La fine di un’era

Mentre scrivo il governo di Mario Monti prende possesso di palazzo Chigi. Ad attenderlo, come da rito, il presidente del consiglio uscente, Silvio Berlusconi. Ed è sempre difficile trovarsi davanti ad un momento di importanza storica, come in questo caso; la mia vita, in fondo, non è diversa da quella di ieri, e le cose non sono, di per sé, cambiate. Ma che qualcosa sia finito, è evidente a tutti.

Ricordo di aver dovuto combattere con Berlusconi, con la sua presenza e con la sua figura, praticamente da sempre. Sono figlio, come tanti, delle sue televisioni, e più tardi delle sue leggi e delle sue riforme, scagliate sulla mia testa ben prima che io potessi oppormi. Sono stato spettatore più o meno attonito delle sue barzellette, delle sue gaffes e dei suoi deliri; a mio modo l’ho sempre contrastato. Se è vero che la politica è la vita, esco oggi da 15 anni di opposizione. A volte di piazza, prima nelle scuole e fra gli studenti, sui monti e fra i boschi a costruire con legno e corda; sempre, più o meno, con un giornale in mano. A scrivere cose da qualche parte.

Non sarò il più attento e il migliore di tutti, ma qualcosa l’ho fatto, e comunque ho molto osservato, cercato di capire. E ora che dovremmo stare per uscirne; ora che il toro infuriato, l’onda anomala durata 20 anni sì è infranta contro l’ostacolo che per ora l’ha fermata, penso a che cosa ci ha fatto diventare tutto questo.

Non ero a Roma mentre, sabato scorso, l’auto blu lo portava al Quirinale per le dimissioni. Come altre volte nei momenti topici di questo paese ero vicino ad un fuoco, acceso da ragazzi – undici, dodici, quindici anni: quelli che puzzano, ché non si lavano – e animato prima di tutto dai loro volti. Se io non ricordo altri che Berlusconi, credo che loro, figli del 2000, non abbiano modo di immaginare che esista null’altro, lì sulle poltrone che governano le loro vite. Ed è per questo che ne sono abbastanza sicuro: l’era che si chiude ha prima di tutto distrutto la loro fiducia in quegli strani signori che si vedono alla tv. Quelli che magari sarebbe bello fossero, invece, la risposta alla domanda: “Piccolino, cosa vuoi fare da grande?”

Esterno notte. Costumi immaginari. Tempi comici.

“Mani in alto, dammi i tuoi soldi!”, dice il primo quindicenne intorno al fuoco; “Non puoi farlo, sono un politico!”, gli risponde il secondo, con fare soddisfatto. Pausa. “Allora… dammi i miei soldi!”, conclude il temibile ladro. Quaranta quindicenni – e cinque capi, onestamente: faceva ridere, peraltro se non ho capito male è pure una battuta di Colorado Show – ridono. Forse meccanicamente, il che, se possibile, è segno ancora più chiarificatore. Una classe dirigente completamente sputtanata ha condannato il paese, la politica, gli alti concetti che magari sarebbe bello mantenessero un minimo di credibilità, a diventare l’oggetto di una scenetta comica di 5 minuti di un gruppetto di adolescenti – peraltro sorprendentemente avveduti, visto il contatto con la realtà che han saputo dimostrare, davvero raro di questi tempi.

A questi ragazzi Silvio Berlusconi deve indietro la fiducia nel futuro. La fiducia in un meccanismo – quale quello democratico – in teoria pensato per funzionare; e che invece è stato usato come uno scendiletto, e scendiletto è diventato. La fortuna è che siccome la spontaneità non ha limiti, di Silvio Berlusconi e dei politici che rubano questi ragazzi ridono sotto le stelle, il che mi sembra un ottimo punto di partenza.

Sono d’accordo con chi dice che questi anni che si chiudono ci  hanno cambiato, e molto, dentro. Credo che siamo persone che hanno toccato con mano la cattiveria quotidiana, la generalizzata distruzione dei rapporti umani che una vita fondata sull’immagine, sul cerone, sulla denigrazione delle categorie deboli (giovani, donne, migranti, poveri) e delle regole (magistratura, istituzioni, parlamento, rappresentanza, politica) comporta. Credo che abbiamo visto con i nostri occhi quale posto può diventare un paese che permette alle sue migliori intelligenze di andarsene e non tornare mai più; che passa le sue giornate a contare le ragazzette che il Messia balordo che ha scelto per guidarlo si ripassa quotidianamente per sfuggire al senso di vuoto interiore che lo opprime. E credo, soprattutto, che da questo punto si possa ripartire; oppure, in seguito a frustrazione per la già accennata mancanza di risultati immediati, e per i sacrifici generalizzati che tutti dovremo sopportare per colpa di questi folli barbari distruttori del vivere civile, pensare che si stava meglio prima.

Perché la sottomissione è, in fondo, una sicurezza. Perché il padrone è sempre meno appuntito del rischio di prendere in mano il proprio destino e costruire qualcosa di nuovo. Ma Silvio Berlusconi non è più al governo, questo è un fatto: e i fatti contano; e se ho imparato un po’ a conoscerlo (nonché a fiutare l’aria, cercando di indovinare la direzione degli sguardi della gente), a mio parere non ci tornerà: dovremmo essere, questa volta, al momento in cui si va oltre.

Ai ragazzi a cui – immaginando che gli possa essere in qualche modo utile – insegno a fare i nodi e ad accendere il fuoco, abbiamo l’occasione di fare un regalo: regalargli, per i loro 20 anni, un paese in cui tornino ad essere ordinarie, e smettano di essere atti di fede, imprese come vivere un giorno dopo un altro, avere affetti, trovare un lavoro, avere una casa, pensare di darsi un futuro, sorridere e mangiarsi una pizza senza pensare alla benzina del motorino.

Vorrei, in questo momento storico, avere qualcosa di più storico di questo da scrivere. Ma io so tanto poco, e credo che sia tutto qui.

Il problema di Renzi (e di chi vuole cambiare il Pd)

Matteo Renzi ha vari pregi, davvero molti: per chi è, per come si pone e per quello che fa, per il Pd e per l’Italia; tutto davvero meritorio. Su questi non mi concentro perché a mio parere sono evidenti.

Matteo Renzi, la sua operazione, e la sua intenzione, per come l’ho capita io, non sono invece privi di problemi.

Il primo problema è ciò che succede a tutti quelli che, nel Pd (non nella sinistra, nel mondo, nella vita: nel Pd. Nel partito della sinistra italiana erede della storia e della trazione di quel tipo di sinistra), tentano di saltare la fila. Perchè io non dimentico che prima di Renzi e della Leopolda c’era Civati, e prima ancora c’è stato Ignazio Marino, e poi ci fu la Serracchiani, e prima ancora c’erano quelli di Piombino, e prima ancora c’era quella che ormai è la nonna di tutte queste esperienze – ovvero, iMille. E’ insieme bello e terribile dire che quelle riunioni, quelle idee e quei fermenti hanno dato questi frutti: terribile perché l’ispirazione originale che quel momento aveva avuto era stata formalizzata da Marco Simoni quasi 3 anni fa: si tratta sempre e ancora di “uccidere il padre”. E io non dimentico – perché c’ero – che allora, all’assemblea dei Mille, venne Veltroni e prese la parola e ci disse:  ”Uccideteci pure, ma non diventate come noi”. Ecco, è quello che ha detto Bersani, no? “Siamo a disposizione, i giovani facciano, prendano il loro posto, ma senza scalciare”. Certo: perché se arrivi “da fuori”, se non sei uno della fila, e ti permetti di parlare, un modo per farti stare zitto lo trovano, di sicuro; e questo è un lamento che sono sicuro in molti, fra le persone che leggeranno il post (forse) condivideranno, ricordando i propri episodi personali.

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L’indignato sono io

Ci si potrà sprecare in facili analisi sociologiche e giustificazioniste su ciò che è successo a San Giovanni oggi. Roba tipo “la rabbia di una generazione” o “ve la siete cercata” o “i black bloc sono il prodotto del capitalismo finanziario”. Qualche esaltazione della violenza come momento promotore della storia, grandi docce di sampietrini scambiate per” la grande rabbia finalmente liberata” da una gioventù frustrata dal precariato e dal peso di una società che li rifiuta.

In parte è vero.

Però il punto è che io oggi a San Giovanni in Laterano, invece, ho respirato i lacrimogeni mentre vedevo la guerra che si mangiava la mia città. Ho dovuto dire ad una mia amica di scappare mentre scattavo una foto in più, l’ultima. Ho visto una bambina piangere disperata mentre il padre cercava di consolarla; difficile a farsi, se la bimba piange perché ha visto quattro deficienti vestiti di nero che pensavano di saperne un po’ di più degli altri dare fuoco a tre-quattro macchine, ad una banca e ad un cazzo di palazzo in pieno centro di Roma.

Difficile capire quale possa essere la ragione che spinge duecento giovani a schierarsi in assetto da battaglia contro le camionette della Polizia e della guardia di Finanza;  e perché queste ultime li carichino selvaggiamente e ripetutamente. Frustrazione? Saturazione? Voglia di cambiare? O semplicemente voglia di spaccare tutto e menare le mani? Ah, la distruzione del capitale, eh? Quanta soddisfazione: no, quante boiate. Adesso che quelle tre macchine di quei tre cittadini a caso non ci sono più, ci sono tre scontenti in più, e non certo tre in meno. E i danni, per inciso, non li pagherà nessuno a questa gente. Per non parlare dei settanta feriti all’ospedale: che figo, eh, abbiamo spaccato tutto.

Dice: ma siamo indignados. No: perché gli indignados sono quelli della Plaza del Sol, che sono stati seduti in piazza un mese fino a che non li hanno ascoltati. Al massimo quelli di Occupy Wall Street che si sono fatti picchiare. Arrestare, dagli sbirri.

E invece io ho visto oggi qualcosa di diverso. Ho visto studenti e miei coetanei spaccare i bordi dei marciapiedi, rimuovere i sampietrini e tirarli ai poliziotti. Ho visto le molotov che volavano, ho visto ragazzi dei licei costretti a scappare perché trenta persone col cappuccio dovevano dare fuoco a qualcosa per dimostrare che loro, col sistema, proprio non ci si prendono. Ho visto il fumo salire ed oscurare il sole; ho visto il fuoco davanti al Colosseo, e le camionette della polizia farsi strada fra i manifestanti innocenti, scesi in piazza perché credevano di poter dire la loro. Ce n’erano di ogni tipo, c’erano i saltimbanchi, c’erano le chiese e le comunità di base, c’erano quelli con le bandiere della pace.

E c’erano quelli che hanno bevuto l’acqua degli idranti, che sono entrati nelle chiese per spaccare i crocifissi, che hanno fatto scappare i carabinieri. Grazie a loro oggi non siamo la Spagna e non siamo New York: grazie a loro oggi rimaniamo la solita Italia. Perché non c’è niente delle rivolte delle banlieues londinesi in quello che è successo oggi: lì c’era il sotto-proletariato stanco della povertà.
Qui c’era una deriva pre-organizzata – e lo so per certo. C’era fin dall’inizio la volontà di sabotare la manifestazione, di deviare il corteo e di fare “gli scontri”. C’era una preparazione studiata a tavolino, da giorni, da settimane.

E c’è uno che ha perso due dita. Due dita, perché loro dovevano bruciare le macchine.

L’indignato, stasera, sono io.

Ma anche part-time, volendo

Che il Partito Democratico avesse problemi di comunicazione, di quella immediata e veloce, quella che serve a stampare i manifesti che poi si appiccicano per le strade, non era un mistero per nessuno. Anzi: più volte le campagne comunicative del Pd, fin dai tempi di Veltroni, passando per Franceschini, fino ad oggi con Bersani sono state oggetto di aspre critiche per la totale incapacità di veicolare un messaggio univoco e potente. La casistica è ampia: ricordo, a memoria e senza linkare, quelli di Bersani con le maniche arrotolate che sembrava un sessantenne un po’ maniaco; quella con i tizi photoshoppati con i fumetti in giallo evidenziatore, poi c’erano quelli verdi affissi in giro per Roma, poi c’erano quelli della campagna elettorale per le europee che erano una cosa tipo “UE!”, poi c’erano quelli con gli omini che spingevano fuori le parole…Insomma, un vasto campionario da cocktail dell’assurdo, a più riprese triturati dalla satira virale e diffusa che su Facebook la fa da padrone.  Io credo che stavolta, però, siamo andati oltre.

A mio probabilmente inadeguato parere, l’ultima campagna del Partito Democratico non significa assolutamente nulla. Tantomeno trasmette qualcosa. “Italiani a tempo pieno”, che c’entra con … qualsiasi cosa? Cosa si vuole sottolineare? Che altri non lo sono? Ma altri chi? Non si capisce. Si sta parlando della crisi economica? Del caso Ruby? Di non so cos’altro? Non lo so, non si capisce. “Italiani a tempo pieno”, poi, per fare che? Per risolvere i problemi, forse: e quali sono? Non lo so, non si capisce. E perché non “Europei ogni giovedì” o “Terzomondisti quando capita”?. “Sempre Italiani” ovvero “Solo italiani”? No, perché a quel punto non sono neanche d’accordo.

Leggo il manifesto e non ho alcuna informazione in più rispetto a quelle che avrei se non l’avessi mai visto: non so cosa è il Pd, non so quali sono i problemi e non so come vuole affrontarli, non lo so né emotivamente, né razionalmente. A me pare che l’automobilista che vede di sfuggita il poster mentre torna a casa – questo è il target dei manifesti, no? Comunicazione rapida e veloce – non inizia a ragionare sul futuro politico di questo paese. Non mi sembra ci sia alcun input, alcuno spunto di riflessione, alcuna possibilità che 10mila di questi manifesti in giro per le città si convertano in 1000 voti in più per il Pd. E allora, che li si stampa a fare?

Se deve lavorare così, preferirei che il Pd, i manifesti, non li facesse affatto, primo perché sono un suo elettore; secondo poi, visto che incidentalmente questa roba viene stampata con i soldi del rimborso pubblico. Sul quale posso anche essere d’accordo, c’è la questione del finanziamento della politica e tutto quanto: ma almeno, utilizzateli per fare le cose bene. Altrimenti ci compro casa.

Il flop di Woodcock, il solito Silvio

(per Giornalettismo)

O si sono fatti fregare, o l’hanno fatto apposta: dalle carte del tribunale del Riesame di Napoli che hanno rimesso in libertà i tre indagati per il procedimento che voleva il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vittima di una manovra estorsiva orchestrata da Gianpaolo Tarantini, dalla di lui moglie e da Valter Lavitola, appare chiaro che il Giudice della Libertà prende la procura del capoluogo campano, la porta in un angolino e, con voce severa, dice: ragazzi, avete sbagliato tutto.

Il giudice non usa mezzi termini nel capovolgere l’intero impianto accusatorio finora formulato: non sono Tarantini, Lavitola e gli amici loro a tenere Berlusconi “con le spalle al muro”, costringendolo a pagare soldi in cambio di un certo comportamento processuale. No: quelle frasi, sebbene pronunciate nelle conversazioni telefoniche, dimostrano solo come due poveracci non riescano nemmeno a farsi forza reciprocamente. “Lo teniamo, vedrai che ce la facciamo”, e invece nessuno tiene Silvio, ed è lui a tenere tutti gli altri. A ricompensare con quella che per lui è elemosina due disgraziati che gli portavano “puttane” (citazione puntuale) in cambio di, forse, appalti e commesse, peraltro mai concretizzatisi. Che brutto paese, fra parentesi.

E’ il solito Silvio, che stavolta è accusato di pagare le sue pedine finite invischiate in vicende giudiziarie di prostituzione perché si comportino in un certo modo e lo tengano fuori dai guai. E’ il solito in una veste inedita, perché per quanto riguarda il pilotare i suoi processi, la Storia ha già visto frivolezze del genere; pilotare i processi degli altri, è nuova. Ovviamente per tornaconto personale: la nuova ipotesi di reato che il Riesame ha prospettato è induzione al mendacio. Silvio pagava Tarantini per il tramite di Lavitola, il tutto per far sì che non saltasse fuori che lui sapeva bene l’impiego e la natura dei suoi appuntamenti a palazzo Grazioli: prostituzione.

Grave almeno quanto il comportamento del solito Silvio – che abbiamo ormai imparato ad amare ed apprezzare, per così dire – , però, è il fallimento e il legittimo sospetto di malafede del comportamento della procura di Milano. Perché le ipotesi sono due: o gli uffici di Henry John Woodcock sapevano che l’impianto accusatorio messo in piedi dai suddetti era completamente da capovolgere, e non l’hanno fatto (e allora, in questo caso, la vera colpa è quella di aver dato argomenti a chi oggi può dire che il pm voleva in questo modo conservare Berlusconi il più a lungo possibile fuori dal registro degli indagati, per poterlo interrogare senza le garanzie che l’imputazione comporta: avvocato, privilegi da parlamentare, legittimi impedimenti) ; oppure non lo sapevano, e hanno visto vittime dove in realtà ci sono carnefici,e, ben più grave, viceversa.

In entrambi i casi, il quadro che ne esce non è rassicurante: e se, volendo riconoscere a Woodcock un minimo di abilità e caparbietà, fosse la prima delle due ipotesi quella da accogliere – ovvero la malafede – verrebbe allora da pensare ancora una volta a quanto decenni di Silvio Berlusconi abbiano fatto male all’Italia. Infatti, se c’è un pm che, per paura di doversi confrontare con i vari Niccolò Ghedini e con l’impressionante armamentario delle leggi ad personam, è costretto a giocare un po’ ai limiti del pulito, vuol dire che il paese e la coscienza civile sono feriti in maniera quasi irreparabile. Che Berlusconi è davvero riuscito a trovare un modo per evitare la giustizia. Che c’è molto da fare per vivere di nuovo in un paese normale: ed è ogni giorno più evidente.

Statali, parastatali e affini

Ero partito con l’idea di scrivere qui che il certificato antimafia in effetti non è che sia molto utile. Ovvero, non è un certificato a certificare l’antimafia, ma la pratica quotidiana; e non è l’avere un pezzo di carta che garantirà che tu non pagherai il racket o non supporterai, in altro modo, la malavita, da esterno o interno che sia. Poi ho letto che il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan lo Bello, si è schierato in difesa del certificato antimafia, perché “proprio grazie al certificato antimafia e ai numerosi protocolli di legalità che sono stati creati, tante imprese pulite hanno potuto misurarsi con il mercato. Anzi, è il mercato stesso a essersi rafforzato grazie ai controlli sulle aziende. Perché in precedenza le società vicine a Cosa nostra schiacciavano le concorrenti oneste. Venendo meno il certificato antimafia, cadrebbe un controllo fondamentale. E si rischierebbe tornare ad anni bui per il mondo dell’impresa e per la Sicilia intera”.  Per cui ho deciso che, vista la posizione di chi il certificato lo subisce, ovvero gli imprenditori siciliani, evidentemente c’era qualcosa che mi sfuggiva, e dunque non scriverò più quel che avevo in mente di scrivere.

Mi pare ugualmente importante però dire che, travolto dalle ondate di critiche da parte dell’opposizione e delle parti sociali, il ministro Brunetta simpaticamente costretto a rettificare la sua posizione ne combina un’altra delle sue. E la combina proprio perché la sua vera proposta – non quella che la stampa comunista ha frainteso – è in realtà ben diversa.

Invece di chiedere al singolo imprenditore di fare il fattorino tra le amministrazioni, saranno infatti queste ultime a procurarsi direttamente presso gli uffici competenti la documentazione richiesta”. “Tant’è vero – prosegue la nota – che le amministrazioni certificanti dovranno individuare un ufficio responsabile per tutte le attività volte a gestire, garantire e verificare la trasmissione dei dati o l’accesso diretto alle informazioni da parte delle amministrazioni procedenti. Solo così arriverà a compimento il cammino intrapreso sin dal 1997 con le prime norme sull’autocertificazione, che potrà adesso cedere finalmente il passo alla “decertificazione”.

Il ministro entra a gamba tesa nell’effettivamente intricato mondo delle autorizzazioni statali necessarie all’iniziativa privata, sostenendo che, essendo necessario per un’imprenditore che vuole aprire il suo negozietto di ferri da stiro fare la spola fra mille autorizzazioni, bolli e uffici, il perverso meccanismo delle file allo sportello alla fine risulti in un disincentivo ad una serena attività di impresa. Il che è lapalissiano: o in ogni caso, a mio parere condivisibile. Per cui la proposta nuova  (di Brunetta, certo) è che sia l’amministrazione a sbrigare l’incomodo, cosicché l’imprenditore possa al più presto aprire quel che vuole e contribuire allo sviluppo del paese.

Ora il problema è che se questo succedesse veramente, sarebbe qualcosa di molto carino: ma con l’attuale lentezza della burocrazia italiana, almeno con le faticose autocertificazioni l’imprenditore aveva più o meno la certezza di dover passare quelle due-tre-quattro-mille settimane di inferno ma che poi, grazie ai meccanismi di silenzio assenso (prova che l’amministrazione non risponde ma lascia stare: che grande paese), la sequela di sportelli, autorizzazioni e impiegati da inseguire sarebbe in linea di massima finita.

Affidando invece il tutto ad una burocrazia pletorica e sottofinanziata, dunque lenta, gli imprenditori di tutta Italia potranno riscoprire il mistico gusto di votarsi al loro Santo più gradito, per riuscire ad aprire un esercizio commerciale – destinato peraltro ad un probabile fallimento, visti i chiari di luna. Per non parlare dell’intasamento dei tribunali amministrativi e della sensazionale contentezza degli avvocati amministrativisti, incaricati degli inevitabili miliardi di ricorsi contro una PA lenta quando non tendente all’errore, con relativa parcella. D’altronde è normale, visti i fondi messi a disposizione del settore pubblico in Italia: il mio papà suole chiedersi se possa far sugo una rapa. E la risposta è intuibile.

In breve. Secondo me, in un altro paese, con un altro governo e un altro ministro, l’idea di Brunetta potrebbe essere condivisibile: voglio aprire un’impresa? Chiedo al pronto impiegato le autorizzazioni necessarie che mi saranno consegnate da firmare in un tempo congruo; la mia principale preoccupazione rimarrà il catering per l’inaugurazione. Ma visto che siamo in Italia, mi sa che il problema non c’è, perché non cambierà comunque nulla: mi sembrano le solite chiacchiere.

(il titolo è una citazione, ma tanto lo saprete)

E’ tanto

Chi segue questo blog da prima della grande-pausa (vabbeh, un giorno ne parliamo, prometto) sa quanto io sia stato poco tenero, negli anni, con l’attuale papa Benedetto XVI. Un po’ per partito preso, un po’ per analisi di quello che dice e pensa, il pontefice notoriamente conservatore non ha mai corrisposto all’idea di Chiesa che io cerco di avere in mente e di costruire.

Ora però una cosa trovo che vada detta.

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Nell’ilarità generale

Esiste un paese in cui il presidente del Consiglio alza la cornetta e chiama in diretta un programma televisivo, per intervenire. In quel paese, il conduttore annuncia che c’è la telefonata del presidente del Consiglio, e il pubblico scoppia a ridere. Come se avesse chiamato Paperino, e non il presidente del Consiglio; non solo, mentre il conduttore lo annuncia, gli scappa un po’ da ridere anche a loro. E di nuovo, non solo, prima di parlarci, il conduttore imposta le “regole d’ingaggio” del colloquio, puntualizzando che se tali regole non saranno rispettate, il telefono sarà messo giù. In faccia al capo del governo; e dice che lo fa parlare, con tono da papà compassionevole, perchè “chiunque merita fiducia”. Come se il capo del Governo fosse un pentito di criminalità organizzata, a cui dare una seconda possibilità in nome della carità cristiana.

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Decollo

E’ il calcolo di un delicato equilibrio il confine fra autostima e superbia. E’ impostare il proprio spazio e quello degli altri ora lo so: trovare il giusto passo fra demolirsi e ricostruirsi, correggere e camminare, fra volere e voler volare. Superare d’un balzo i pensieri di una vita, trovare ogni soluzione nel suo sorriso, si può.

Quante cose sapevo e ho dimenticato, nascosto, occultato. Abbandonato, quasi. E tornano da sole, senza avvertire, senza neanche che tu ti possa chiedere se il momento è quello giusto, perché la domanda mancherebbe di senso.

E succederà qualcosa di grande molto presto. Potrei mettermi a scrivere storie, chissà: non ci sono mai riuscito. Ma forse ora ci riuscirò.

Bipolare

Ieri Umberto Bossi, a Venezia, davanti addirittura a 5mila persone (gulp), ha detto che la Padania si creerà per referendum. A parte il calo dei toni – chi ricorda i padani armati di forcone sotto le finestre di Palazzo Chigi – trovo divertente che uno stato si possa creare, non lo so, grazie Firmiamo.it; trovo paradossale che quelli che abbiano sempre criticato le raccolte di firme ora se ne escano con il referendum; e soprattutto trovo personalmente un po’ ridicola l’idea che un ministro della Repubblica, anche se dice che “l’ha sempre detto”, in proposito se ne esca dicendo che sarebbe nota l’esistenza di “due Leghe, una di lotta e una di governo”.

Cioè, perché il punto alla fine è che si tratta di dire che il principale alleato di governo che tiene su questa maggioranza è un povero cretino che ogni tanto si alza e ne dice una, ma non è che bisogna dargli ascolto per forza. Il problema è che Altero Matteoli, autore della sagace frase, non si rende conto che parlare così equivale a dire che questo governo è alla frutta e questa maggioranza fa ridere sé stessa. Il fatto è che un Ministro della Repubblica sta dicendo che Umberto Bossi mente al suo popolo perché poi a Roma fa un’altra cosa; oppure, il che è uguale e peggio, che mente al paese perché a Venezia minaccia altro. E allora, il fatto che tutto questo si possa dire e fare perdendosi nell’ordinaria chiacchiera politica quotidiana mi spinge a dire che vedremo presto qualcosa di diverso. Insomma, è bipolare.

Non perché cose del genere non si siano mai dette: piuttosto perché ormai sono talmente annegate nella normalità che, normali non essendo, annunciano qualcosa di nuovo.

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