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Facciamo come in Belgio, dài

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Poi dici a che serve studiare diritto.
Disse Vito Crimi, neo capogruppo al Senato del Movimento 5 Stelle:

Domanda: Siamo di fronte a un’ipotesi di tipo belga, dove c’è voluto più di un anno e mezzo per fare il nuovo Governo? “Si’, perché no?”, è stata la replica di Crimi.

Il problema è che se veramente foss imo in Belgio, e dunque ci si trovasse impantanati “in un’ipotesi di tipo belga”, il problema non ci sarebbe affatto.

Il primo ministro è nominato dopo che l’incaricato [dal Re] riesce a trovare un accordo [con le forze politiche] e generalmente è lui che viene nominato primo ministro. Gli altri ministri e segretari di Stato sono nominati su proposta dell’incaricato. Infine, la Camera dei Rappresentanti è incaricata di procedere ad un voto di fiducia. (…) I ministri e i segretari di Stato non sono responsabili se non davanti alla sola Camera dei Rappresentanti.

Si chiama: bicameralismo imperfetto. Il Belgio ha la Camera e il Senato, come l’Italia, ma solo una delle due vota la fiducia al governo. Così, se si facesse “come in Belgio”, come tanto dicono i deputati del MoVimento 5 Stelle, la coalizione del Partito Democratico avrebbe ampiamente i numeri per governare da sola, perché sarebbe la sola Camera dei Deputati ad accordare la fiducia al governo.

Perciò, sì, dai: facciamo come in Belgio. Ascoltateli, questi del MoVimento, no? L’avranno studiato, il diritto costituzionale.

Caro Napolitano, dai il governo al MoVimento di Beppe Grillo

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Lettera aperta al presidente della Repubblica

Caro Giorgio, caro Presidente della Repubblica,

in tempi in cui “ognuno vale uno”, io sento di valere ben meno nell’indirizzarti questa missiva da un blog che in passato ha avuto qualche fortuna e che, per motivi di impegno personale, ormai, non riesco ad aggiornare e tenere vivo come vorrei. Ma questo, adesso, lo scrivo, credendo che sia importante.

Caro Presidente della Repubblica, la Costituzione ti affida un’importante scelta, quella di individuare una persona che possa rappresentare il Parlamento eletto dagli italiani, averne la fiducia, governare. Ti prego di fare la scelta più radicale possibile, a questo punto, che appare essere anche quella più corrispondente al risultato del voto elettorale, nonché quella che va più nella direzione della stabilità del Paese.

Affida l’incarico ad un esponente del MoVimento 5 Stelle. 

Abbiamo vissuto gli ultimi mesi persi nella categoria dell’ineluttabilità. Era ineluttabile, infatti, che il centrosinistra di Pierluigi Bersani avrebbe vinto le elezioni. Io so perché non ci ha neanche provato. Lo so da fonti certe, interne, affidabili, ma non è questo ciò di cui parliamo: viviamo invece, adesso, in una seconda ineluttabilità. Sulla stampa. Nei discorsi. Nelle opinioni: sarebbe ineluttabile che proprio Pierluigi Bersani abbia l’incarico di provare a formare il governo, confrontandosi in Parlamento sui temi da lui individuati.

Nel proporre questa ipotesi, la stampa, i dirigenti di partito, l’establishment italiano, sanno già che fallirà. La propongono come una sorta di ossequio (ineluttabile) al non-vincitore delle elezioni, utile a prendere tempo e a preparare la nuova ed ineluttabile (questa sì) sconfitta. Ma un non-vincitore non è un vincitore, è un perdente, una persona che ha perso e non ha il consenso dell’elettorato. Parallelamente, sui giornali, si parla moltissimo della vittoria del MoVimento 5 Stelle, che a questo punto possiamo definire una “sconfitta-non sconfitta”, dunque una vittoria, vera e piena. Proprio per questo:

Affida l’incarico ad uno di loro. 

Magari da loro individuato. Magari allo stesso Beppe Grillo. Non so, questo è secondario. Dirai: non hanno i voti per governare da soli. Beh, non li ha neanche il Partito Democratico con la coalizione Italia:Bene Comune. L’operazione che loro stanno facendo è nota: continuare a “tenere il punto” confidando, in cuor loro, che alla fine alla fine Grillo riconosca il loro “primato morale” e scenda a patti con il grandepartito-grandeforzapolitica-grandeforzapopolare che essi sentono di essere. Come tutti sanno e dicono, questo non succederà. E non succederà perché il MoVimento 5 Stelle ha tutto da guadagnare dall’ingovernabilità del paese, se rappresentata dai volti e dalle storie altrui. Proprio il contrario di ciò che tu devi garantire.

Non sta a me ricordare i tuoi doveri costituzionali: tu li conosci benissimo. Purtroppo il Partito Democratico non sembra riuscire a rendersi conto che rovesciando i termini della questione, il suo potere contrattuale e politico aumenterebbe a dismisura. Se fosse il MoVimento 5 Stelle a doversi sobbarcare la responsabilità del governo, certamente solo ai voti parlamentari del centrosinistra dovrebbe guardare. Se provasse a contare solo sui suoi voti, si tornerebbe immediatamente alle urne. Se provasse a voltarsi alla destra di Silvio Berlusconi, i suoi elettori lo abbandonerebbero senza appello.

E questo è un’opzione che Grillo, dopo essere andato al governo, sebbene con mandato esplorativo, non può certo permettersi: investito della responsabilità di governo, il MoVimento 5 Stelle si sarebbe invece reso responsabile dell’ingovernabilità e dell’ennesimo schianto del paese. Con quale faccia, allora, Grillo chiederebbe i voti? E’ invece realistico che il Partito Democratico, forza responsabile, voterebbe la fiducia ad un governo 5 Stelle, potendo peraltro condizionarne sia la composizione che l’agenda.

Questo, la dirigenza del Pd non sembra capirlo. C’è chi ha suggerito a Bersani di offrire la guida del governo a Grillo, o a uno dei suoi: già, ma non l’ha fatto. L’opzione che ho provato a descrivere, credo, darebbe al paese un governo anche relativamente stabile, e perciò, mi sembra – sono solo uno studente di diritto, e un giornalista: le mie sono solo opinioni, proposte, suggestioni – sarebbe la via più rispondente alla tua missione istituzionale.

Lascia stare quello che ti diranno i partiti. Lascia stare quel che dice la stampa. Parti dal popolo e dal risultato elettorale.

Affida il governo al MoVimento 5 Stelle. Il governo nascerà e, vedrai, governerà, anche solo per quelle riforme urgenti che tutti attendiamo (no “il paese”, no “i mercati” né “l’Europa”: tutti noi).

A me questa sembra l’unica via d’uscita dalla nebbia in cui, come tu hai detto, si fa fatica ad orientarsi.

E’ tutto nelle tue mani,

con rispetto e stima,

Tommaso.

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A Grillo converrebbe darsi una calmata. Ecco perché

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Credo che Beppe Grillo dovrebbe essere considerato da adesso in poi (e che dovrebbe iniziare a considerarsi) niente più di quello che è: non essendo eletto, un autorevole blogger del MoVimento 5 Stelle, non in grado di dare indicazioni politiche al suo MoVimento. Anche perché lui e Messora stanno facendo, se mi consentite, più danni che altro.

Ma non alla democrazia italiana, proprio al MoVimento 5 Stelle. Siamo rimasti al grande rifiuto, da parte di Grillo stesso, alla mano tesa da Pierluigi Bersani – ribadita oggi stesso con l’ennesimo post del blog basato peraltro su un pezzo di Maria Teresa Meli che Renzi aveva già smentito in mattinata (bellissima operazione, complimenti vivissimi). Rifiuto scontato, inevitabile, fate voi e non mi interessa. Come ho scritto, Grillo così sceglie la strada più facile: ma, mi sono reso conto, più facile solo per lui, non per il Movimento, che avrebbe tutto da guadagnare, credo, in termini elettorali da un’alleanza col Pd.

Il punto è questo: Grillo, dice, fa capire, fa intendere, di voler governare da solo. Vuole un governo a guida 5 stelle, a maggioranza 5 stelle, con ministri 5 stelle. Nel parlamento italiano per eleggere questo governo i voti, attualmente, non sembrano esserci. Circola l’idea che il Pd offra a Grillo la guida dell’esecutivo: è una buona idea, ma mi sembra si sia già arenata, e comunque loro lo farebbero, semmai, solo con l’appoggio esterno del Pd – difficile che il Pd accetti addirittura di appoggiare dall’esterno un governo 5 Stelle. Prima o poi, in ogni caso, si tornerà ad elezioni.

Ma quel che sta facendo Grillo, spero senza rendersene conto, è alzare l’asticella, e di molto. Il MoVimento 5 Stelle è il primo partito d’Italia, è vero, ma per essere autosufficiente in Parlamento dovrebbe passare dal 25% attuale almeno al 35% a livello nazionale e vincere in Lombardia, Veneto, Campania, e Sicilia alle prossime elezioni. Quel che sta chiedendo Grillo ai suoi attivisti è di crescere di 10 punti in termini elettorali nel giro di 2-4 mesi, sopratutto nelle regioni chiave: è una sfida, grossa. E’ un rischio molto intenso. Ovviamente, è possibile: se il MoVimento 5 Stelle ci riuscisse, non ci sarebbe da fare altro che togliersi il cappello e augurargli buon lavoro. Ma Grillo deve rendersi conto che, ed è questo che secondo me non capisce, in questo modo alle prossime elezioni qualsiasi percentuale il MoVimento prendesse, inferiore al 35%, sarebbe una grossa sconfitta per Cinque Stelle. Si certificherebbe che non è in grado di crescere e di rappresentare la società italiana nel suo complesso.

In breve, secondo me è chiedere troppo, e tutto insieme. La domanda è: il MoVimento 5 Stelle è in grado di crescere di dieci punti in meno di un anno? Secondo me no. Non così. Anzi, secondo me continuando su questo andazzo i voti li perderà. Le ultime prese di posizioni vogliono un M5S che invita i due partiti maggiori ad accordarsi per un governissimo su cui sparare (e credo che Bersani non abbia intenzione di prestarsi a questo giochino) o addirittura una riedizione dell’esperienza Monti come “commissario di Stato” mentre il Parlamento vota e approva le riforme di impulso volute da Grillo e dai suoi.

Mi sembrano entrambe strade morte. In sostanza Grillo sta permettendo o la nascita di un inciucione, o una riedizione dell’esperienza Monti, personaggio che i suoi elettori odiano come nessuno. Direi che Grillo dovrebbe darsi una calmata e ragionare in termini, sì, più politici: a meno che, ovviamente, del consenso elettorale gliene importi davvero poco e che l’intenzione sia quella che Giuditta Pini ha ricordato su Facebook. Ma ovviamente, così, è tuuuutto un altro discorso; e ci vedremo sulle montagne.

Ciao, sono nel limbo del Partito Democratico

E così è uscito il regolamento per le primarie dei parlamentari del Partito Democratico, e io, mi sembra, non potrò votare.

Come ho detto tempo addietro, io sarò fuori dall’Italia in quei giorni, e non è stato previsto alcun metodo di voto a distanza. Comprensibile: sarebbe molto difficile coordinare uno sforzo del genere e capisco la scelta. Non credo nemmeno che “fatte così sono primarie di apparato” – anche se la possibilità, per ogni iscritto, di poter mettere più di una firma a sostegno dei candidati si poteva pensare: i tempi sono quelli che sono, e la scelta è comunque rivoluzionaria.

Dicevo, io non potrò votare: a Roma. Ma non è che vado in Cambogia: sarò, in quei giorni, in una grande capitale europea. E allora, mi chiedo – perché non è chiaro, dal regolamento: potrò, almeno, votare per scegliere i candidati della circoscrizione estero del Partito, votando così “da fuorisede”? Oppure – sarebbe splendido, ma la vedo improbabile – votare all’estero per i candidati della mia circoscrizione elettorale?

Insomma, sono caduto nel limbo delle primarie dei parlamentari. In ogni caso io, prima di partire, consegnerò al segretario del mio circolo e della mia federazione territoriale una busta chiusa con la copia della mia tessera elettorale, della mia tessera del Pd, con dichiarazione autografa di voto. Chissà che non la prendano in considerazione.

Prossimamente vi dirò chi, comunque, potendo voterei e voterò.

 

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Primarie dei parlamentari, voglio votare in anticipo

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C’è un modo in cui il Partito Democratico, davvero, può vincere le primarie dei parlamentari: perché, direte, rischia di perderle? Mediaticamente sì: perché è già iniziato, su vari media, un comprensibile tam tam riguardante la scelta della data.

Andiamo con ordine perché la notizia è recente: siccome le elezioni politiche saranno celebrate a febbraio, il Partito Democratico ha fissato le consultazioni per selezionare i componenti delle liste bloccate per il prossimo 29 e 30 dicembre; consultazioni aperte anche ai simpatizzanti, non solo agli iscritti. “Le primarie di capodanno”, sono state già ribattezzate, e con qualche ragione: chi mai andrà, si legge in giro, a votare in quei giorni, fra la spesa del cotechino, delle lenticchie, partenze per i viaggi, cenoni e parenti? Rispondono i più: solo i militanti duri e puri. E così, se Beppe Grillo è stato sommerso da un diluvio di critiche per i 30mila voti complessivi per le “sue” parlamentarie, il Partito Democratico dovrà fare molto, molto meglio per non subire un danno d’immagine devastante.

Se primarie devono essere, che siano vere, sia nella forma (come si presentano, il che è moltissimo: bravo Bersani) che nella sostanza. La data, in effetti, è un problema: come risolverlo?

Facile, credo: early voting.

Ammesso che si definiscano in tempi brevi il regolamento di queste consultazioni (quanti posti riservati alla segreteria nazionale? chi decide il rimanente delle liste votabili? chi si può candidare?), votare in anticipo è perfettamente possibile. Se il Partito Democratico scegliesse di impegnarsi per sciogliere questi nodi in una settimana a partire da oggi, anche in 10 giorni, si potrebbe partire con le operazioni di voto anticipato (nei circoli del partito, ad esempio), fin dal 22 dicembre. In questo modo la partecipazione di chi, ad esempio, ha intenzione di partire, magari all’estero, per le vacanze di Natale e Capodanno, potrà comunque partecipare a questo davvero pregevole esperimento di democrazia, capace di scardinare dall’interno il sistema del Porcellum.

Non ho problemi a fare outing: io il 29 e 30 dicembre non sarò in Italia, e mi dispiacerebbe non poter votare per comporre le liste della mia circoscrizione parlamentare; il problema mi tocca personalmente, come penso sia per molti altri, sinceri militanti ed elettori che vorrebbero avere il modo di votare anche in quella scomoda, ma credo logisticamente inevitabile, data. Quindi, basta organizzarsi, organizzarsi bene per favorire la massima partecipazione.

Un’altra idea potrebbe essere quella di permettere il voto in qualsiasi circolo del Partito Democratico in Italia e all’estero. Anche questa soluzione andrebbe benissimo, ma mi sembra tecnicamente più complicata.

Oppure, ancora,  si può fare in un altro modo. Si potrebbero definire regole e liste intorno al 23 dicembre, non spiegarle bene, non lavorare in nessun modo per trasformare una splendida affermazione di principio (“primarie per i Parlamentari aperte anche ai non iscritti”) in una possibilità praticamente realizzabile senza troppa difficoltà per il cittadino, e far passare il messaggio che se si vuole partecipare alla democrazia, cavolo, bisogna pur sacrificare qualcosa.

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L’incerto all’appuntamento con Beppe Grillo

Mi è dispiaciuto aver potuto solo scrivere due analisi dell’incerto per il primo turno di queste primarie. Purtroppo gli impegni si sono accavallati: tuttavia, non è ancora finita, perché il secondo turno ci dà l’occasione di sviscerare ancora e meglio quali siano i punti controversi dei, a questo punto due, candidati alle primarie del Centrosinistra.

Ovviamente l’incerto ha votato, non dice come, e andrà a votare anche al secondo turno. Ho una mezza idea riguardo sul nome su cui orientarmi al ballottaggio, è una mezza idea abbastanza solida ma è pur sempre una mezza idea, pronta ad essere smentita dai fatti, dalle affermazioni, e dai programmi. Questa volta però, non parliamo né dell’uno né dell’altro: parliamo di quel che succederà appena si metterà piede nel nuovo Parlamento, dopo le elezioni del prossimo aprile. Sono due gli appuntamenti importanti che bisognerà necessariamente prendere in considerazione, ovvero la presenza, imponente, del movimento 5 Stelle, che sarà probabilmente la terza o seconda forza parlamentare del paese; e l’elezione del Presidente della Repubblica. Forse dovremmo ancora parlare di temi e dossier programmatici: ma per far passare i programmi e farli diventare leggi servono i voti, e Giorgio Napolitano ci ha insegnato come un presidente della Repubblica possa avere un ruolo difficilmente trascurabile nel gioco politico quotidiano. Dunque entrambe le questioni mi sembrano più che centrali.

Iniziamo dalla prima delle due. Diciamo che la legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, non sarà in nessun modo modificata dalle forze parlamentari: ancora oggi ho sentito Enrico Letta che diceva, cattivissimo, che semmai il Pd farà “le primarie per le liste bloccate”. La verità, credo, è che come nel 2008 il Porcellum garantisce un ricco premio al partito con un voto in più, e ad oggi i sondaggi danno al Pd ben più di un voto in più: tutto è ancora aperto, sopratutto date le incombenti primarie del PdL, ma credo (spero?) che la situazione non cambi di molto dal punto di vista dei voti, credono e sperano lo stesso anche i leader del Pd e la sensazione è che questa legge in fondo faccia comodo.  A legge elettorale vigente, le percentuali degli ultimi rilevamenti danno la coalizione di centrosinistra avanti, tallonata dal Movimento 5 Stelle: media degli ultimi sondaggi Pd, 28%, più 5% Sel e altri spiccioli dei socialisti, arriviamo al 34% (hey guarda, la percentuale di Veltroni, senza SeL). Chi può dire se questa percentuale salirebbe, e di quanto, se le primarie le vincesse Renzi? Vedremo: in ogni caso, secondo Scenari Politici, sarà il dato del Movimento 5 Stelle a rimanere ancorato al 20%.

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Gli studenti, le manifestazioni e le primarie del diritto allo studio

Mio fratello, okkupante la sua scuola pubblica “contro la privatizzazione dei saperi” e “contro il Ddl Aprea”, non andrà a votare alle primarie del Pd. Non ci andrà perché è minorenne, ma se fosse maggiorenne domani, comunque non ci andrebbe: “Non ho seguito, non mi sono informato, che dice Grillo?”. Ecco un ragazzo che il centrosinistra italiano non sa nemmeno dove sta di casa, e di cui il centrosinistra italiano non sa l’indirizzo.

Informazione flash: sono tanti. Moltissimi. Praticamente tutti quelli con cui ho parlato, esplicano la propria voglia di politica in manifestazioni spontanee, male organizzate e senza particolare attenzione ai contenuti. Niente di male, più o meno lo facevamo anche noi: ma poi, quando c’era da andare a votare per le primarie del Pd, ci siamo andati più o meno tutti.

Forse ci andranno anche loro, fra due anni. Forse no. Non è questo il punto. Il punto è, come ho detto l’altra volta, è riuscire a capire chi, a questo giro, può vincere due volte in una volta sola; portare a casa un’elezione che definisce un’epoca. E mi sembra dunque doveroso guidare il mio incerto interiore, nelle pagine e pagine di dichiarazioni programmatiche, partendo innanzitutto da quello che per me è il mattone del futuro. Il diritto allo studio.

Davanti alle immagini dei soliti ignoti che tirano i lacrimogeni dalle finestre del ministero; ascoltando, leggendo, i racconti dei ragazzi che partecipano alle manifestazioni; guardando le scuole del mio Municipio romano occupate in sincronia dagli studenti – “ma voi non avevate Facebook”; vedendo le immagini delle cariche della polizia, degli effetti personali degli studenti gettati nel Tevere, delle provocazioni di Blocco Studentesco che è stato lasciato imperversare nelle nostre scuole con una colpevolezza che rasenta la complicità, mi sembra evidente che la scuola italiana è completamente persa; come priorità della sinistra, intendo. Abbandonata sia nei principi che nelle pratiche quotidiane dell’azione politica: diciamo che, nonostante le intenzioni, ce la siamo persa per strada. E deve tornare ad esserlo, una priorità, bisogna riacchiapparla per diventare effettivamente un paese civile.

Vediamo dunque chi convince di più il mio incerto interiore sui temi della scuola, del diritto allo studio, dell’istruzione fra Pierluigi Bersani, Nichi Vendola, Matteo Renzi.

Nota iniziale: non prendo nemmeno in considerazione i programmi di Laura Puppato e Bruno Tabacci. Credo che la Puppato sia una donna straordinaria che stia correndo per la battaglia sbagliata. Se il punto è la presenza femminile, diventa una battaglia di testimonianza. Lei doveva essere il candidato del Pd alla Regione Veneto, per liberarci definitivamente della Lega anche lì. O almeno provarci. Così prenderà il 2% e sarà bruciata. Il mio voto non cambierebbe la questione. Bruno Tabacci è una persona serissima; su molte cose però non siamo d’accordo. Lo vedrei bene come ministro. Prenderò solo in considerazione i candidati che.. uhm, potrei votare. 

Oh, ragassi, volevate mica una cosa precisa. 

Iniziamo con il programma del segretarione, l’uomo di Bettola. Quando si trattò di essere incerti su chi votare al congresso del Pd, tirai fuori una definizione di Pierluigi Bersani che ebbe una certa fortuna: è come il Tg3. Solido, rassicurante, genericamente affidabile ma concretamente generico. E’ bello vedere che, anni dopo, ben poco è cambiato. La sezione del programma sulla scuola del candidato Bersani si chiama “Saperi” e sarà lunga al massimo 100 parole. Gli impegni concreti, se così si può dire, sono tre.

È necessario un piano straordinario contro la dispersione scolastica, misure per il diritto allo studio e investimenti sulla ricerca avanzata nei settori trainanti e a più alto contenuto d’innovazione. CREDIAMO NEL VALORE UNIVERSALISTICO DELLA FORMAZIONE, DELLA PROMOZIONE DELLA RICERCA SCIENTIFICA E DELLA RICERCA DI BASE IN AMBITO UMANISTICO.

Quindi, riportare i pischelli a scuola, “misure per il diritto allo studio e investimenti per ricerca e innovazione”. Wow, ganzo: a scrivere una roba del genere ci riuscivo pure io. Sarà anche “solo una delle 10 idee”, non sarà un programma preciso: e allora, che dovremmo dire? Tutto condivisibile e molto giusto. Però manca un come, manca un quando, manca un dove-trovi-i-soldi. Mancano cose ancor più avanzate del banale “diritto allo studio”: una scuola partecipata, democratica, più potenza alle rappresentanze studentesche, una scuola come luogo di comunità, un ragionamento senza paraocchi sulla didattica italiana, sulla classe docente, sul ritmo vitale dello studente italiano costretto a mostruose ore di libri quando la pedagogia moderna e sperimentale dice ormai con forza che la strada da prendere sarebbe un’altra… Non vorrei essere severo: so che se/quando Pierluigi Bersani sarà al governo, l’Italia sarà un posto migliore e l’istruzione sarà al centro dei pensieri del nuovo esecutivo. E avremo scuole di qualità e università competitive. Ma qui c’è solo un incerto che legge i programmi, e se legge questo trova poco. Segretà, sarebbe 5

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Il problema di Renzi (e di chi vuole cambiare il Pd)

Matteo Renzi ha vari pregi, davvero molti: per chi è, per come si pone e per quello che fa, per il Pd e per l’Italia; tutto davvero meritorio. Su questi non mi concentro perché a mio parere sono evidenti.

Matteo Renzi, la sua operazione, e la sua intenzione, per come l’ho capita io, non sono invece privi di problemi.

Il primo problema è ciò che succede a tutti quelli che, nel Pd (non nella sinistra, nel mondo, nella vita: nel Pd. Nel partito della sinistra italiana erede della storia e della trazione di quel tipo di sinistra), tentano di saltare la fila. Perchè io non dimentico che prima di Renzi e della Leopolda c’era Civati, e prima ancora c’è stato Ignazio Marino, e poi ci fu la Serracchiani, e prima ancora c’erano quelli di Piombino, e prima ancora c’era quella che ormai è la nonna di tutte queste esperienze – ovvero, iMille. E’ insieme bello e terribile dire che quelle riunioni, quelle idee e quei fermenti hanno dato questi frutti: terribile perché l’ispirazione originale che quel momento aveva avuto era stata formalizzata da Marco Simoni quasi 3 anni fa: si tratta sempre e ancora di “uccidere il padre”. E io non dimentico – perché c’ero – che allora, all’assemblea dei Mille, venne Veltroni e prese la parola e ci disse:  “Uccideteci pure, ma non diventate come noi”. Ecco, è quello che ha detto Bersani, no? “Siamo a disposizione, i giovani facciano, prendano il loro posto, ma senza scalciare”. Certo: perché se arrivi “da fuori”, se non sei uno della fila, e ti permetti di parlare, un modo per farti stare zitto lo trovano, di sicuro; e questo è un lamento che sono sicuro in molti, fra le persone che leggeranno il post (forse) condivideranno, ricordando i propri episodi personali.

Continua a leggere ‘Il problema di Renzi (e di chi vuole cambiare il Pd)’

Ma anche part-time, volendo

Che il Partito Democratico avesse problemi di comunicazione, di quella immediata e veloce, quella che serve a stampare i manifesti che poi si appiccicano per le strade, non era un mistero per nessuno. Anzi: più volte le campagne comunicative del Pd, fin dai tempi di Veltroni, passando per Franceschini, fino ad oggi con Bersani sono state oggetto di aspre critiche per la totale incapacità di veicolare un messaggio univoco e potente. La casistica è ampia: ricordo, a memoria e senza linkare, quelli di Bersani con le maniche arrotolate che sembrava un sessantenne un po’ maniaco; quella con i tizi photoshoppati con i fumetti in giallo evidenziatore, poi c’erano quelli verdi affissi in giro per Roma, poi c’erano quelli della campagna elettorale per le europee che erano una cosa tipo “UE!”, poi c’erano quelli con gli omini che spingevano fuori le parole…Insomma, un vasto campionario da cocktail dell’assurdo, a più riprese triturati dalla satira virale e diffusa che su Facebook la fa da padrone.  Io credo che stavolta, però, siamo andati oltre.

A mio probabilmente inadeguato parere, l’ultima campagna del Partito Democratico non significa assolutamente nulla. Tantomeno trasmette qualcosa. “Italiani a tempo pieno”, che c’entra con … qualsiasi cosa? Cosa si vuole sottolineare? Che altri non lo sono? Ma altri chi? Non si capisce. Si sta parlando della crisi economica? Del caso Ruby? Di non so cos’altro? Non lo so, non si capisce. “Italiani a tempo pieno”, poi, per fare che? Per risolvere i problemi, forse: e quali sono? Non lo so, non si capisce. E perché non “Europei ogni giovedì” o “Terzomondisti quando capita”?. “Sempre Italiani” ovvero “Solo italiani”? No, perché a quel punto non sono neanche d’accordo.

Leggo il manifesto e non ho alcuna informazione in più rispetto a quelle che avrei se non l’avessi mai visto: non so cosa è il Pd, non so quali sono i problemi e non so come vuole affrontarli, non lo so né emotivamente, né razionalmente. A me pare che l’automobilista che vede di sfuggita il poster mentre torna a casa – questo è il target dei manifesti, no? Comunicazione rapida e veloce – non inizia a ragionare sul futuro politico di questo paese. Non mi sembra ci sia alcun input, alcuno spunto di riflessione, alcuna possibilità che 10mila di questi manifesti in giro per le città si convertano in 1000 voti in più per il Pd. E allora, che li si stampa a fare?

Se deve lavorare così, preferirei che il Pd, i manifesti, non li facesse affatto, primo perché sono un suo elettore; secondo poi, visto che incidentalmente questa roba viene stampata con i soldi del rimborso pubblico. Sul quale posso anche essere d’accordo, c’è la questione del finanziamento della politica e tutto quanto: ma almeno, utilizzateli per fare le cose bene. Altrimenti ci compro casa.

L’educazione sessuale del giovane PD

[per Giornalettismo]

Posso Dirlo?” Dica, vicesegretario, dica. “Dobbiamo diventare più sexy”. Non è H&M che pubblicizza la sua nuova linea primavera-estate per il 2010: è Enrico Letta, vicecomandante del principale partito del centrosinistra italiano, il PD, intervistato da Marco Damilano sull’Espresso di questa settimana. “Come vi attrezzate ai tempi nuovi?” chiede il notista politico del settimanale più prestigioso d’Italia; “dobbiamo diventare più attrattivi”, risponde l’ex-candidato segretario.

Bene. Ma attrattivi è una cosa, attraenti è un’altra. Un partito attrattivo si valuta sui contenuti che propone, sulle politiche che mette in campo e sulle proposte che porta avanti per il paese; un partito attraente è mera apparenza. Sexy è apparenza. E se è vero che Letta nelle risposte immediatamente successive illustrerà due proposte di assoluto contenuto, come una nuova politica fiscale e l’adozione della trasparenza nella politica come parola d’ordine per il PD, allora il problema qui è solo di linguaggio.

Cosa si pensava di fare con un’uscita di questo tipo? Si pensava che non sarebbe risultata come nota stonata? Se si dichiara qualcosa del genere, è normale che diventi ciò che risalta maggiormente dell’intera elaborazione, magari a scapito di punti ben più importanti. Le gaffes, in politica, non sono permesse: mai. Anche se si pensa una cosa del genere, non la si dice.

Perché si fa la figura di quello un po’ ganassa che butta lì la parolina magica fingendosi molto smart, e invece fa solo ridere i polli. “Partito sexy, non so se mi spiego” – occhiolino. Hanno bisogno di un partito sexy i cassintegrati di tutta Italia? Gli importa dell’attrattiva sessuale, ovvero dell’attraenza esteriore del partito che li dovrebbe rappresentare, i precari e i diseredati del Paese che attendono risposte? No. Hanno bisogno di Pierluigi Bersani che fa rapa a zero Marco Travaglio quando quest’ultimo inizia a spararle troppo grosse sul PD e sul lavoro. Hanno bisogno di una classe dirigente unanimemente concreta che, davanti alla fuffa fritta degli ultimi 15 anni guardi l’Italia con occhio critico costante per proporre una solida alternativa.

Il PD è tutto questo? Probabilmente, o quantomeno forse. Ma nel momento in cui si inciampa in tali cadute di stile, la gente si mette a ridere e passa ad altro. La nostra è eccessiva severità? Mettiamola così: era proprio necessario esprimersi in quel modo? No. E allora, nel dubbio, meglio lasciar perdere. Se c’è anche mezza possibilità di essere male interpretati, tanto vale mettere maggiore attenzione sulle proprie parole.

Tralasciando il fatto poi che il centrosinistra ogni tanto se ne salta fuori con queste metafore sessuali non del tutto giustificate. Non è la prima volta. Le continue fibrillazioni della maggioranza di Romano Prodi, quella che votò per un soffio a favore della missione italiana in Afghanistan, erano “thrilling”, “sexy”: arieccolo.

Potrebbe anche essere che qui serva un po’ di sana educazione sessuale. Nel centrosinistra ogni tanto qualcuno dice “tette” e tutti ridacchiano, come se avessero quindici anni. Magari devono parlare un po’ con la mamma, che gli spieghi come nascono i bambini.


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