Libera stampa

Questa storia del sostegno pubblico all’editoria dell’informazione è tutt’altro che semplice.

Come è noto il Governo, che mediante maxiemendamento e fiducia sostanzialmente si sta scrivendo e approvando da solo la Finanziaria – una roba purtroppo già vista, ma che resta anticostituzionale, illiberale, folle, però va bé, che devi fare – ha cancellato con l’articolo 53 bis della manovra il sostegno. Tremonti ha poi promesso che sarà ripristinato per decreto, o comunque in qualche modo, successivamente.

Già qui abbiamo una prima criticità, da molti peraltro sottolineata: il Governo si è ripreso la competenza a decidere i destinatari del contributo all’editoria. Sarà emanato un decreto, del cui contenuto, com’è normale, non è dato sapere; e sarà dunque il Governo a decidere chi si gioverà degli aiuti pubblici, in modo del tutto discrezionale.

Al di la di questo aspetto, la discussione sul tema è aperta da anni, da quando Report la mise sul tavolo nella puntata ormai arcinota.

Da un punto di vista puramente teorico, se sta in piedi il libero mercato – e pare che ci stia – non ha senso sovvenzionare con finanziamenti di qualsiasi genere un prodotto privato (e che privato è bene che rimanga, a meno che non si voglia la stampa di stato, e non sarebbe una buona idea). Il secondo livello del problema è però il fatto che l’informazione non è propriamente un “bene privato”, ovvero un normale bene che ha come sua destinazione naturale lo scambio sul mercato; anzi, somiglia molto di più a un bene pubblico, definizione della teoria economica per descrivere quei beni per cui il mercato non funziona e fallisce. Ma sarebbe un’analisi fuori fuoco se evidenziassimo solo questo: in effetti è l’informazione come tale ad essere un bene pubblico, e non il supporto oggettivo, il veicolo con cui ci arriva sotto gli occhi. Il giornale, il quotidiano, sopporta dei costi di produzione e distribuzione e, inserito in un ottica di commercio, può essere ben trattato come un bene di mercato.

Stavamo però parlando dei contributi pubblici all’editoria. Un terzo livello della questione, meno generale e più “italiano”, è la presenza, fra i giornali che “non vendono”, di testate storiche, blasonate, importanti e rilevanti (l’Unità, una su tutte), di cui sarebbe accettabile la chiusura per mancanza di fondi. Non solo un peccato, proprio una cosa inaccettabile: il mercato non è tutto. Lo so, c’è anche La Padania fra questi, ma se per far vivere l’Unità lo stregone cattivo mi condannasse a dover vedere in giro anche La Padania, è un prezzo che pagherei col sorriso.

Ma qui casca l’asino, perchè, se è vero che i finanziamenti ‘a pioggia’ non vanno bene, visto che il contribuente ha finanziato, in questi anni, anche testate come Buddismo e Società -ma poi, vedete, a me pare già di esser diventato un qualunquista: chi sono io per dire che Buddismo e Società non merita sostegno pubblico? Io i soldi ai buddisti li do volentieri, che male hanno fatto – dicevo, se decidiamo che i finanziamenti a pioggia non vanno bene, allora però bisogna stabilire quali sono, i criteri con cui si assegnano i finanziamenti. Chi è titolato a riceverli? Se si vogliono escludere le ipotesi estreme – o tutti, o nessuno – bisogna fare una scelta.

Scelta che a me pare impossibile, un tipico caso di summum ius, summa iniuria. Chi decide quali sono le testate che meritano di essere sostenute? Quelle che vendono poco, quindi un criterio quantitativo, per cui lo Stato ‘ti aiuta a crescere’? O quelle che ‘scrivono bene’, adottando un criterio qualitativo – ma chi decide cosa vuol dire ‘scrivere bene’, però?

La verità è che non mi pare possibile svincolarsi dagli estremi – tutti o nessuno, appunto – senza prendersi la responsabilità di un giudizio di valore che sarebbe inevitabilmente influenzato da pressioni politiche e/o lobbistiche, per cui finirebbero per entrare nel criterio scelto solo gli organi di informazione ‘amici’. O si prende una decisione coraggiosa, chiedendo all’informazione di misurarsi onestamente sul mercato, sopprimendo dunque per tutti il sostegno pubblico, o l’unica soluzione – che è quanto di più lontano dall’essere quella giusta, secondo me: ma è l’unica applicabile – è il finanziamento a pioggia. Ed è quello che, vedrete, continueranno a fare,  spesso giocherellando coi propri interessi con la scusa, stavolta purtroppo vera, di non poter fare altrimenti. Quel che dico io, per essere chiari, è che se ci si sente coraggiosi, allora via il finanziamento per tutti: in ogni altro caso non c’è altra via che il finanziamento a pioggia.

Si potrebbe però ben modificare il modo in cui esso è concesso, questo si. Attualmente è proporzionale alle copie tirate (non vendute, tirate: son furbi), per cui se stampi 100, circa 50 (se non sbaglio i calcoli disposti dalla normativa) te lo restituisce lo Stato. Si potrebbe agire qui, magari prevedendo un forfait invece di una percentuale, per cui se hai diritto al contributo verrai sostenuto con una somma una tantum, e per il resto te la dovrai cavare da solo. Anche perchè ragionando in termini di sostegno percentuale (sulla base della tiratura, poi), è evidente che chi è già grande diventa ancora più grande, mentre chi è piccino ha ancora molto da faticare. E, in finale, ‘sostegno’ un cavolo.

4 Responses to “Libera stampa”


  1. 1 tooby 10 dicembre 2009 alle 11:32 am

    Se finanziamenti devono esserci, io credo debbano essere decisi dal mercato, non dagli editori stessi (in base alle copie stampate e neppure in base alle copie distribuite gratuitamente – fatte salve, forse, quelle distribuite nelle scuole, comunque entro certi limiti, una tantum, magari, come hai detto tu), né dalla politica (in base a quel meccanismo in base al quale ti toccano quattrini se il tuo giornale è appoggiato da un paio di parlamentari). E credo che questo sia il primo e sacrosanto taglio.

    Detto questo, si ritorna al problema del come far decidere al mercato in che modo distribuire questi finanziamenti, in sostanza: deve essere deciso in base alla quantità o alla qualità dei giornali?

    È un problema complesso, ma in generale credo che i finanziamenti debbano essere erogati in base alla qualità che esprime il mercato attraverso la quantità, ovvero chi più vende (nelle edicole e con gli abbonamenti) più avrà. Detto altrimenti, se non vieni letto, devi chiudere o rimanere in piedi con le tue sole forze.

    Tu mi dirai: così favorisci i grandi gruppi editoriali, i soliti noti, Corriere, Repubblica e compagnia bella. Ma questo è facilmente aggirabile fissando dei paletti: puoi decidere di fare una specie di cinque per mille per i giornali, laddove i finanziamenti vengono distribuiti a chi non opera per scopo di lucro; puoi decidere di finanziari solo i giornali che vendono ma che sono in sofferenza, perché è assurdo che un Corriere della Sera riceva finanziamenti e poi li distribuisca sotto forma di dividendi (la cosa è un po’ complicata, ma con un po’ di buona volontà si potrebbe fare – magari stabilendo che i contributi debbano essere temporanei) e forse altro ancora (ad esempio finanziare i giornali finanziariamente, eticamente, socialmente virtuosi). Fatto questo, credo che il fabbisogno del fondo sia già calato ben al di sotto del miliardo corrente.

    Quanto alla quantità del finanziamento, si può pensare ad una percentuale del prezzo per copia: ti finanzio con un x% del prezzo del giornale per ogni copia che vendi. In questo modo tu incentivi (o dovresti incentivare, la cosa andrebbe studiata meglio e sto facendo solo brainstorming in pratica) i giornali a fissare un prezzo che ti permetta di sopravvivere, ma che comunque non puoi spostare troppo in alto perché altrimenti vendi meno copie e prendi meno finanziamenti. La percentuale, poi, potrebbe essere legata ad una soglia massima di cui il fondo per l’editoria può disporre (ancora, auspicabilmente inferiore al miliardo), ma qui le cose si complicano ancora di più e non vado oltre.

    Come detto, sono solo delle idee che andrebbero approfondite, ma il tempo mi manca. Ciò che però è vero è che noi paghiamo parlamentari e amministratori e burocrati perché approfondiscano queste idee: ciò che manca, probabilmente, è la volontà di farlo, perché spesso chi eroga i fondi (Berlusconi, Ciarrapico, Angelucci, il PD, la Lega) sono gli stessi che poi li riceveranno (il Giornale, Libero, l’Unità, la Padania).

    Che dici, chiedo troppo?

  2. 2 Tc 10 dicembre 2009 alle 11:43 am

    io contesto l’assunto alla base del tuo ragionamento: il fatto cioè che il mercato, attraverso la quantità venduta, esprima la qualità. amici di maria de filippi è vincente sul mercato, ma per me la qualità resta zero.

    😉

    Tc

  3. 3 tooby 10 dicembre 2009 alle 11:55 am

    Tu dici che la stessa gente che vede Maria de Filippi compri regolarmente i giornali? Così a naso (ovvero pensando a conoscenti lo fanno) direi di no.


  1. 1 Riflessioni sul finanziamento ai giornali | L'Olandese volante Trackback su 11 dicembre 2009 alle 2:01 pm

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