Le parole rivelatrici

[per la serie: lunga roba noiosa]

E’ uscita, dopo tanto attendere, l’enciclica di papa Benedetto XVI, quella che doveva essere l’enciclica “sociale” del pontificato. E certo, di questi temi tratta il pontefice.  Io ne ho letta gran parte, e ho letto vari articoli a commento, tutti orientati verso la glorificazione a priori di questo importante gesto. Soprattutto fra le opinioni di sinistra (“il Papa che vuole dare un anima al mercato“, addirittura), la contentezza è molta, magari perchè può sembrare che abbiamo finalmente persino il Santo Padre “dalla nostra” a criticare il sistema capitalista: come se il Papa avesse veramente recuperato Marx (ne parlavamo tempo fa). Beh, notizia: a me non pare l’abbia fatto. Ed è sotto la scarsa attenzione a questi comportamenti che muore la laicità dello Stato: solo perchè il Papa parla di Economia non vuol dire che bisogna farci una bandiera. Dipende da quello che dice.

Una premessa: l’Enciclica tratta tematiche importanti. Il precariato, il lavoro, la condizione economica, i poveri. Roba grossa, ed è un merito che va dato a questo testo.

Ma. La lettura è scorrevole e non spiacevole fino a che non mi imbatto in una espressione che mi fa raggelare. “I poveri sono una risorsa, non un fardello“, scrive il Papa, e io rileggo per essere sicuro di aver capito bene. I poveri sono una risorsa? Per chi? In che senso? Da sfruttare? Qualcosa che conviene?

“Risorsa” ha un significato ben preciso. Vuol dire o mezzo con cui si risponde a un bisogno, o fonte di ricchezza. Ed ecco che il castello di carte mi pare crollare schiacciato dall’impeto di una parola; parola che invalida tutti gli altri discorsi grandi e belli. Una persona in stato di disagio economico non è una risorsa. E’ una persona con un problema, causato da un sistema imperfetto e la cui portata distruttiva va arginata, per evitare la tragedia. E il mercato non può tenere conto dei poveri “come una risorsa“: questa suonerebbe come una giustificazione della potenza incontrollata del mercato, e dell’esistenza della povertà. A me pare lampante. L’intero paragrafo, il 35, in cui tratta del rapporto fra ricchezza e povertà, è contraddittorio, sostenendo a un tempo l’importanza, appunto, dei poveri come risorsa, il rifiuto dell’assistenzialismo ma anche l’interesse dei paesi ricchi a far progredire quelli poveri (come se fosse questo il punto).

Volendo andare al di la anche di questo, conosciamo il nocciolo del pensiero Ratzingeriano. Il turbomercato, essendo un eccesso di superbia dell’uomo che affida la ricerca del suo benessere ai beni terreni, “toglie dalla storia la speranza cristiana”. Cosa modera questi eccessi? Il comportamento etico, la propria retta vita interiore, che insegna a tutti gli uomini “la straordinaria esperienza del dono” e l’importanza dell’economia “distributiva” accanto a quella “commutativa“. Ovvero, la redistribuzione accanto al solo scambio per il profitto.

Ecco l’importanza della Carità, dell’Amore, all’interno della vita economica. E dove si trova questa Carità? Nella Verità. E chi è l’unica depositaria di questa Verità? La Chiesa.

Quindi, a mio parere, con argomenti facili e un po’ trendy, e tanto per fare un po’ parlare le folle dei “mi si nota di più se cito il Papa”, B.XVI richiama al magistero morale della Chiesa le linee guida anche dell’agire  economico. Ed è, peraltro, una canzone che ho già sentito: riaffermare il magistero della Chiesa su tutto quanto l’imponibile, perchè solo la Chiesa sa la strada giusta. Sulla Politica (anzi, sui politici, in modo da rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta), sulla Vita Pubblica (la religione cristiana e le altre religioni possono dare il loro apporto allo sviluppo solo se Dio trova un posto anche nella sfera pubblica, par 56), e ora sull’Economia. L’impostazione è coerente con il programma pastorale di Benedetto XVI: in un momento in cui il relativismo trionfa, il modo per conciliare la Chiesa con quella Modernità che non ha mai accettato, è quello di dire alla Modernità che deve andare a bussare alla porta della Chiesa, per farsi insegnare a vivere. La libertà va moderata, va guidata.

Il Papa afferma esplicitamente di aver invertito San Paolo. L’apostolo delle genti diceva che la Verità è nella Carità. “All’uomo rimangono solo tre cose: la Fede, la Speranza e l’Amore. Ma la cosa più importante di  tutte è l’Amore”, ed è Prima Lettera ai Corinzi, e Parola di Dio. Il Papa cappotta l’affermazione: la Carità è solo nella Verità. “Un cristianesimo di carità senza verità può venire facilmente scambiato per una riserva di buoni sentimenti, utili per la convivenza sociale, ma marginali” scrive il teologo, e non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni. A me pare che San Paolo filasse meglio, come discorso. Più aperto, più arioso. L’amore è di tutti.

Michael Novak, autorevole esponente dei teocon Statunitensi, il quale scriveva frasi tipo “forse nessuna attrice è mai stata tanto soddisfatta di un’esibizione che le ha procurato una standing ovation quanto un imprenditore soddisfatto di ciò che ha saputo realizzare”, intervistato su La Stampa dichiara oggi di essere estasiato dall’enciclica, e che il Papa non nomina mai la parola Capitalismo perchè “libero mercato ed etica cattolica oramai sono la stessa cosa”. Ora, delle due: o ha ragione o si sbaglia. E se ha ragione è un problema.

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