Cassazione e Gay, una sentenza che solo in Italia fa notizia

[per Giornalettismo]

E’ notizia di ieri che, secondo la Corte di Cassazione, dare del gay a qualcuno sia sufficiente per rimediare la condanna al reato di ingiuria. In questo modo la vicenda è presentata dalla gran parte dei quotidiani online.

In realtà, la cosa è un po’ diversa. Ci sono due poliziotti marchigiani che si stanno serenamente antipatici; si scambiano lettere accusatorie in cui si rimproverano le reciproche scorrettezze. Entrambi aspirano ad assumere la dirigenza dei vigili di Ancona, e, in uno di questi scambi di battute epistolari , uno dei due accusa l’altro di sottrazione di documenti, di favoritismi nell’ambito dei concorsi pubblici, e, a margine, pur professando la propria “laicità” e il proprio rispetto per tutti, gli rimprovera le sue tendenze sessuali. Insomma, come a dire: il posto spetta a me perché tu fai oscuri intrallazzi e scorrettezze, e comunque, diciamocelo, sei pure gay; e per carità, niente di male, ma ecco, insomma, anche no.

E che avrebbe dovuto fare la Cassazione, sottoscrivere? No: ha ovviamente rinvenuto in questo atteggiamento gli estremi per il reato di ingiuria. E dunque non è un ingiuria dare del gay a qualcuno: è ingiurioso accusare un omosessuale di “essere un omosessuale”, intendendo che questo possa far differenza ai fini della scelta del miglior capo possibile per i vigili di Ancona. E’ ingiuriosa la doppia morale, è insultante professarsi galantuomini ma sghignazzare sotto i baffi perché il nostro interlocutore, magari sarà una bravissima persona, ma resta un gay, e questo in qualche modo dovrà pur contare.

E’ però forse ora di capire che i gay non sono una riserva indiana di personaggi da baraccone, da guardare con quel divertito rispetto minimo che si riserva comunque alle entità di fattezza umana. Sono persone qualunque, con doti qualunque e vite normali. Certo, poi ci sono anche le macchiette, gli stereotipi, gli eccessivi e i sopra le righe, e so che per primi gli omosessuali sanno come queste figure non facciano bene alla loro lotta per i diritti e per l’affermazione: ma un vigile urbano omosessuale ha il diritto di essere giudicato in base alle sue qualità, come gli altri. Ha diritto a che non venga insinuato che visto che è gay, e che è stato allontanato (per motivi anch’essi discriminatori) da un club sportivo frequentato da minori, è inadatto a ruoli di responsabilità e si porta dietro quel preoccupante odore di pedofilia – perché due più due fa sempre quattro, nella nostra forse affrettata visione del mondo.

Usare la parola “gay” come insulto improprio è ingiurioso: lo ha stabilito la Cassazione. Giusto in Italia questo fa notizia.

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