Vecchi falsi problemi ed argomentazioni controproducenti

La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha deciso oggi che tenere un simbolo religioso in una classe di scuola pubblica viola i diritti dell’uomo, specificatamente quello di ogni genitore ad educare i figli alla maniera che ritengono giusta, e la libertà di religione degli alunni.

Io ho sempre trovato tutta la questione del crocifisso in classe tremendamente noiosa. Ma è un giudizio personale, intendiamoci: credo, ho sempre creduto, che il crocifisso in sé non sia il problema, non sia il punto vero della questione. Fu argomento di molte delle discussioni adolescenziali che intraprendevamo nell’ora di religione dibattito, una delle tante scuse per scannarsi ed impiegare gli ormoni in surplus che l’età passava.

Ero comunque, moderatamente, del partito del “toglierlo”. Perchè, pensavo, a me non creava problemi non trovarmelo davanti la mattina. Ho sempre vissuto la mia religione in maniera a-simbolica: insomma, è difficile da spiegare, ma non mi sentivo meno cattolico se non avevo il crocifisso appeso in classe, e non mi sembrava di fare peccato nell’accettare che si togliesse. Qualcuno diceva che gli dava fastidio, io avevo l’impressione che ciò fosse solo un suo puntiglio, ma non mi importava particolarmente. L’imporsi sugli altri in nome della propria fede aveva e ha per me un nome preciso: Crociata.

Ma al di la delle mie esperienze personali, questa è una giusta questione di principio che vale la pena dibattere. Vediamo.
La Giurisprudenza italiana sul crocifisso in classe è ferma al 2006, quando il Consiglio di Stato, in una sentenza molto discussa, affermò piu o meno quello che oggi la Gelmini ha ripetuto: il crocifisso è un veicolo di simboli e valori ben oltre la stretta religiosità, ed ha dunque una valenza laica che tutti possiamo apprezzare anche se non credenti. Discorso piuttosto fumoso, che fece applaudire i tanti teorici delle “radici cristiane dell’europa”.

La CEDU con la sentenza di oggi inverte questa tendenza. Ma le argomentazioni che usa, a mio parere, sono criticabili se non controproducenti.

Dire che trovarsi un crocifisso in classe è inaccettabile perchè mina la libertà di educazione dei genitori sui figli può essere vero: per i non credenti, però, che non vogliono un’educazione religiosamente orientata. L’impianto non convince: tanto è vero che è lo stesso identico argomento, questo, che usa da sempre la Chiesa Cattolica nell’invocare il finanziamento pubblico alle scuole private, mediante voucher o trasferimento diretto. Schema: l’educazione è un bene pubblico, perciò provvede lo stato; ognuno ha libertà di educare i figli come vuole, anche cristianamente se ritiene: perciò lo stato deve dare i soldi alle scuole cattoliche. Come vedete, il ragionamento è speculare a quello della Corte e, per questo, dovrebbe reggere ugualmente.  Ma allora, chi ha ragione?

Più adatto, volendo, il secondo argomento, quello della libertà religiosa degli alunni, per cui se essi entrano in una classe con un crocifisso, se devono chiedere di non avvalersi dell’IRC e non possono invece avvalersi di nessun altro insegnamento religioso perchè non è fornito, certamente la loro autodeterminazione finisce per essere un po’ pilotata. Ma qui il punto è cruciale, perchè la questione è delicata come il filo di una bomba: dipende tutto da quale tipo di laicità adottiamo.

Concezioni del tipo “laicità negativa”, o militante, “laicitè de combat” per cui lo stato rifiuta l’influsso religioso e gli sbarra la strada, quasi, mantenendosi rigidamente neutrale, non possono ovviamente accettare nessun tipo di simbolo di nessun tipo, punto e basta.
Secondo l’impianto della “lacità positiva” invece, inaugurata da Sarkozy nel suo discorso a San Giovanni in Laterano nel 2007 e ora molto di moda, la morale laica e quella religiosa si sorreggono a vicenda. Perciò, in pratica, val bene la sentenza del Consiglio di Stato per cui il crocifisso va apprezzato per i generali insegnamenti, buoni per tutti, che esso tramanda.

Ovunque si guardi insomma si trovano concezioni migliorabili, parziali, non soddisfacenti: e siamo solo sulla superficie di quello che sarà il più grande tema dei nostri tempi, il nuovo/vecchio/rinnovato rapporto fra antiche religioni ed entità statali in trasformazione.

14 Responses to “Vecchi falsi problemi ed argomentazioni controproducenti”


  1. 1 juhan 3 novembre 2009 alle 4:01 pm

    Bisognerebbe mettere a lato di Gebù papi e le veline (una per volta, che siamo cattolici), altro che toglierlo

  2. 2 luca 3 novembre 2009 alle 4:19 pm

    Non capisco perché la posizione di chi non vuole un’educazione religiosamente orientata debba essere invalidata da quella di chi chiede il finanziamento pubblico alle scuole cattoliche.
    A mio avviso le due cose potrebbero anche convivere.
    Solo che la seconda (il finanziamento) dovrebbe per coerenza aprirsi non solo alla religione cattolica, ma pure ai musulmani, agli ebrei, ai testimoni di geova, ai raeliani, ai seguaci di manitou, ai fedeli del flying spaghetti monster…

  3. 3 mario 3 novembre 2009 alle 4:22 pm

    ai miei vecchi tempi (trentacinque anni fa), senza tante storie il primo giorno di scuola ci si arrampicava sulla sedia e si toglieva il crocifisso che, per un anno, restava nell’armadietto della biblioteca di classe. nessuno si riteneva offeso.
    ma dove siamo andati a finire.

  4. 4 Tc 3 novembre 2009 alle 5:04 pm

    @ luca, se intendi che le scuole dovrebbero “ascoltare il proprio territorio” e attivare di conseguenza la possibilità per i propri studenti di fruire di corsi orientati alle loro necessità, allora si, posso essere d’accordo.

  5. 5 luca 3 novembre 2009 alle 5:27 pm

    @Tc: no, non intendo quello. E non capisco cosa vorrebbe dire all’atto pratico “ascoltare il territorio”.
    Semplicemente dicevo che se si accetta il principio per cui “ognuno ha libertà di educare i figli come vuole, anche cristianamente se ritiene: perciò lo stato deve dare i soldi alle scuole cattoliche” lo stesso discorso dovrebbe valere per qualsiasi altra religione. E allora apriti cielo.
    Ma la mia questione è che non capisco questo punto del tuo ragionamento: “Come vedete, il ragionamento è speculare a quello della Corte e, per questo, dovrebbe reggere ugualmente. Ma allora, chi ha ragione?”

  6. 6 Tc 3 novembre 2009 alle 6:01 pm

    Si può sostenere allo stesso tempo che avere il crocifisso in classe violi il diritto dei non credenti all’educazione dei figli, e che non averlo violi il diritto dei credenti all’educazione dei figli. Se si adotta questo argomento, secondo me, non se ne esce.

  7. 7 luca 4 novembre 2009 alle 12:32 am

    Falso.
    Una parete vuota è neutra.
    Una parete con un simbolo rappresenta una sola idea ed esclude tutte le altre.

  8. 8 anellidifum0 4 novembre 2009 alle 5:00 am

    ça va sans dire, in tutto l’Occidente non esiste che in un luogo pubblico sia rappresentato il simbolo di una religione. Questo genere di polemiche si sentono giusto in Italia. Magari tra 50 anni se ne sentiranno anche in Iran.

  9. 9 Tc 4 novembre 2009 alle 12:11 pm

    luca, infatti è proprio quello il punto: alcuni genitori non vogliono un’educazione neutra. secondo l’argomento della corte allora, il loro diritto è sacrificato (in modo ingiustificato).

    guarda che non sto dicendo che non sono d’accordo: dico solo che l’argomento è fallace.

  10. 10 luca 4 novembre 2009 alle 12:30 pm

    L’argomento è fallace solo se pensi che imporre la propria idea e imporre nessuna idea siano atteggiamenti equivalenti.

    Non puoi mettere sullo stesso piano un genitore che vuole un’educazione improntata ad una specifica religione per il proprio figlio (e per quelli degli altri, eh, bada bene, qui si sta parlando di scuola pubblica) e chi ne richiede una neutra.
    Non è lo stesso diritto, mi spiace.

  11. 11 Fabiano 4 novembre 2009 alle 3:42 pm

    @luca:credo che tommaso voglia dire una cosa più semplice, ossia che, secondo il giudizio della corte, se è diritto di un ateo(laico significa ben poco)educare un figlio senza influenze religiose, è diritto di un cattolico dire:”io voglio che mio figlio abbia un educazione cattolica, quindi che vada a scuola dalle suore, ma non ho i soldi per mandarlo, quindi, siccome educare mio figlio come credo è un mio diritto, lo stato deve aiutarmi=>dare i soldi alle scuole private”.
    Le cose si basano entrambe sul diritto di educare i figli come si vuole.Di qui la contraddizione

  12. 12 luca 4 novembre 2009 alle 4:05 pm

    @Fabiano: il tuo discorso (come quello di Tc) è chiaro.
    Quello che voglio dire è che se si intende essere coerenti, allora le scelte sono due: o si imposta la scuola in maniera veramente laica o si rispettano le scelte religiose di TUTTI, ma proprio tutti, pure a chi crede in manitù. E allora se io voglio fondare una scuola ad indirizzo “manitù”, lo stato deve dare dei soldi anche a me, non solo alle suore.
    È per questo che mi pare che l’unica soluzione *praticabile* sia quella del lasciare fuori le religioni dall’istruzione pubblica.
    Oppure continuare a privilegiarne solo una, come si fa adesso. Ma a me non pare giusto.

  13. 13 Paolo 17 novembre 2009 alle 11:50 pm

    Ahi me, quanti ancora nell’illusione che ci possa essere un’educazione neutra!
    Ogni stato ha una sua costituzione, che riconosce e afferma dei valori in base ai quali si organizza. E i docenti di scuola pubblica dovrebbero conoscerli, accettarli e trasmetterli. Questo non è neutralità. Eppure è un bene.
    La parete potrà anche essere lasciata vuota, ma andrà a finire che ci metteranno qualcos’altro o qualcun’altro: o un oggetto del desiderio, o un qualche idolo dello sport o dello spettacolo, o il volto di un qualche “pensatore”, che non fu neutro perché prese posizione nel suo campo specifico.
    E poi che libri di testo useranno gli alunni? Di quale area culturale e politica? Quali giudizi storici, letterari, ecc. gli saranno trasmessi?
    Quello che ci può essere, e vale la pena richiedere, è che ci sia un’educazione onesta, dove ciascuno sa chi è l’altro, lo accoglie per quello che è e lo rispetta.
    Conosco numerose scuole cattoliche, persino gestite da religiosi, frequentate da agnostici, atei, musulmani, buddisti, testimoni di geova, che hanno i loro crocifissi un po’ dappertutto (al muro e al collo degli insegnati). Ma le famiglie di non cattolici sono contente ugualmente, perché vi trovano ciò che è decisivo nell’educazione: attenzione e rispetto alla persona umana e sincero rispetto sulle posizioni di ciascuno: su quelle di chi insegna e su quelle di chi è educato.
    Invocare la neutralità educativa in nome della laicità dello stato è un grande equivoco (se non è malafede…).


  1. 1 Questione di argomenti « D-Avanti Trackback su 4 novembre 2009 alle 1:39 pm

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