Statali, parastatali e affini

Ero partito con l’idea di scrivere qui che il certificato antimafia in effetti non è che sia molto utile. Ovvero, non è un certificato a certificare l’antimafia, ma la pratica quotidiana; e non è l’avere un pezzo di carta che garantirà che tu non pagherai il racket o non supporterai, in altro modo, la malavita, da esterno o interno che sia. Poi ho letto che il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan lo Bello, si è schierato in difesa del certificato antimafia, perché “proprio grazie al certificato antimafia e ai numerosi protocolli di legalità che sono stati creati, tante imprese pulite hanno potuto misurarsi con il mercato. Anzi, è il mercato stesso a essersi rafforzato grazie ai controlli sulle aziende. Perché in precedenza le società vicine a Cosa nostra schiacciavano le concorrenti oneste. Venendo meno il certificato antimafia, cadrebbe un controllo fondamentale. E si rischierebbe tornare ad anni bui per il mondo dell’impresa e per la Sicilia intera”.  Per cui ho deciso che, vista la posizione di chi il certificato lo subisce, ovvero gli imprenditori siciliani, evidentemente c’era qualcosa che mi sfuggiva, e dunque non scriverò più quel che avevo in mente di scrivere.

Mi pare ugualmente importante però dire che, travolto dalle ondate di critiche da parte dell’opposizione e delle parti sociali, il ministro Brunetta simpaticamente costretto a rettificare la sua posizione ne combina un’altra delle sue. E la combina proprio perché la sua vera proposta – non quella che la stampa comunista ha frainteso – è in realtà ben diversa.

Invece di chiedere al singolo imprenditore di fare il fattorino tra le amministrazioni, saranno infatti queste ultime a procurarsi direttamente presso gli uffici competenti la documentazione richiesta”. “Tant’è vero – prosegue la nota – che le amministrazioni certificanti dovranno individuare un ufficio responsabile per tutte le attività volte a gestire, garantire e verificare la trasmissione dei dati o l’accesso diretto alle informazioni da parte delle amministrazioni procedenti. Solo così arriverà a compimento il cammino intrapreso sin dal 1997 con le prime norme sull’autocertificazione, che potrà adesso cedere finalmente il passo alla “decertificazione”.

Il ministro entra a gamba tesa nell’effettivamente intricato mondo delle autorizzazioni statali necessarie all’iniziativa privata, sostenendo che, essendo necessario per un’imprenditore che vuole aprire il suo negozietto di ferri da stiro fare la spola fra mille autorizzazioni, bolli e uffici, il perverso meccanismo delle file allo sportello alla fine risulti in un disincentivo ad una serena attività di impresa. Il che è lapalissiano: o in ogni caso, a mio parere condivisibile. Per cui la proposta nuova  (di Brunetta, certo) è che sia l’amministrazione a sbrigare l’incomodo, cosicché l’imprenditore possa al più presto aprire quel che vuole e contribuire allo sviluppo del paese.

Ora il problema è che se questo succedesse veramente, sarebbe qualcosa di molto carino: ma con l’attuale lentezza della burocrazia italiana, almeno con le faticose autocertificazioni l’imprenditore aveva più o meno la certezza di dover passare quelle due-tre-quattro-mille settimane di inferno ma che poi, grazie ai meccanismi di silenzio assenso (prova che l’amministrazione non risponde ma lascia stare: che grande paese), la sequela di sportelli, autorizzazioni e impiegati da inseguire sarebbe in linea di massima finita.

Affidando invece il tutto ad una burocrazia pletorica e sottofinanziata, dunque lenta, gli imprenditori di tutta Italia potranno riscoprire il mistico gusto di votarsi al loro Santo più gradito, per riuscire ad aprire un esercizio commerciale – destinato peraltro ad un probabile fallimento, visti i chiari di luna. Per non parlare dell’intasamento dei tribunali amministrativi e della sensazionale contentezza degli avvocati amministrativisti, incaricati degli inevitabili miliardi di ricorsi contro una PA lenta quando non tendente all’errore, con relativa parcella. D’altronde è normale, visti i fondi messi a disposizione del settore pubblico in Italia: il mio papà suole chiedersi se possa far sugo una rapa. E la risposta è intuibile.

In breve. Secondo me, in un altro paese, con un altro governo e un altro ministro, l’idea di Brunetta potrebbe essere condivisibile: voglio aprire un’impresa? Chiedo al pronto impiegato le autorizzazioni necessarie che mi saranno consegnate da firmare in un tempo congruo; la mia principale preoccupazione rimarrà il catering per l’inaugurazione. Ma visto che siamo in Italia, mi sa che il problema non c’è, perché non cambierà comunque nulla: mi sembrano le solite chiacchiere.

(il titolo è una citazione, ma tanto lo saprete)

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