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Fiscal compact on my mind

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Oggi sembra proprio la giornata giusta per parlare un po’ del Fiscal Compact e di quello che ne pensano le forze politiche in corsa per le prossime elezioni politiche italiane. Perché il pacchetto fiscale europeo è il primo tassello di una riforma profonda del funzionamento dell’Unione e della sua economia per come la conosciamo; come si legge su un blog di investimenti finanziari, si tratta di una riforma che “avrà un impatto sulle politiche fiscali di tutti i prossimi governi per i prossimi vent’anni”. E dunque sulla vita di tutti noi.

Il pacchetto sul Fiscal Compact è stato approvato esattamente un anno fa dalle istituzioni europee e il testo consacra il pareggio di bilancio come regola aurea del funzionamento dell’Unione Europea e dei suoi stati: gli stati membri non potranno spendere più dei denari che hanno già in cassa. Il che può sembrare un’affermazione scontata, ma non lo è affatto, vista la storica propensione degli stati a creare sviluppo, investimenti e politiche di spesa pubblica, detto in maniera facile, a debito. Con le nuove norme, con il pareggio di bilancio in Costituzione secondo le indicazioni europee, l’Italia e gli stati potranno indebitarsi solo per una piccola frazione della propria ricchezza ogni anno, e si sono inoltre impegnati a ridurre il debito complessivo già sulle loro spalle per percentuali molto significative. Spiegazioni più ampie si trovano qui: il senso è che l’Europa si prepara a diventare una zona di austerità permanente, in cui sullo Stato come fornitore di servizi e aiuti si potrà contare in maniera generalmente più limitata.

L’impegno del fiscal compact è particolarmente gravoso per l’Italia, perché ci chiede di sgonfiare il nostro debito pubblico, anno dopo anno: il che si fa, ovviamente, con maggiori entrate (leggi tasse, o entrate di altro genere) e minori uscite (ovvero minori servizi). Ecco perché capire quali sono le posizioni dei leader sul tema è particolarmente importante.

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Se questo è Servizio Pubblico

Ieri era Silvio a giocare in casa?

Silvio Berlusconi ospite a "Servizio Pubblico"

Io non credo che il giornalismo sia Filosofia Morale. Quello è il mondo dei concetti assoluti ed integerrimi, giusto, sbagliato immutabili, delle grandi idee da difendere davanti alla Storia e ai nemici. Quella dei film, no? Delle grandi battaglie di ideali.

Io credo che il giornalismo a questo si debba avvicinare. Sempre tendere. Ma è una professione e missione complicata che deve tenere conto di tanti elementi: quadro politico, economico, la libertà effettiva che hai di scavarti una tua trincea nel rapporto con l’editore – sopratutto. Bisogna trovare uno disposto a difenderti economicamente e giuridicamente “against all odds”, davanti a tutte le avversità.

Scrivo questo perché a me pare che della memorabile esperienza televisiva di ieri sera, quel che rimanga è il fallimento devastante del team Santoro. Della più grande squadra di giornalisti filo-anglosassoni, teoricamente appuntiti, sempre temperati e pronti a fare la seconda domanda. E invece, un Silvio Berlusconi qualsiasi, ieri, li ha messi in difficoltà.
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“Monti ha fatto più decreti di Berlusconi”: davvero?

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No. I tecnici hanno fatto male, Silvio anche peggio. Come quella volta, con Eluana Englaro. 

Incredibile negli studi di La7, amiche e amici: un attempato leader politico tornato sulla scena ha potuto, senza alcun contraddittorio da parte di una delle più blasonate giornaliste italiane, sparare uno sfondone niente male su una delle materie più delicate della nostra Costituzione, su quella che ormai è una imperante malapratica, da parte di tutti i governi italiani almeno da trent’anni (considerate, c’è sui manuali di diritto pubblico).

“Il governo di Mario Monti”, ha detto Silvio Berlusconi, “ha potuto abusare della decretazione d’urgenza perché si era in una situazione eccezionale”; “un governo normale”, ha proseguito il Cavaliere, “deve invece utilizzare il disegno di legge”. Silvio Berlusconi è davvero tornato se, con la consueta scioltezza, rimette in campo una delle sue più note armi, ovvero la bugia parziale, anche detta “sfondone con pezze d’appoggio”. Perché partendo da una mezza verità, il nostro Silvio ha raccontato agli italiani una bella bugia. Davvero? No. Attenzione, factchecking in arrivo, spostatevi.

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La voce del padrone

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Ecco cosa significa avere Silvio Berlusconi di nuovo sulla scena politica.

Ma che le cose siano cambiate me lo fa credere il timido tentativo di contraddittorio di Massimo Giletti. Che dopo tre, o quattro abbai e dimostrazioni di violenza, comprensibilmente, china la testa e accetta le condizioni di chi si crede padrone della scena, uomo forte a prescindere, tornato in campo per vincere: “Mi siedo per l’ultima volta eh”, come a dire: “Guarda che ce le prendi, porta rispetto a papà”;  di chi tenta l’ennesimo contatto con l’uomo della strada, a cui vuole “rispondere prima di tutto”. Ignora, il poveraccio, che Giletti è il padrone del salottino di Rai Uno più amato dal popolo della tv-di-domenica-vista-di-sfuggita, dalle donne d’Italia-solo-il-primo-canale e non è esattamente un tenente dell’Armata Rossa. Contro l’Annunziata prender la porta poteva avere senso, elettoralmente paralndo: essere antipatica è un suo vanto. Giletti non è così, ha anche il suo bell’ovale, direbbero proprio le elettrici di Berlusconi, è conciliante, equidistante, accomodante. Insomma, mi sembra davvero che l’omino sia sopra le righe, a suo danno peraltro: su di lui previsioni non ne faccio più, perché è sapiente stregone. Ma l’aria che annuso è diversa: e con questa torniamo a parlar d’altro.

“In Italia parlano solo di Berlusconi”

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Non per insistere, eh. Ma davvero non ci si crede, e non ci crede neanche lui.

“Dovevo parlare ad una conferenza e poi mi doveva intervistare La Stampa. Inizialmente era previsto che parlassimo di Europa, della crisi dell’Eurozona, del ruolo delle comunicazioni all’interno della crisi e dell’Inghilterra (che sta per uscire dall’Europa se la strategia di David Cameron non sarà fermata). Ma invece, ogni domanda si riferiva a Berlusconi – se può vincere, se Mario Monti dovrebbe candidarsi, come dovrebbe trattare Berlusconi, se Berlusconi potrà essere un pericolo o un’opportunità per Bersani, se Berlusconi potrà prendere voti al Movimento 5 Stelle…”

Lui è Alastair Campbell, genio della comunicazione di Blair (disclaimer: non ne sono un fan) che si è trovato proprio questi giorni in Italia e ha pensato di vivere in un incubo. Intorno a lui, qualsiasi persona con cui parlasse pensava che il ritorno di Berlusconi fosse inevitabile: “E’ tornato, e sta facendo quel che gli piace di più – crea problemi, cambia il clima, irrita l’establishment tentando, allo stesso tempo, di esserne l’elemento dominante”. Ma come è possibile? Quale spiegazione?

La parte razionale di me dice che chiunque sia stato in giro per così tanto tempo, (…) e per cui non ci sia una quantità di tintura di capelli sufficiente a nascondere che ha quasi 80 anni non abbia alcuna possibilità. Ma forse, in Italia più che altrove, la politica è questione di emozioni almeno quanto lo sia di ragioni.

(C’è anche un libro che dice questa roba qui, mi è stato regalato e lo sto rileggendo perché credo sia proprio il momento giusto). E insomma, il Cavaliere è tornato: ed è davvero il caso di iniziare, per il centrosinistra, a disegnare e raccontare il paese che ha in mente, che vuole progettare, che vuole cambiare. Perché non basta parlare di spread e di economia finanziaria: bisogna emozionare gli italiani, dargli qualcosa di simile alla speranza che Obama ha promesso e dato agli americani.

Il giornalista della Stampa mi ha chiesto: “Chi vincerà?” Avevo appena parlato all’Enel, un discorso in cui avevo sottolineato l’importanza di posizioni chiare, pensate, radicate nella comprensione di una strategia. Tutto questo è volato fuori dalla finestra mentre dicevo la semplice verità: “Non ne ho la più pallida idea”.

Siamo qui. Berlusconi ha già iniziato a raccontare il suo paese, fatto di rifiuto delle burocrazie europee, fatto di “chissenefrega dello spread”, fatto di abbasso l’Imu, di abbasso la giustizia. Il centrosinistra farà bene a darsi una mossa e ad iniziare a raccontare il suo paese, fatto di – non mi ripeto – una politica diversa, alternativa, nuova. In fretta, però.

 

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Lasciamo stare lo spread

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Ieri scrivevo di come mettersi a parlare per tutta la campagna elettorale di spread, di pressioni sui mercati, di investitori internazionali possa tradursi in un vero e proprio autogoal per il centrosinistra. Credo che la prima pagina di Repubblica sia una dimostrazione abbastanza plastica di quello che intendevo.

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Vorrei essere chiaro: penso che la questione del finanziamento del debito del nostro paese e della fiducia degli investitori internazionali nei confronti dell’Italia sia molto importante. Ma non credo migliorerà semplicemente rimproverando Berlusconi perché è tornato in campo e infilandosi nel circo delle parole da analisti finanziari: sarei felice se per la politica italiana arrivasse il momento di una rivoluzione del lessico. Ragionare così significa inoltre ignorare che il debito pubblico italiano è di proprietà delle nostre banche, in percentuali davvero sostanziose, e che i famosi investitori internazionali se ne sono disfatti almeno da giugno, rimanendo poi alla finestra a vedere cosa succedeva.

Insomma, mi sentirei meglio se il centrosinistra lasciasse stare lo spread, la credibilità, i mercati, se vuole vincere le elezioni; li lasciasse a Berlusconi, che peraltro credo si sia nuovamente dimostrato più efficace dal punto di vista comunicativo, su questo tema: sono abbastanza convinto che dello spread non interessi nulla a nessuno, certo non al cittadino-elettore comune che lo sente distante, germanoide, complesso e inutilmente tecnico, come termine; e comunque, come ho già detto, parlarne e farlo diventare un argomento da campagna elettorale non cambierà di una virgola la situazione.

Delle tante cose che vedo nella prima pagina di Repubblica l’unica che mi sembra veramente interessante è la presa di posizione di Avvenire: abbiamo già visto come all’indomani delle primarie del centrosinistra il cardinale Fisichella avesse abbozzato un lancio anticomunista contro il pugno chiuso di Giuntella e soci; la cosa è finita lì. Ora la linea l’hanno data, in un magico triplete, Bagnasco della Cei, Vian dell’Osservatore, Tarquini dell’Avvenire: Berlusconi è un’irresponsabile, Monti è il futuro.

Su queste parole d’ordine il tam tam delle parrocchie farà campagna elettorale nei prossimi mesi. Ed è questo popolo (non queste gerarchie o queste opinioni, s’intende) che il centrosinistra, io credo, debba contattare: parlando dell’Italia, all’Italia, dei territori e ai territori; di politica industriale, commerciale, di sviluppo e ripresa. di mediterraneo. Se vuole vincere le elezioni, e vincerle bene.

 

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Lo spread, Berlusconi e i motivi per ignorarli entrambi

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Pierluigi Bersani, il Partito Democratico e tutte le forze che vogliono evitare il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida del paese dovrebbero evitare di impostare la campagna elettorale che si annuncia molto breve (un paio di mesi) e dunque ad altissima intensità sul trinomio allarmista: Silvio Berlusconi – spread -“la sfiducia dei mercati”.

I motivi sono plurimi, e alcuni sono più che evidenti. Da quando Silvio Berlusconi è tornato sulla scena politica non si fa altro che parlare di lui: lui che non ce la potrà fare a vincere le elezioni, lui che invece ce la farà, lui che è tornato, lui guarda che irresponsabile, lui ha fatto cadere il governo Monti, quello delle tasse, lui, lui, lui, lui quando c’era lui i treni partivano in orario. Se io fossi, come Berlusconi, un uomo che è sparito dalla scena pubblica per mesi e mesi, non chiederei di meglio che siano di colpo tutti gli altri a parlare di me: come vincere alla lotteria senza nemmeno aver comprato i biglietti.

Questo è un motivo, dunque, per parlare d’altro, per parlare dell’Italia. Allo stesso modo, non è affatto una buona idea star lì a vedere l’andamento dello spread e dei mercati come se fossero l’ultimo fumetto di ZeroCalcare: oddio, è salito, no è sceso, lo vedi, che irresponsabile, il complotto dei mercati, la finanza non è con lui, vedrai che perderà, gli investitori fuggono, con Silvio l’Italia andrà in rovina…. Eccetera, eccetera.

C’è un problema, a parlar così: per teorizzare una vendita di massa dei titoli di stato italiani da parte degli investitori internazionali il giorno dopo il ritorno di Berlusconi, c’è bisogno che questi investitori internazionali (banche, fondi e quant’altro) abbiano in portafoglio titoli di debito pubblico italiano. E invece, si sa che già da molti mesi il debito pubblico italiano è nelle mani delle banche italiane. e per percentuali davvero importanti: lo scriveva Bloomberg lo scorso agosto, citando un bollettino statistico della banca d’Italia (ultimi dati disponibili, quelli di giugno).

Le banche hanno aumentato il loro portafoglio di debito pubblico italiano di circa 14 miliardi di euro a giugno

E nemmeno a farlo apposta mentre scrivo il Tg La7 quantifica il valore dei titoli di stato italiani nelle casse delle banche italiane in 340 miliardi di euro. I prestiti della Banca Centrale Europea sono stati dunque spesi per sostenere le politiche del governo attraverso la partecipazione ad aste per i titoli pubblici, aste sempre più disertate dagli investitori internazionali: “I dati di oggi”, a giugno cioè, “evidenziano l’avversione al rischio e la mancanza di appetito per la carta del governo italiano da parte degli investitori stranieri”, diceva un analista a Bloomberg. E così, in mancanza d’altri, sono state le banche italiane a farne incetta, anche nelle ultimissime settimane.  Insomma, chi pilota la crescita e la discesa dello spread attraverso le operazioni sul Btp sono principalmente le banche italiane, ora come ora: anzi, il comportamento degli investitori internazionali riguardo il titolo italiano sembra essere piuttosto “hold”.

Tutto questo per dire che andare sul Wall Street Journal per “rassicurare i mercati” è da parte di Bersani una mossa piuttosto scivolosa. Da domani Berlusconi potrà agevolmente iniziare a scagliarsi – a ragione – contro le banche che comprano titoli di stato con i soldi dei cittadini europei per poi utilizzarli per destabilizzare l’Italia; e non solo: c’è il Monte dei Paschi di Siena che ha in portafoglio un bel po’ di debito pubblico italiano, e c’è Mussari al vertice dell’Abi; non vederci un conflitto di interessi a sinistra è davvero difficile.

Insomma: basta parlare di Monti e del suo posizionamento, basta parlare del ritorno di Berlusconi, basta parlare dei mercati, ai mercati, dello spread, basta da subito. La fiducia nel paese ritorna se si parla invece di politica industriale, di politica commerciale, di spazio mediterraneo, se si prendono posizioni auspicabilmente nette su temi importanti come la spesa pubblica (più, meno, migliore: Bersani, dì qualcosa).

Il primo errore che il centrosinistra può fare è quello di confezionare la campagna elettorale sia a Monti, sia a Berlusconi: capisco la generosità, ma questo è un suicidio. Il centrosinistra farebbe molto meglio a disegnare il paese che ha in mente, invece di “rassicurare i mercati”, che non hanno alcun bisogno di essere rassicurati e che comunque non si rassicurano così. Se poi bisogna salvare banche un po’ amiche ma un po’ fallite, capisco, ma è un altro problema.

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Eppure Monti ci lascia un paese migliore

L’ultima carta di Berlusconi

La fine di un’era


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