Berlusconi-complice della mafia a Berlusconi-vittima in fuga ha delle implicazioni non evitabili. Sebbene ci sia una certa differenza fra un commerciante di Palermo che si rifiuta di pagare il pizzo e uno speculatore immobiliare che accetta capitali di dubbia provenienza, io sono contento che un uomo -per di più se è una carica istituzionale – non rispetti i patti con i criminali organizzati. O no?

Se lo scenario è vero, e vi rimando alle domande di apertura, ci resta l’immagine di un uomo ossessionato dal successo e dal potere fin da ragazzo, disposto a stringere patti anche col diavolo per raggiungerli, salvo poi scappare per tutta la vita inseguito da creditori pericolosi, e che per evitare l’inevitabile punizione è disposto anche a mettersi in gioco in prima persona per fare gli interessi di chi lo tiene per il collo. Una grande storia, da tragedia decadente.

Jack Sparrow ha un legittimo impedimento

[per Giornalettismo]

A leggerne il testo, questo legittimo impedimento, di per sé, non è un provvedimento demoniaco. Certamente la norma reca alcune importanti criticità, prima fra tutte il fatto che il ministro possa autocertificarsi l’improrogabile impegno per cui non riesce ad essere in aula quel giorno; e anche il fatto che il ministro possa bellamente dire “mi spiace, sono impegnato per i prossimi sei mesi”, non ha granché senso. Ma per il resto, quel che ci doveva essere necessariamente per situazioni di questo genere, ovvero la sospensione della prescrizione, c’è: e il processo è solo rimandato, senza danni.

Si può giustamente sostenere che il rimandare un processo sia già di per se un danno: ma questo aspetto si potrebbe risolvere facilmente includendo nella norma maggiori tutele per la parte lesa, che sta lì seduta ad aspettare i comodi del ministro. Che so, la possibilità di chiedere un risarcimento per l’eccessiva “melina”, l’indicazione di un termine massimo che permetta a questa norma di non trovarsi in contrasto col principio della ragionevole durata del processo, che è di derivazione comunitaria, e sarebbe dunque agevole e possibile il ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per sottoporle il caso di una parte in giudizio che aspetta speranzosa un buco nell’agenda del ministro.

Sono idee: ma non saranno accolte. Il perché è la malafede con cui questo provvedimento nasce, che è in parte implicita, in parte esplicita. Implicita perché mancando un termine massimo per l’utilizzo di questa garanzia, o, ancora più importante, una parola chiara in merito alla reiterabilità della situazione, supponendo che uno si trovi ad essere presidente del consiglio per 15 anni, è in grado di rimandare il processo per 15 anni. Esplicita perché l’articolo 2 chiaramente identifica il legittimo impedimento come legge ad-personas, stabilendo che questa norma decadrà appena sarà approvato il nuovo sistema di garanzie per la presidenza del Consiglio; e che nel frattempo essa serve a garantire l’ordinata azione di governo contro questi magistrati brutti, cattivi e rompiscatole. Come se Palazzo Chigi fosse sotto assedio e fosse quindi necessario fermare questi Unni in toga che impediscono le riunioni del Consiglio dei Ministri: così non è, e lo sappiamo tutti. Dunque, ad-personas.

Potremmo fermarci a riflettere sullo stato di assuefazione profonda di questo paese, che senza proteste ammette che si scriva su un atto normativo, nero su bianco, una norma esplicitamente mirata a creare una disuguaglianza ingiustificata fra cittadini e potenti: una volta si arrabbiavano tutti, ora pare che una legge ad-personam non crei più l’audience di un tempo. Potremmo, ma preferisco sottolineare come il Parlamento si sia formalmente impegnato a ridiscutere con una legge costituzionale (!) il sistema delle immunità al governo, tassativamente entro 18 mesi (termine ultimo di efficacia di questa legge). Cosa ci sarà scritto su quel testo? Mistero.

E’ come se ci fossimo messi in viaggio verso la baia dei pirati cattivi: “Capitano, entro due anni le riporteremo il bottino!”. Solo che dovrebbe essere il Parlamento della Repubblica, non i Pirati dei Caraibi.

Riecco Gelmini

I regolamenti ministeriali sul riassetto dei licei potrebbero essere definiti “la parte buona” della legge 133: e comunque, non del tutto.

La sostanza del provvedimento è la razionalizzazione delle sperimentazioni scolastiche, che erano diventate, da sperimentali, molto spesso permanenti, in vari casi giustamente (inglese sui 5 anni del liceo, indirizzo linguistico). La riforma procede a un riassetto di esse, individuando sei filoni di studi superiori, e garantendo una quota rilevante di autonomia ad ogni istituto, per attivare quei corsi particolari che essi ritengono opportuni.

Il che, va notato, porterà, se possibile, a una maggiore complicazione del quadro, visto che si conferma il metodo per cui ogni singola scuola potenzia il proprio piano dell’offerta formativa e quindi, in definitiva, ogni istituto sarà diverso e non ce ne saranno due uguali sull’intero territorio nazionale. Si badi bene, ciò non è per forza sbagliato: sarà solo molto confusionario e complicato per le famiglie. L’autonomia scolastica, se ben regolamentata, può funzionare, anche perchè l’alternativa sono le scuole fatte con lo stampino. E io, fossi preside di un liceo classico, userei le ore a disposizione per inserire l’insegnamento del Diritto come curricolare per tutti i corsi: perchè è folle che uno studente umanistico non sappia niente di diritto, e perchè i tre quarti degli iscritti a Giurisprudenza vengono dal classico, e un motivo ci sarà.
Immagino che di idee particolari come la mia ce ne siano in giro per l’Italia, e non vedo perchè non valorizzarle, se ciò è possibile non a discapito delle altre materie e della didattica.

Ciò che è inaccettabile, invece, è che con la razionalizzazione del quadro orario si vadano a perdere ore e cattedre, facendo rientrare i tagli dalla finestra: e che si finisca a tagliare proprio dove ce n’è meno bisogno, ai tecnici e ai professionali.
Questa tendenza è pericolosa, e lo dico da studente di liceo, perchè il disincentivo all’istruzione tecnica e professionale è, semplicemente, una cosa sbagliata: e deriva da una falsa impostazione che è metà Gentiliana e metà falso-sinistroide, ovvero il ritenere che al tecnico ci vanno i poveri e che quindi sia necessario offrire a tutti il liceo.

Non è vero, ed è poco lungimirante un impostazione del genere. Bisogna creare nel nostro paese un sistema di istruzione tecnica e professionale che sia veramente di altissimo livello, e che, fatta salva per tutti la possibilità di accedere all’università (capitolo a parte quello sull’effettiva realizzazione del diritto allo studio), garantisca a chi la sceglie uno sbocco professionale immediato e qualificante. E’ un impostazione pecionamente e falsamente egualitaria, e dunque molto poco di sinistra secondo me, il credere che chi va al tecnico e al professionale sia o un poveraccio o un minus habens. Io ho grande rispetto di chi sceglie un percorso di studi di questo tipo, perchè impara a fare cose che io non sarei mai in grado di fare.

Per questo i tagli del monte ore degli organici al tecnico e al professionale sono l’ennesima iattura di un disegno di riforma della scuola che finirà per livellare i nostri studenti verso il basso, e non verso l’alto.

Dio ti vede

Interessante stamattina la lettura della prima pagina de Il Giornale – eh, lo so, peccato – che pubblica un articolo sul voto cattolico.

Interessante perchè ogni volta che sento qualcuno parlare di voto cattolico, vorrei fermarmi per spiegargli che il “voto cattolico”, semplicemente, non esiste.

Mi piacerebbe innanzitutto capire cosa intendiamo, quando ne parliamo. Chi è il votante cattolico? E’ uno che vota come gli dice il prete? O è uno che vota chi porta avanti i valori in cui lui crede?

Chi è d’accordo con la prima ipotesi evidentemente non conosce i preti: perchè nessuno di loro ti dirà chi votare. Sarebbe una posizione attaccabile. I preti che conosco ti diranno come votano loro (ma raramente), e principalmente, una frase qui, una parola la, ti diranno per chi non devi votare; per chi sarebbe meglio non votare, in generale. Certamente il risultato è lo stesso, perchè l’indicazione di voto “sacerdotale” si deduce dal complesso di questi comportamenti, di frasi mezze dette, dell’atteggiamento generale: ma i sacerdoti raramente si prenderanno la responsabilità di indicare chiaramente una preferenza. Suonerebbe strano, irrituale, sarebbe controproducente.

Si tratta, del resto, di quello che la Chiesa italiana ha fatto fin dal 1948: si spingeva, si invitava – implicitamente – a votare DC, non perchè essa fosse “affidabile” (la Chiesa, della DC, non si è mai fidata), ma perchè di la c’erano i comunisti brutti, cattivi, mangiapreti e senza Dio.

Chi è d’accordo invece con la seconda ipotesi potrebbe fare il favore di dirmi quali sono, questi convincimenti che inducono il cattolico a scegliere un partito piuttosto che un altro. Penso, ripenso, e non trovo nulla nei Vangeli che possa suonare come un “indicazione di voto”.
La realtà, con buona pace di quelli che attaccano il Concilio, è che il Vaticano II ha semplicemente ribadito ciò che a parer mio è innegabile: e cioè che il Cristianesimo con la politica non c’entra niente, e che il Cristiano è chiamato a rimboccarsi le maniche insieme agli uomini di buona volontà per far migliore il mondo. E chi siano gli uomini di buona volontà, beh, non si sa mai a priori.

Quindi smettiamola di parlare di “voto cattolico”; diciamo invece la verità. Diciamo che, con questa espressione, intendiamo “i pacchetti di voti gestiti dai preti”, ipotesi di gran lunga più aderente alla realtà. Certo che esisterà ancora gente che vota come dice il prete, o che ascolterà indicazioni di voto che vengono dall’alto. Succederà sempre, succede con la mafia, succede quindi con chiunque abbia l’ascolto dalle persone, la loro fiducia e perciò una qualche presa su di esse.

Ma ragionare su come votino i cattolici è un discorso tipico di chi in parrocchia non c’è mai entrato, e che ragionando in questo modo rinuncia a capire la questione: e che quindi, rinuncia anche a conquistare il voto dei cattolici.

Previsioni del tempo

Dunque.

Sto finendo di preparare un esame per fine febbraio; in contemporanea dovrei iniziare a studiare per un esonero a marzo. Inoltre, le magnifiche e progressive forze della lotta democratica e studentesca in facoltà mi hanno regalato un appello straordinario sempre a marzo che, per forza di cose, andrà sprecato, non essendo io – ci credereste? – Mandrake. Ho comunque in mente di andarmi a far bocciare da qualche parte, giusto per dire: io c’ero. Di sicuro andrò a vedere qualche esame.

Il tutto per dirvi che Febbraio sarà un mese molto affollato. Farò del mio meglio per seguire il possibile, anche perchè, fra regionali e quotidiana cronaca, gli argomenti saranno sicuramente tanti. Ma spero mi perdonerete se vi rifilerò, nei prossimi giorni, qualche buca.

Improvvisarsi critici cinematografici con gli occhiali 3D

In Avatar, il superpolpettone 3D di Cameron, la storia semplicemente non c’è. Nel senso che non c’è nulla di originale, è un intreccio già visto, proprio il solito, insomma. E in più è un calderone infinito di citazioni. C’è un po’ di tutto: Pocahontas (compresa Nonna Salice), Tarzan, Atlantis – L’impero Perduto, Matrix, Il Signore degli Anelli, Guerre Stellari, Balla coi Lupi e simili sugli Indiani d’America, Braveheart, moltissima roba dai videogiochi, e intendo Halo, Prince of Persia, Max Payne, ma soprattutto World of Warcraft – e per chi, come il sottoscritto, ha passato parte della sua adolescenza a spappolarsi il cervello tra Elfi della Notte che diventano animali e vivono a Darnassus in alberi pulsanti e vivi, certe ambientazioni “esotiche” non hanno più l’arma dell’originalità a loro disposizione. Già visto.

Anche i dialoghi non sono esattamente un testo letterario. Machismo soldatesco prevedibile – “trattiamoli male!!”; “voglio un lavoro da marine!”; “hey ragazzi qui è papa al comando!”- lessico tipico da americanata Uzi, che è sempre un evergreen. Certo, ti devi ricordare che quelli in divisa sono “i cattivi” e che i mostri blu con gli uccellacci rapaci sono “i buoni”, ma per il resto si sparano come al solito. A questo proposito anche il messaggio ambientalista che Cameron stesso dice di proporre fa acqua ovunque: e mi spiego.

E’ che manca la catarsi. Ovvero, lo schema è: popolo felice vive in simbiosi con natura-brutto uomo bianco vuole asfaltare tutta natura bella per costruire McDonald’s puzzolenti-popolo felice si incazza e alla fine gli spacca le chiappe-e vincono i buoni. Eh, ma se l’intento era far passare un messaggio un po’ più penetrante di quello che i film Disney riescono benissimo a trasmettere ai bambini (“natura bella; bruciare alberi, brutto”: Bambi, 1942), penso che sarebbe stato necessario far finire male il film. D’altronde è Aristotele a insegnarci che è ciò che finisce male a restarci dentro come esempio; Edipo è nell’errore, dunque muore orribilmente e inevitabilmente: lo spettatore partecipa al suo dolore, esce e si comporta bene. Impara. Qui invece il Popolo (blu) vince, e quindi allo spettatore medio, la quale capacità di elaborazione mentale arriva alle vette di “è tutta naa metafora, perchè l’omo a’a fine sta distruggendo il suo pianeta, così popo nun se po’” – frase autenticamente sentita all’uscita del cinema - è consentito tornarsene a casa con la coscienza pulita: il cattivo americano ha perso ancora, yeah.  Possibilità che abbia capito l’importanza per la sua vita, per il suo pianeta, per il suo futuro anche solo della raccolta differenziata? Secondo me, zero.

Tutti questi aspetti forse negativi cadono però come birilli davanti alla maestosità grafica del film, che è magnifico, roboante, eccessivo, bellissimo, luminoso, totale, superbo. E’ proprio un peccato che lo schermo sia così piccolo.
Questa storia del 3D poi massimizza l’esperienza d’intrattenimento, muovendo un passo in più verso il cinema “totale”, che trasporta fisicamente lo spettatore in un universo nuovo per due-tre ore di zanzare inesistenti che tu provi a scacciare credendole vere. Un abbraccio virtuale che stordisce i sensi e ti da l’illusione di poter toccare, partecipare, esserci. Davvero non un evoluzione di poco conto.

In sintesi, grafica 10, 10 e mezzo, anche 11. Tutto il resto 6: ma la forza del film è che il voto finale è comunque 8, persino 9.

Il burqa fra libertà, sicurezza e valori nazionali

[per Giornalettismo]

Il diritto è come la cassetta degli attrezzi: in qualche modo serve sempre. E questo perchè, in ogni caso, finiamo sempre per parlare delle persone, e dunque dei loro diritti. E’ di oggi la notizia che l’Assemblée Nationale, il parlamento francese, si appresta a varare una norma anti-burqa. Per la verità si tratta di alcune indiscrezioni che trapelano dalla commissione parlamentare appositamente insediata per studiare il caso, che sembra aver elaborato un gran numero di risoluzioni e raccomandazioni per il legislatore francese. Una di queste, la prima e più importante, chiederebbe di bandire il “velo integrale” perchè “contrario ai valori della Repubblica”, in quanto discriminatorio nei confronti delle donne.

La questione – che, come immaginiamo, non coinvolge solo i nostri cugini d’oltralpe, anzi – nel complesso, appare molto semplice e molto complicata allo stesso tempo: semplice nei termini, complicata nella realtà. Certamente una donna tenuta in stato di semi-schiavitù da una cultura che non condivide, e che la costringe a coprirsi anche contro la sua volontà non sarebbe accettabile: non secondo “la nostra civiltà”, ma secondo il nostro diritto (e c’è uno scarto logico e storico fra i due termini che va tenuto nella giusta considerazione). Tuttavia, sono molte le donne mussulmane che aderiscono liberamente, o che così dicono, alla pratica del velo integrale: e in linea di massima si può sostenere che è loro diritto farlo, non recando questo comportamento danno a nessun terzo.

Già. Ma è ugualmente rilevante la pretesa dello Stato, che ha tutto l’interesse, per evidenti motivi di difesa e di sicurezza, che tutti i cittadini girino a volto scoperto. Altrimenti potremmo tutti andare in giro col casco oscurato: oltre ad essere ridicolo, non sarebbe neanche giusto. Il cittadino deve essere in ogni momento identificabile dalle forze dell’ordine: e non si può opporre la propria libertà di manifestare il pensiero, anche attraverso il vestiario, alle esigenze di pubblica sicurezza.

Tuttavia, non è in questo senso che sembra muoversi il parlamento francese, che vuole vietare il velo integrale perchè “contrario ai valori nazionali”. Argomento scivoloso questo, e poco giuridico: sarebbe da capire chi li decide, chi li mette per iscritto, questi valori nazionali a cui il burqa sarebbe contrario. Sulla violazione dei diritti delle donne abbiamo già detto: se la donna è costretta va protetta (ma gli strumenti per far valere questo suo sacrosanto diritto ci sono già), se invece in coscienza vuole portare il burqa, può essere un problema culturale – forse – ma certo non giuridico, di per se. E allora a quali valori ci stiamo riferendo? Forse a quelli di una Francia cattolica e anti-islamica? E, però, che fine hanno fatto i giacobini mangiapreti che tagliarono la testa al Re? E poi, i valori di un paese hanno una casa ben precisa: cioè la sua Costituzione. Quella Francese si apre proclamando la solenne fedeltà alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che all’articolo 10 è cristallina: “Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico”.

Vendola: ultima chiamata.

Mentre scrivo si prefigura, aspettata, la netta affermazione di Nichi Vendola alle Primarie pugliesi.

E’ un risultato di cui sono soddisfatto. Non perchè sia contrario a Boccia, di cui non conosco quasi nulla: ma perchè sono a favore di Vendola, della sua azione politica, dei prestiti d’onore ai giovani laureati , delle porte chiuse a qualsiasi privatizzazione dell’acquedotto pugliese.  Perchè ammiro il suo coraggio e la sua onestà, e la sua intelligenza.

Vendola si goda la sua meritata vittoria. Ma ora inizia il tempo delle scelte importanti, delle responsabilità gravose, e delle visioni lungimiranti. Nichi Vendola ha ora l’ultima occasione per fare ciò che già da tempo avrebbe dovuto osare: entrare nel Partito Democratico.

E, visto il momento, entrarci non a spada tratta, entrandoci mettendo in chiaro di non volere altro rispetto a ciò che si è conquistato davanti agli occhi dei pugliesi. E con Vendola, entri tutta SEL, che non ha ragion d’essere se non come parte attiva del dibattito interno al Partito Democratico. Sinistra, Ecologia e Libertà sono per forza di cosa parole d’ordine di un Partito che si definisce Democratico: se non lo sono, devono diventarlo, e qualcuno dovrà dare una mano in proposito.

Nichi Vendola deve avere il coraggio (ma ora!) di trovarsi il suo spazio all’interno del Partito Democratico. E deve averlo per i pugliesi, ma anche e soprattutto per i tanti, tantissimi non pugliesi che lo avrebbero votato a spada tratta in qualunque regione si fosse candidato, se non avessero avuto da votare, per amore o per forza, ’sto benedetto PD.

Io sogno che questa inutile contraddizione venga risolta. Vorrei avere l’occasione di votare un Democratico come Nichi Vendola, un giorno.

Con tutte le forze

Mi associo al coro: se continuiamo ad impegnarci così bene, davvero riusciremo a perderlo, questo benedetto Lazio.

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