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Il giudice

“Il parlamento è sovrano, gerarchicamente viene prima degli altri organi costituzionali come magistratura e consulta e presidenza della Repubblica”. Dal Pdl arriva un nuovo attacco contro i giudici, ma anche contro il capo dello stato, attraverso una proposta di legge per riformare l’articolo 1 della Costituzione ribadendo “la centralità del parlamento nel sistema istituzionale della Repubblica”. “Visto che al momento non è possibile fare una riforma in senso presidenziale come vorrebbe Berlusconi- spiega il deputato Remigio Ceroni – per ora ribadiamo la centralità del parlamento troppo spesso mortificata, quando fa una legge, o dal presidente della Repubblica che non la firma o dalla Corte costituzionale che la abroga. Occorre ristabilire la gerarchia tra i poteri dello Stato. Se c’è un conflitto, occorre specificare quale potere è superiore”.

La risposta è semplice.

Il buco

Si può dire? Boh: io lo dico. Qui c’è un problema.

Il fatto che non sia mai, finora, stato previsto un dispositivo, un meccanismo, una prassi: cioè, una legge, formale o sostanziale che essa sia, per regolare la questione delle dimissioni del presidente di uno dei due rami del Parlamento, è un problema. Ne parlavo settimane fa in un serrato scambio epistolare con Pernacchia, che qui, immagino, converrà. Perchè lo stato costituzionale è fatto di pesi e contrappesi, un complicato meccanismo in cui tutti i casi alla lontana prevedibili siano affrontati a priori. E’ il principio del nullum crimen sine lege: non si può condannare qualcuno se nessuno aveva pensato, fino ad allora, che il fatto da lui commesso costituisse reato.

Allo stesso modo, se i padri costituenti non hanno previsto un dispositivo per regolare il caso che l’assemblea parlamentare non “gradisca” più il suo presidente – ditelo come vi pare – perchè, boh, pensavano “figurati se succede una cosa del genere: il presidente della Camera smista scartoffie, che male può fare”, beh, oggi c’è un problema; se i padri costituenti hanno pensato che avrebbero provveduto poi alla bisogna i regolamenti parlamentari, e però non è mai successo, allo stesso modo c’è un problema. Un problema in cui si è incagliata una crisi politica profonda: dunque, un problema pericoloso. Perchè adesso Berlusconi – e non se n’è ancora accorto: vabbeh, glielo dico io – ha in mano un’arma formidabile: avendo lui i numeri, può minacciare Fini. Cambierà il regolamento parlamentare, per riparare a questo “terribile vulnus alla democrazia, comunisti comunisti comunisti”, per inserire la norma che consentirà di mettere il leader di Futuro e Libertà sotto scacco. Ehi, potrebbe succedere davvero.

Il nuovo leader della sinistra

Quando si è in fase di disperazione politica, ci si attacca a tutto ciò che passa. Si augurano che io faccia qualcosa contro il governo centrodestra, ma io lavoro perchè sia più efficace, non per farlo cadere. Cosa sperano?”

Questo è quello che succede quando non si hanno alternative al buttarla in caciara – e non si hanno perchè non si ha la forza, la capacità, la volontà politica di costruirsele: succede che si è disperati (termine quantomai azzeccato), e ci si aggrappa a chiunuque. Nello specifico ci si aggrappa a chi non ha la minima intenzione di offrirti nemmeno un supplì, non ce l’ha mai avuta, non l’ha mai pensata come te e non ha mai neanche pensato di pensarla come te. Ne che poteva essere interessante pensare di pensarla come te.

Anche ammesso che Fini abbia dichiarato queste frasi per dimostrare quel po’ di fedeltà a Berlusconi in più che gli è ormai richiesta per continuare a poter parlare, le sue parole sono il confine insormontabile davanti al quale si fermano quelli che lo vedevano come il nuovo vate che ci avrebbe condotto verso il sol dell’avvenire. Bersani si è già arrabbiato, ma fa due fatiche: prima di convocare il delfino di Almirante al nuovo patto costituente contro Berlusconi, magari si faceva bene a considerare chi era, chi è stato e chi ha intenzione di essere nei prossimi dieci anni Gianfranco Fini.

Una sinistra che ha come unico orizzonte politico possibile il “governo degli uomini di buona volontà”, è una sinistra che in realtà si chiama Democrazia Cristiana. Forse quel governo sarà necessario, ma dovrà essere un mezzo, doloroso e temporaneo, e non un fine verso cui correre e combattere. Se l’unica strategia politica che ha in mente Bersani – e so che non è cosi, o lo spero almeno: diciamo, se fosse l’unica – è aspettare “la coerenza dello strappo” di Fini, vuol dire che il PD non capisce più niente di politica da almeno due mesi.

E i congiuntivi


Per chiudere il discorso su Farefuturo, in fondo, non c’è mica da avventurarsi in dotte analisi; basterebbe chiedere a uno dei suoi improvvisati antipatizzanti: dimmi, c’è altro, nel centrodestra? Negli anni – chiedergli ancora – si è mai davvero resa nota qualsiasi altra fondazione, laboratorio, sedicente «cultura di destra» che sia stata in grado di cogliere come tra Tolkien e Christian De Sica, tra Evola e Paolo Di Canio, tra Pound e Ciarrapico, c’è un Paese? Manco a parlarne: per loro è «di sinistra» e «radical chic» praticamente ogni cosa, vedono «salotti» e «cachemire» dappertutto, sono di sinistra Saviano, la Pellegrini, tutti i cantautori, San Patrignano, Pupi Avati, Fiorello, ovviamente Gianfranco Fini e le più elementari battaglie della destra europea, presto regaleranno alla sinistra anche Sarkozy, Cameron, Rajoy, la Merkel, Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Montanelli, i libri, le librerie e i congiuntivi. I diserbanti di Farepassato terranno solo Publitalia, l’Auditel e il Vaticano.

Rissa! Rissa!

Posso dire una cosa?

No, nel senso: secondo me ha ragione Berlusconi – senti che ti sto dicendo.

Il punto è questo: Fini si sta comportando nel modo in cui si comporta D’Alema, ed è il modo che a D’Alema si è sempre rimproverato dall’altra parte. Perchè D’Alema, invece di mandare avanti qualcun’altro, non si è candidato in prima persona in Puglia? Stessa situazione. Parlare dall’alto del contesto, portando avanti “alti” punti di metodo, chiarendo che però non si ha tempo, modo e voglia per modificare l’esistente in prima persona. Perchè si ha altro, e di meglio, da fare.

In sostanza, Fini si alza in piedi, si lamenta perchè le cose non sono come lui vorrebbe; ma vorrebbe che fossero gli altri a modificare le cose che non gli piacciono, in quelle che piacciono a lui.

Beh, non è così che funziona, non solo nei partiti, ma nelle dinamiche di gruppo in genere. Lo si impara giocoforza negli Scout, è il motto de iMille racchiuso nella formula “chifalecose” (per citare solo due delle mie esperienze di vita personali, ma credo che sia qualcosa di abbastanza universale): se hai un cambiamento da proporre, ci dovrai mettere tu faccia, mani e cuore; perchè tanto, gli altri non lo faranno, o lo faranno in un modo che comunque a te non piacerà. E’ anche giusto così, fra l’altro.

Certo, si può prendere il comportamento di Fini come un insieme di consigli che vorrebbero essere lungimiranti: fate così, se ci tenete al Partito, se ci tenete al giocattolino, sennò si rompe. Ma è qui che Fini sbaglia. Nessuno, in quella sala ieri, teneva al partito. Ovvero alcuni si, ma la grande maggioranza no. E soprattutto, non ci tiene la maggioranza degli elettori del Partito, al Partito. Partito vuol dire militanza, organizzazione, tempo da spendere eccetera: caratteri che le forze politiche di centro-destra in Italia non hanno mai avuto. Fini chiede impegno, discussione e dibattito a gente a cui tutto questo non interessa, perchè è una perdita di tempo, perchè incaglia la velocità dell’azione, perchè è speculazione intellettuale sul nulla astratto. Ovvero, perchè è (preparazione)(di una) Politica.

Detto questo, lo ribadisco: secondo me quel che dice Berlusconi non è sbagliato. Il Cavaliere è in malafede, ma non sbaglia. Fini dovrebbe, se crede veramente in quel che dice, chiedere la poltrona di LaRussa, diventare Coordinatore del Partito e iniziare a spalare fango. Lui può farlo, lui sa farlo, è forse l’unico che sa e può farlo: dunque facesse. Anche perchè sarebbe un’operazione politica, questa si, lungimirante: cambiare da dentro, con un lavoro lento, il DNA del Partito, piano piano imparando a controllarlo, ponendo dinamiche nuove in posti chiave che, al momento giusto, possano diventare determinanti.

Non sempre è un problema essere retrocessi, laddove si interpretasse questo gesto come una diminuzione del proprio valore. Fini potrebbe costruire il futuro del centrodestra italiano, all’interno di un Partito che è oggettivamente da cambiare: ma piano piano, e in prima persona. Potrebbe farcela, e sarebbe un buon risultato per tutti, nel lungo periodo.

Bau bau woof woof

Come volevasi dimostrare, can che abbaia raramente morde.

Salutiamo con sufficiente indifferenza la nascita di una corrente interna al PDL; indifferenza perchè avere le correnti nei partiti è normale e fisiologico: di più, è impossibile non averne. Berlusconi si dovrà adeguare, e se non lo farà sarà un sintomo in più del suo scarso rispetto della democrazia, interna ed esterna: il Cavaliere non è Arthur Wellington, e ciò che disse il vincitore di Waterloo dopo il suo primo Gabinetto a Westminster lo riporta oggi Massimo Giannini su Repubblica.

Ciò che meraviglia è il comportamento di Fini, a mio parere scarsamente lungimirante e politicamente suicida. Ma non ce l’aveva un democristiano sottomano che gli insegnasse come si fanno i giochi di corrente?

Ve la ricordate la DC? Io no, ma ne parlo lo stesso – e capito, si, con chi avete a che fare: basta però rivedere la scena de “Il  Divo”, quella in cui Andreotti e Forlani si battono per la Presidenza della Repubblica, moderati da Cirino Pomicino. Il comportamento pseudo-intellettualoide che Fini ha tenuto in questi mesi gli è servito soltanto ad allontanarsi tutte le simpatie del (grosso) zoccolo duro di elettori Berlusconian-leghisti (fatevi un giretto su Spazio Azzurro, e ricordate i sondaggi letti ieri a Ballarò); gli ha fatto forse guadagnare il rispetto e la simpatia delle persone che padroneggiano correttamente il congiuntivo: ma non tutte lo voterebbero, e lo voteranno.

Per salvare la destra, l’Italia che vota a destra e dunque l’Italia, Fini avrebbe dovuto proporsi come efficace sostituto del Cavaliere: e per fare ciò avrebbe dovuto forse fare l’opposto di ciò che ha fatto, ovvero essere più Berlusconiano di tutti gli altri, per non indispettire il capo e favorire una futura transizione. Astuzia politica e ipocrisia omicida, forse: mi rendo conto però che ciò comprendeva l’abbandono della propria dignità personale, e non è una cosa che si può chiedere a una persona mediamente onesta.

Continuo a pensare che Fini abbia sparato una, forse l’unica cartuccia a disposizione nel suo schioppo: e l’abbia sparata in aria, e per far casino. Che spreco.

Edit. Per una opinione diversa dalla mia, c’è quella di  Gad Lerner – (alla quale mi permetto però di aggiungere che forse quel che egli dice è vero, ma non potrà essere Fini a guidare la “destra europea moderata” che, probabilmente, lo stesso Presidente della Camera ha in mente. Perchè, per fare ciò, avrebbe dovuto prima presentarsi come berluscomaniaco, in modo da conservare l’elettorato, e poi procedere a una metamorfosi dei valori. Un po’ come, appunto, a Fiuggi nel 1994).

Uno, nessuno, centomila

Arrivato ieri al Circo Massimo, per seguire il corteo del PDL per Giornalettismo, vedendo una massa di gente che a stento riempiva Piazza di Porta Capena, ho pensato: “Sono pochi”. Ed era vero, ho fatto cortei studenteschi di pischelli delle medie ben più grossi. Accanto a me una vigilessa urbana, a cui avevo sottoposto la questione, concordava: pochi.

Di diverso avviso era Gregorj, con cui abbiamo seguito il corso della manifestazione. Certo, il colpo d’occhio era imponente con tutte quelle bandiere, ma io continuavo a ritenere che al richiamo del capo fossero accorse molte meno masse osannanti di quanto sarebbe potuto accadere; lui invece pensava che il colpo fosse riuscito, e di gente ce ne fosse stata molta, in quel corteo.

Ma, come mi faceva notare, questo era un falso problema. Il punto non era contare, testa per testa, le persone in piazza. Un dato politico su cui discutere ci sarebbe stato se la manifestazione fosse stata un flop, un visibile deserto: se la piazza fosse invece risultata “piena”, non importa di quanta gente, ci sarebbe stato di che rivendersi un successo, da parte degli organizzatori.

L’obiezione mi è sembrata intelligente, e mi ha persuaso.

E’ proprio per questo che stento a capire la polemica, inaugurata oggi da Cicchitto, sui numeri dati dalla Questura. Cioè, è sempre successo che la questura da numeri risicati, gli organizzatori cifre sproporzionate, e poi tutti noi facciamo una media mentale per capire, piu o meno, quali sono i numeri con cui abbiamo a che fare.

E così, la questura diceva 150.000, il PDL un milione, ci saremmo tutti mentalmente assestati sulle 300-400 mila presenze e finita li. Un numero considerevole, di cui gli stessi padroni di casa si potevano accontentare.

Nel senso: io, PDL, vado in giro a dire che eravamo un milione; la gente pensa che in realtà eravamo 400 mila, perchè c’è il dato della questura di cui tenere conto: e vabbè, non è che mi metto a fare polemica. Quattrocentomila persone sono tante comunque: portacele tu in piazza, quattrocentomila persone.

E invece no. La questura ha sbagliato: doveva darci ragione, doveva certificare il milione. Sennò ci offendiamo.

Questo è il classico esempio di occasione, mancata, per tacere. Iniziare una polemica su ‘sta roba non ha mai portato, nessuno, da nessuna parte. E dunque, iniziarla è un passo falso, e un errore politico: se pensi che la tua piazza sia andata bene, taci e gongola.

Se non taci, evidentemente è perchè pensi che la piazza non sia andata così bene. Ma non è che così risolvi qualcosa: anzi, peggiori, perchè magari qualcuno non se n’era accorto.


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