
Il delirio è ormai a uno stato irreversibile: oggi su vari giornali c’è chi sostiene che, a questo punto, tanto vale fare un’amnistia generalizzata. Siamo alla serena accettazione dello spappolamento del diritto in Italia.

Il delirio è ormai a uno stato irreversibile: oggi su vari giornali c’è chi sostiene che, a questo punto, tanto vale fare un’amnistia generalizzata. Siamo alla serena accettazione dello spappolamento del diritto in Italia.

Sembra convincente l’argomento subito sfornato dalle opposizioni in merito al Piano Giustizia discusso stamattina da Berlusconi e Fini: una contingentazione obbligatoria dei tempi processuali solo per i reati inferiori ai dieci anni di pena e solo per gli incensurati in effetti solleva potenti dubbi di incostituzionalità ex articolo 3 primo comma e 111. La giusta durata del processo è una garanzia dello strumento processuale in se, non della parte in giudizio: e comunque in entrambi i casi questa garanzia va applicata a tutti i processi, non solo ad alcuni.

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Ora dico, no: siamo andati a fare anche una guerra per questo motivo. Esistono, lo sappiamo tutti, alcuni problemi con le frange più fanatiche di gruppi terroristici Islamici. Il ministro dell’Interno ha affermato non più tardi di due giorni fa che «Sul nostro territorio si formano gruppi affiliati ad Al Qaeda».
Tenuto conto di tutto ciò, qualunque persona responsabile penserebbe che la cosa più opportuna da fare in questo momento, per garantire la sicurezza di tutti, non sia esattamente l’andare da Barbara D’Urso e urlare ai quattro venti che “Maometto era un pedofilo“. Così, insomma, bestemmiare in Tv alle cinque del pomeriggio non pare di certo il comportamento maggiormente raccomandabile.
Libertà di espressione, sicuro: ma occhio alle conseguenze, e personali (visto che gli estremi del 403 c.p. ci stanno tutti, se non per la sentenza almeno per il rinvio a giudizio), e generali (qualcuno si fa esplodere per strada ammazzando gente perchè la Santanchè può continuare a parlare quanto le pare: mi sembra un po’ troppo, no).

C’era una cena con molte persone organizzata dalle militanti dei club ‘Forza Silvio’ e ‘Meno male che Silvio c’è’” alla quale “all’ultimo momento si infilò anche Tarantini con due sue ospiti”
Silvio Berlusconi, nel rispondere alle domande postegli da Repubblica sul libro di Vespa – già questo un comportamento curioso: io faccio una domanda a te e tu rispondi parlando con un altro, perchè con me non ci vuoi parlare, tipo quando i bambini litigano – afferma che la cena organizzata a casa sua non l’ ha organizzata lui, ma alcune militanti dei due club sopra citati.
Organizzazioni che non risultano esistere. Nè i Club “Forza Silvio”, nè i Club “Meno male che Silvio c’è”. Forse si riferisce ai Club della Libertà? O dei Circoli del Buongoverno di Marcello dell’Utri? O dei Circoli della Libertà della Brambilla? Per quanto riguarda Forza Silvio, è un sito internet (“network ufficiale dei sostenitori di Silvio Berlusconi”).
A quale realtà territoriale o altrimenti stabile (“circoli“) si riferisce il Presidente? O ha buttato li dei nomi a caso?
Sorvolando sul fatto che persone diverse dal padrone di casa sarebbero in grado di organizzare feste a Palazzo Grazioli. Questo può anche essere, ma non è il massimo dell’opportunità, in ogni caso, organizzare delle feste in una residenza, privata certo, ma piantonata giorno e notte dai Carabinieri, pagati dunque con le tasse, che sono li per garantire una giusta incolumità ad una rilevante carica pubblica. Peraltro, feste organizzate in modo tale da permettere al primo arrampicatore-spacciatore di cocaina-procacciatore di prostitute che passa per Bari di imbucarsi all’ultimo momento sollevano qualche perplessità in ordine alla suddetta sicurezza.

Come era ovvio che fosse, bisognava aspettare il deposito della Sentenza per capirci di più. E la Corte arriva a dire per altre vie, alternative al richiamo Costituzionale interno, quello che nei commenti era stato ampiamente sviscerato.
Il dovere di neutralità e di imparzialità dello Stato è incompatibile con un potere qualunque di valutazione da parte di quest’ultimo sulla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità di espressione di queste. Nel contesto dell’insegnamento, la neutralità dovrebbe garantire il pluralismo.
Per la Corte, queste considerazioni conducono all’obbligo per lo Stato di astenersi dall’imporre, anche indirettamente, credenze nei luoghi dove le persone sono dipendenti dallo Stato o anche nei posti in cui le persone possono essere particolarmente infuenzabili. [...]
La cosiddetta “libertà negativa” (dall’imposizione religiosa, ndr) non è limitata all’assenza di servizi religiosi o di insegnamenti religiosi. Essa si estende alle pratiche e ai simboli che esprimono, in particolare o in generale, una credenza, una religione o lo stesso ateismo. [...]
L’esposizione di uno o più simboli religiosi non possono giustificarsi né con la richiesta di altri genitori che desiderano un’istruzione religiosa conforme alle loro convinzioni, né – come il governo sostiene – con la necessità di un compromesso necessario con le componenti di ispirazione cristiana. Il rispetto delle convinzioni di ogni genitore in materia di istruzione deve tenere conto del rispetto delle convinzioni degli altri genitori. Lo Stato è tenuto alla neutralità confessionale nel quadro dell’istruzione pubblica obbligatoria dove la presenza ai corsi è richiesta senza considerazione di religione e che deve cercare di insegnare agli allievi un pensiero critico. La Corte non vede come l’esposizione nelle aule di scuole pubbliche di un simbolo che è ragionevole associare al cattolicesimo (la religione maggioritaria in Italia) potrebbe servire al pluralismo educativo che è essenziale alla preservazione d’ una società democratica come la concepisce la Convenzione, e alla preservazione del pluralismo che è stato riconosciuto dalla Corte costituzionale nel diritto nazionale.
La Corte quindi scioglie a modo suo il nodo che ritenevo si fosse creato: e in questo modo stabilisce con chiarezza (con una sentenza che non potrà che diventare un precedente, o quantomeno contribuire ad un orientamento giurisprudenziale ben preciso) che la laicità da adottare negli Stati è quella “negativa”, con conseguente neutralità confessionale. Viene perciò sconfessato l’orientamento della giurisprudenza italiana (Tar del Veneto e Consiglio di Stato, a cui il Governo si era appoggiato), e la tesi della religione come parte attiva della tradizione culturale di un popolo, su cui si basa il discorso “positivo” della laicità. Adesso vedremo come andrà il ricorso: ma direi a questo punto che se il Governo si ostina a portare avanti argomenti fallimentari, prenderà altre mazzate,.
[Grazie ad Alessandro Gilioli che ha trovato, o tradotto, il testo in italiano]
Secondo articolo per Termometro Politico, sempre su temi di comunicazione e politica. Qui il primo.
Nella scorsa puntata abbiamo visto che il principale mezzo che gli italiani usano per informarsi è la televisione. Già solo questo dato, ovvero la presa che il mezzo riesce ad avere su grandi masse di persone, potrebbe portarci a concludere quel che è ovvio: la televisione è uno strumento potente.
Lo è per una grande quantità di ragioni. Una televisione è un oggetto relativamente economico al giorno d’oggi (lo è comunque sempre stato, se escludiamo i suoi primordi): è quindi popolare. Offre, fra le tante cose, programmi di intrattenimento e occasioni di rilassamento: è quindi divertente. E’ creato e gestito per raggiungere la più vasta platea possibile; rifugge il concetto di “nicchia”. E’ dunque quel che si definisce un media generalista. Il consumatore finale non ha la possibilità di scegliere “la merce”, ovvero i programmi: può al massimo scegliere il “negozio”, il canale. E tutti gli spettatori sintonizzati nello stesso momento sullo stesso canale riceveranno lo stesso identico servizio.
Continua a leggere ‘Politica in Tv: informazione o propaganda? Un’introduzione’

Visto che si è sviluppato un piacevole dibattito nei commenti, voglio ritornare sulla sentenza della CEDU.
Il punto che io critico, e lo ripeto, è l’argomento usato dalla corte, non il merito della sentenza. Le sentenze non si criticano, al massimo si commentano dopo averne preso atto. A parte che non sono ancora uscite le motivazioni, e quindi è tutto un gran parlare, alla fine, forse sul nulla, o comunque in attesa di successiva conferma.
La Corte ha detto: non si possono mettere i crocifissi nelle aule perchè un genitore non credente ha diritto a che suo figlio non venga educato in maniera religiosa. Perfetto: ripeto, l’argomento è fallace. Perchè, allora, dove si dovrebbe rivolgere il genitore che ha il diritto (speculare, se sta in piedi la libertà di educazione) di ottenere una educazione religiosamente orientata? Alle scuole private: e allora ha il diritto di farsi rimborsare dallo Stato le spese sostenute. La libertà di educazione è lo stesso argomento, ripeto, che usa il Papa quando chiede al contribuente i soldi per le scuole cattoliche. Se un genitore ha il diritto di pretendere un’educazione non credente, perchè il genitore credente non può pretendere un’educazione religiosa a carico dello stato?
La spiegazione la fornisce Luca, in uno dei suoi commenti: “Non puoi mettere sullo stesso piano un genitore che vuole un’educazione improntata ad una specifica religione per il proprio figlio (e per quelli degli altri, eh, bada bene, qui si sta parlando di scuola pubblica) e chi ne richiede una neutra. Non è lo stesso diritto, mi dispiace.”
Trovo che dipenda. Dipende dal tipo di laicità che lo stato considera e promuove. Se è una laicità, come già detto, negativa, certo, l’unica strada praticabile è l’educazione neutra per tutti, e fine. Se si promuove una laicità positiva, allora bisogna definire il confine da cui la morale religiosa sorregge e aiuta quella statale e laica: e dunque il crocifisso, poniamo, può restare perchè simboleggia “la nostra tradizione” - ammesso che sia poi vero; dico soltanto che un discorso del genere può reggere.
E il punto, mi azzardo a dire, è proprio che la Corte ha adottato una soluzione un po’ ambigua perchè non poteva affermare con nettezza questo confine. Bene avrebbe fatto, invece, ad essere più chiara: al di la delle concezioni “di moda”, la Corte avrebbe potuto stabilire, con una importante decisione che sarebbe diventata un precedente, che gli Stati dell’Unione devono mantenersi impermeabili alle religioni organizzate. Se non l’ha fatto, e questo lo vedremo quando ci saranno le motivazioni, c’è sicuramente stata questa prudenza.