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E se la soluzione non fosse Renzi, ma Bersani?

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Vi stupirò.

Premesso: io vorrei un centrosinistra in grado di vincere le elezioni. In grado di fare una maestosa campagna elettorale, di convincere gli incerti, di “spostare a sinistra il paese” per poi vincere, sontuosamente, le elezioni politiche e governare con una larga maggioranza. Qualcosa che si chiama “politica”. Per quello che so, questo centrosinistra in Italia non c’è mai stato: abbiamo avuto dei centrosinistra sicuri di vincere e che hanno perso (Occhetto), che si sono suicidati (il grande Rutelli e il primo Prodi in tandem con d’Alema), che pur di vincere hanno candidato Mastella (secondo Prodi), che volevano vincere ma gli è mancato quel di più (Veltroni), che erano sicuri di aver già vinto e poi hanno non-vinto (Bersani).

Come sa chi segue questo blog che scorre ormai come un fiume carsico – hey, non guardarmi così, rosico già abbastanza da solo, ok? ok? – io alle primarie del centrosinistra ho votato, alla fine, Matteo Renzi. L’ho votato dopo un lungo processo di avvicinamento in cui ho analizzato i programmi dei due contendenti e mi sono ritrovato, come pensavo, più a sinistra di tutti e due su alcuni temi chiave. Ma ho votato Renzi, fra i due, perché i toni dei Bersaniani mi avevano fatto venire l’orticaria. E siccome li conosco, so che sono proprio quelli, i toni. E non ce l’ho fatta.

In seguito ho avuto modo di “rivendicarmi” in famiglia, con gli amici, nel partito per il poco che lo frequento, quel voto; ne sono stato contento perché mi sembrava che Renzi avrebbe potuto vincere le elezioni con quel largo margine che io volevo. Oggi, con un intervento che ha monopolizzato le pagine dei giornali, Renzi è uscito dal silenzio in cui si era trincerato – piacevolmente – negli ultimi tempi e ha detto “o governo con il PdL o al voto”. Con me, sottintende lui.

Ed è per fedeltà alla premessa iniziale che inizio a chiedermi se la soluzione, al prossimo giro, non debba essere Matteo Renzi, ma guarda un po’, per assurdo, persino Pierluigi Bersani.

Metto in fila le mie impressioni. Renzi vuole andare a nuove elezioni, e vuole guidare lui il centrosinistra. Si parlava fino a poco tempo fa di un quadro che mi sembrava il più adeguato: nuove primarie con Renzi incoronato vincitore naturale dalla mancanza di altri candidati credibili, e uno come Fabrizio Barca alla guida del partito. Era ok. Invece Renzi ha accelerato, dice strane cose su patti con Berlusconi e a questo punto mi sembra l’ora di dire che, secondo me, Matteo Renzi così ha ben poche possibilità di vincere le elezioni.

Principalmente perché ho davvero l’impressione che questo suo atteggiamento possa essere interpretato come scissionista, cosa che finora lui non è mai stato. Non capisco perché ha interrotto il silenzio: sono ancora convinto che questo governo a bagnomaria alla fine si farà, dopo l’elezione del successore di Napolitano; ma durerà poco, e lui sarebbe stato in pole position per guidare la coalizione. Invece, ha parlato adesso, e ho l’impressione che stia facendo male i suoi calcoli.

Andando alle elezioni così, con questa acredine, con l’ombra di un patto con Berlusconi, molti di quelli che lo guardavano con simpatia, me compreso, si troverebbero in difficoltà a votarlo; e viceversa chi lo odia come la peste avrebbe più di un appoggio per dimostrare che come-aveva-sempre-pensato Renzi è il vice di Silvio da Arcore. Si aggiunga che Renzi non è più “nuovo”, ha fatto la sua battaglia e l’ha persa. In sintesi, e ne ho parlato con molti, Matteo Renzi pare ormai bruciato; e sta finendo, peraltro, di darsi fuoco da solo.

E invece Bersani? Perché potrebbe essere la soluzione? In sintesi, potrebbe esserlo se decidesse di fare la campagna elettorale, che non ha voluto fare – meglio: gli hanno consigliato di non fare – perché la partita si credeva già vinta e bisognava al massimo preparare l’accordo con Monti. Se Bersani volesse, potrebbe fare davvero la campagna elettorale in grado di radunare intorno a se i simpatizzanti di Matteo Renzi, i tanti delusi del Movimento 5 Stelle – che sono tanti, zì, teggiuro proprio – e pronti a votare una linea politica che sia netta e condivisibile. Quella che Bersani, tragicamente, ha avuto dopo e non prima della campagna elettorale.

Tutto questo può esistere a patto di prendere non il povero Stefano Fassina, ma quel che lui ha detto dopo le elezioni (“le campagne elettorali non spostano voti”) e di buttarla al gabinetto – la frase. Certo, però, magari non mandatelo in telecamera così spesso, perdiamo 100mila voti a minuto (ciao Stefano, non ti conosco, ma è quello che penso). Dicevo, il momento è propizio: Beppe Grillo ha letteralmente cacciato a pedate, con un post sul suo blog,  i simpatizzanti generici, quelli che costituiscono il 70% dell’elettorato di una forza politica, dicendogli che hanno sbagliato voto e devono tornare a votare per i partiti. Benissimo: vorrei parlare con alcune di queste persone, ne conosco un po'; a pelle, direi che se Bersani facesse Bersani, al prossimo giro, probabilmente lo voterebbero.

Se non Bersani, dunque, almeno un Bersani. Ma vero, però. Senza freni, questa volta.

Non ho ancora deciso se la penso così. Ma un po’ la penso così.

L’alba

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Finirò di scrivere questo post, lo pubblicherò e andrò a dormire. Domani mi sveglierò e andrò a votare.

Voterò per il centrosinistra di Pierluigi Bersani, nonostante una campagna elettorale mirata più che altro a tenere compatto il proprio fronte, nella speranza (sicurezza? calcolo?) che i voti degli altri sarebbero calati. Non è che questo approccio mi piaccia tantissimo, ma tant’è, questa non è una dichiarazione di voto.

Io non so chi vincerà, eppoi sono scaramantico, per cui non lo dico: so che comunque andrà domani finirà un’era, e ne inizierà un’altra. Perché avremo un Parlamento pieno di giovani, e di donne, di persone mai viste che inonderanno i telegiornali. Avremo un nuovo presidente del Consiglio, un nuovo Capo dello Stato, un nuovo Papa: i miei venticinque anni, ai quali non manca molto, cadono in un periodo di vie da prendere, scelte da disegnare. Qualcosa, lo sento da un po’, si rimetterà in moto.

Per inerzia, non per volontà di qualcuno, perché arriva sempre un punto in cui la ruota si sblocca. Non so dove andrà. E’ stato difficile crescere ed affacciarsi agli anni che contano nell’Italia di Silvio Berlusconi; nel 1994 avevo 6 anni e giocavo al computer. Sono tanti, tanti anni. Siamo cresciuti insieme, io e Silvio; mi ha cresciuto lui, ci ha cresciuti tutti. I democristiani avevano insegnato all’Italia che i peccati vanno fatti di nascosto e poi vanno nascoste anche le tracce; Berlusconi ci ha rivelato che l’Italia è, da qualche parte, anche una società di persone che ruberebbero pur di essere ricche e che quando c’è da pagare, volentieri invocherebbero un privilegio. Ma non è stato neanche questo.

Il problema è stato l’angoscia. Il sentirmi immerso in un tessuto che mi ripeteva: sarà una merda. Dovrai combattere. Non c’è lavoro. Dovrai espatriare: e come se non bastasse, era pure tutto vero. In parte ringrazio, questi messaggi ripetuti a tamburo: hanno fatto sì che iniziassi presto a trottare.

Non racconto la mia storia, anche se devo una spiegazione a quelli che prima venivano qui regolarmente, e ancora si affacciano quando scrivo: diciamo che il tempo che dedicavo a questo spazio è ora assorbito nello studio, che tenta disperatamente di sopravvivere (ce la farà) alla mia agenda quotidiana, da un paio d’anni a questa parte ormai, per fortuna, piuttosto fitta.

Non so chi vincerà domani, dicevo; so che la società italiana è cambiata. L’ha cambiata la rete, che negli ultimi anni si è diffusa a livello capillare: un buon termometro è la facoltà di Giurisprudenza, dove studio. Composta – non è per insultare, eh – da persone in media grige, e grigemente medie, dedite all’accumulo di nozioni, al fammi-firmare-che-tanto-non-ti-ascolto, e Ruzzle durante le lezioni, all’avvocato wannabe, lavoro danaroso (che poi, manco è vero). A domanda del professore, chi avesse il computer a casa, tutti hanno alzato la mano. E poi, i tablet, la navigazione mobile, vabè: insomma, la tecnologia dilaga. E questa è la base. Senza la ruota, niente commercio. Senza la stampa in serie non sarebbero state possibili né la Riforma Protestante né la Rivoluzione Francese; senza l’industria non sarebbe nato il Socialismo. Le modifiche tecnologiche disegnano e plasmano i cambiamenti sociali: chi è meglio equipaggiato, ha più opportunità.

Ed è dalla rete che sale il MoVimento che ieri ha fatto 800mila persone in piazza (secondo loro: ma diciamo sei piòtte? Quattro piòtte? Non conta: sono passato ieri tornando dal lavoro, la piazza era piena e loro erano un botto, ma una cifra proprio). Di loro, dei grillini, non ho paura, anzi, in parte sono contento del successo che avranno, per una serie di ragioni. Principalmente, il loro è un programma di sinistra: acqua pubblica, connettività, nuova mobilità, fonti rinnovabili, sviluppo economico sono le loro Cinque Stelle, e vanno bene tutte. Ieri, da casa, sentivo il comizio e c’era ben poco che non condividessi, nelle lotte dei comitati per l’acqua, antinucleare, queste piccole reti locali che la forza di Grillo e del Movimento sono riuscite ad incapsulare.

Il problema, lì, è lui: è il fatto che se non sei come dice lui, piglia e ti butta via, ti espelle; e i suoi piccoli ultras che applaudono, sguinzagliati in ogni dove, e che a volte insieme a lui dimostrano di essere fuori dalla grazia di Dio (caso Favia, caso Salsi, cas0 Agnoletto, per metterne in fila tre). Per questo non li voto – non li avrei votati comunque, ma è un motivo in più. Il problema è questo suo fare ducesco, ma per il resto, credo che se parlassi con un esponente del MoVimento che non sia fuori come una zucchina (non ne conosco, di esponenti intendo, e non so quale è la media) ci troveremmo d’accordo su moltissime cose; e so che all’interno dei seguaci di Grillo ci sono anche moltissimi raccogliticci che vengono da destra, ma se questi figuri hanno piacere di lottare per l’acqua pubblica e le biciclette, che dire, è in gran parte un problema loro.

In ogni caso – mi dilungo su Grillo perché è importante – loro sono l’effetto di una responsabilità del centrosinstra: l’aver mal governato nel 2006. Perché da questo punto di vista il discorso è più che lineare: mi avete convinto a votare per voi, poi non avete fatto il conflitto d’interessi, vi siete messi a litigare, sembravate un circo Barnum, e allora… Già, vaffanculo, appunto.

Non volevo parlare così tanto di politica e di queste elezioni. Sono un appuntamento, però: piuttosto, volevo dire dell’aria che sento in giro. Nuova. Sarà che mi sento più grande io, forse più positivo: in questi ultimi tre anni, da quando questo blog è finito un po’ nel congelatore da cui prima o tardi uscirà, sono successe tante cose. Ho trovato chi mi ascolta, ho trovato lavoro e poi l’ho perso, poi ne ho trovato un altro. Ho scoperto parti di me, ne ho cambiate altre; ad esempio, ho meno ansia di scrivere qui, oltre che meno tempo, meno necessità di affermarmi. Mi sono formato, in esperienze decise e nette, che mi hanno insegnato a prendere posizione: farlo davvero, poi, è altra storia. Continuo a studiare, ed è dura, ma non mollo. Cerco di trovare intorno a me i segni di una rinascita che c’è: le imprese giovanili, gli startupper, la musica che resiste – peccato se si scioglie; gli amici, i compagni di trincea. I ragazzi da educare, l’imperdibile possibilità di dire a loro, che sono il futuro, qualcosa di diverso.

E’ questo che succederà domani. Non si tratta di perdere o vincere un’elezione, che poi è probabile, i sondaggi si sanno, ma non è detto, per cui: non si dice. Si tratta di capire che se non sarà domani, forse sarà dopodomani, ma qualcosa cambierà. Le energie vive hanno trovato un’altra strada, hanno aggirato il tappo, non hanno scavalcato la fila (è impossibile, chi ci prova muore), ma ne hanno inventata un’altra, più a loro misura. In silenzio, di nascosto, dove conta, questo paese è già ripartito. Guardatevi intorno e lo scoprirete.

Fiscal compact on my mind

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Oggi sembra proprio la giornata giusta per parlare un po’ del Fiscal Compact e di quello che ne pensano le forze politiche in corsa per le prossime elezioni politiche italiane. Perché il pacchetto fiscale europeo è il primo tassello di una riforma profonda del funzionamento dell’Unione e della sua economia per come la conosciamo; come si legge su un blog di investimenti finanziari, si tratta di una riforma che “avrà un impatto sulle politiche fiscali di tutti i prossimi governi per i prossimi vent’anni”. E dunque sulla vita di tutti noi.

Il pacchetto sul Fiscal Compact è stato approvato esattamente un anno fa dalle istituzioni europee e il testo consacra il pareggio di bilancio come regola aurea del funzionamento dell’Unione Europea e dei suoi stati: gli stati membri non potranno spendere più dei denari che hanno già in cassa. Il che può sembrare un’affermazione scontata, ma non lo è affatto, vista la storica propensione degli stati a creare sviluppo, investimenti e politiche di spesa pubblica, detto in maniera facile, a debito. Con le nuove norme, con il pareggio di bilancio in Costituzione secondo le indicazioni europee, l’Italia e gli stati potranno indebitarsi solo per una piccola frazione della propria ricchezza ogni anno, e si sono inoltre impegnati a ridurre il debito complessivo già sulle loro spalle per percentuali molto significative. Spiegazioni più ampie si trovano qui: il senso è che l’Europa si prepara a diventare una zona di austerità permanente, in cui sullo Stato come fornitore di servizi e aiuti si potrà contare in maniera generalmente più limitata.

L’impegno del fiscal compact è particolarmente gravoso per l’Italia, perché ci chiede di sgonfiare il nostro debito pubblico, anno dopo anno: il che si fa, ovviamente, con maggiori entrate (leggi tasse, o entrate di altro genere) e minori uscite (ovvero minori servizi). Ecco perché capire quali sono le posizioni dei leader sul tema è particolarmente importante.

Continua a leggere ‘Fiscal compact on my mind’

“In Italia parlano solo di Berlusconi”

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Non per insistere, eh. Ma davvero non ci si crede, e non ci crede neanche lui.

“Dovevo parlare ad una conferenza e poi mi doveva intervistare La Stampa. Inizialmente era previsto che parlassimo di Europa, della crisi dell’Eurozona, del ruolo delle comunicazioni all’interno della crisi e dell’Inghilterra (che sta per uscire dall’Europa se la strategia di David Cameron non sarà fermata). Ma invece, ogni domanda si riferiva a Berlusconi – se può vincere, se Mario Monti dovrebbe candidarsi, come dovrebbe trattare Berlusconi, se Berlusconi potrà essere un pericolo o un’opportunità per Bersani, se Berlusconi potrà prendere voti al Movimento 5 Stelle…”

Lui è Alastair Campbell, genio della comunicazione di Blair (disclaimer: non ne sono un fan) che si è trovato proprio questi giorni in Italia e ha pensato di vivere in un incubo. Intorno a lui, qualsiasi persona con cui parlasse pensava che il ritorno di Berlusconi fosse inevitabile: “E’ tornato, e sta facendo quel che gli piace di più – crea problemi, cambia il clima, irrita l’establishment tentando, allo stesso tempo, di esserne l’elemento dominante”. Ma come è possibile? Quale spiegazione?

La parte razionale di me dice che chiunque sia stato in giro per così tanto tempo, (…) e per cui non ci sia una quantità di tintura di capelli sufficiente a nascondere che ha quasi 80 anni non abbia alcuna possibilità. Ma forse, in Italia più che altrove, la politica è questione di emozioni almeno quanto lo sia di ragioni.

(C’è anche un libro che dice questa roba qui, mi è stato regalato e lo sto rileggendo perché credo sia proprio il momento giusto). E insomma, il Cavaliere è tornato: ed è davvero il caso di iniziare, per il centrosinistra, a disegnare e raccontare il paese che ha in mente, che vuole progettare, che vuole cambiare. Perché non basta parlare di spread e di economia finanziaria: bisogna emozionare gli italiani, dargli qualcosa di simile alla speranza che Obama ha promesso e dato agli americani.

Il giornalista della Stampa mi ha chiesto: “Chi vincerà?” Avevo appena parlato all’Enel, un discorso in cui avevo sottolineato l’importanza di posizioni chiare, pensate, radicate nella comprensione di una strategia. Tutto questo è volato fuori dalla finestra mentre dicevo la semplice verità: “Non ne ho la più pallida idea”.

Siamo qui. Berlusconi ha già iniziato a raccontare il suo paese, fatto di rifiuto delle burocrazie europee, fatto di “chissenefrega dello spread”, fatto di abbasso l’Imu, di abbasso la giustizia. Il centrosinistra farà bene a darsi una mossa e ad iniziare a raccontare il suo paese, fatto di – non mi ripeto – una politica diversa, alternativa, nuova. In fretta, però.

 

Già che ci sei, leggiti anche:

 

Cambiare davvero

Da quando Barack Obama ha conquistato la sua straordinaria seconda vittoria elettorale giorni fa, continuo a scervellarmi tentando di capire cos’è che voglio dire in proposito, perché mi sembrava una cosa importante. Avevo pensato di scrivere un articolo su quanto fosse immensamente un eroe, Obama; su quanto fosse splendido vivere in un mondo in cui è arrivato lui, quell’altra spaccatutto della moglie, in un mondo in cui quei quattro si abbracciano dentro la Casa Bianca.

C’è anche questo, ma poi ho deciso che mi sembrava un po’ banale e inutilmente celebrativo. E allora ho visto sul New York Times i flussi elettorali che hanno portato Obama alla rielezione, e ho capito dov’è stato il vero miracolo; perché il Presidente ha vinto per la seconda volta con un margine più che apprezzabile in un paese in cui, a ben vedere, l’intera base elettorale che lo aveva votato con convinzione nel 2008 gli ha,oggi, parzialmente voltato le spalle. Le frecce che da blu diventano rosse sono più che esplicative della situazione. Eppure Obama ha vinto, e di nuovo. Chi aveva votato a sinistra ha votato a destra, ma non abbastanza. Il partito Repubblicano non è stato abbastanza forte per invertire la rotta. Obama è andato troppo avanti.

Il che vuol dire che Barack Obama nel 2008 ha vinto due volte. Ha raccolto, nel 2008, un paese ridotto in macerie, lo ha sollevato e ha fatto un salto così lungo che quattro anni dopo, anche con un discreto (ma non ottimo) corridore, e nonostante qualche inciampo, non ce la si è fatta a raggiungerlo; e anzi, visti sopratutto i risultati di alcuni referendum fra i più liberal che si fossero mai visti in America, c’è da pensare che alcune conquiste siano ormai da dare per acquisite.

Ho pensato così, che quel che voglio dire è che serve una cosa del genere anche in Italia. Ma no, “l’Obama italiano”; quelle sono cretinate da giornalisti in cerca del titolo. Serve qualcuno in grado di simboleggiare la riscossa forte di un’idea che viaggi sui tempi lunghi; che indichi un nuovo modello di paese, di convivenza civile, di tessuto dei rapporti. Qualcuno che ci dica qualcosa di importante e di coraggioso, talmente folle in apparenza da aver di che dire, dopo, “ci avevano detto che questo giorno non sarebbe mai arrivato”.

C’è il centrosinistra italiano che si prepara a vincere le elezioni. O almeno, è quello che dovrebbe fare. Io, ancora una volta, sono indeciso; perché non vedo quel coraggio di proporre una visione lunga e radicale nemmeno in chi dice di averlo, e di volerla dare. Credo che non basti una riorganizzazione di questo paese, una limatura qui e lì; credo che ci voglia una rivoluzione dei costumi. Un’elaborazione collettiva di un’epoca che ci ha distrutto, che ha traumatizzato i rapporti umani fra le persone, che ha corrotto i cuori dei giovani in un modo che non credevo di poter immaginare – e li vedo, i ragazzi, li vedo; che ci ha insegnato che in fondo in fondo è bello essere cattivi, furbi, egoisti. Serve qualcuno che ci prenda per mano e ci porti a cambiare davvero, perché noi non ne siamo più capaci.

Come l’altra volta, sono indeciso. Nelle prossime settimane, come quando sono stato indeciso alle primarie del Partito Democratico, leggerò i programmi e li commenterò qui, fino a farmi un’idea su chi andare votare. In realtà, un mezzo piano già ce l’ho, ma non so se reggerà alla prova delle idee. Faremo in modo di vedere, insieme, ciò che questa gente ha da dire.

Sperando che basti per cambiare davvero.

Cambia

A me non piace fare il profeta della domenica. Cioè, nel senso, non credo di essere così bravo da interpretare i segni dei tempi, non credo di dover essere io a dire dove va il mondo. Io scrivo alcune cose, molte hanno senso, qualcun altra no, ma le manie di grandezza mi fanno paura.

Il fatto è, però, che secondo me questo paese sta girando la curva, cambiando, riiniziando a camminare. L’ho scritto anche altrove, e ne sono abbastanza convinto. Ci sono vari segnali, io adesso magari li scrivo e uno li legge e dice: guarda ‘sto cojone, vaneggia. Può essere. Fatto sta che l’aria circola più velocemente, e qualcuno trova addirittura lavoro, qualcuno realizza delle aspirazioni: “Si stanno realizzando molti progetti della mia vita”, m’ha detto una; fatto sta che vedo in giro intraprendenza e positività, fatto sta che le persone mi sembrano stufe degli ultimi 20 anni di storia di questo paese; ma la cosa un po’ diversa da prima – questo paese è sempre stufo di sé stesso, a quanto so – è che sembrano aver individuato il responsabile. Io non credo che ci sia nulla di trascendentale in ciò che sta succedendo: a un certo punto ogni fase politica arriva a saturazione, e non sempre è giusto. Spesso i cittadini buttano a mare esperienze che probabilmente avevano qualcosa di ulteriore da dire, ma non importa – e, beninteso, non è questo il caso: mi riferisco ad altri paesi, altre storie, altre vicende (non so, Zapatero? Socrates? Ma pure Segoléne Royal). Credo che sia soprattutto un discorso umano: si fugge dalla noia esistenziale; e dopo un po’ ci si stufa di vedere sempre le stesse facce. In inglese si chiama: give the others a chance. E non serve nessun motivo particolare: a un certo punto, si cambia.

Loro, lo sanno. Renato Brunetta ad Annozero fa l’isterico, ma non buca; persino a Roberto Castelli rompe i coglioni: insieme la buttano in caciara, ma non funziona più. Berlusconi di colpo è pelato. E’ unto, lo vedi in tv e ti viene in mente il cerone; ogni volta che qualcuno ne parla, vien da ridere, tutto su di lui è satira. Cicchitto biascica. Non hanno più niente da vendere. Per contro vedi Bersani e pensi, ehi, sembra uno credibile. Quelli parlano e lui sbrocca a ridere, e la risata ha una sua forza.

La storia è proprio ingrata. Nel senso, di certo molti che fino a ieri erano berlusconidi ultras, oggi diranno che guarda, loro, manco pagati lo vorrebbero per cena. Piano piano tutti si trasformeranno in cripto-ex-berlusconiani. Ma anche questo è un processo normale di accettazione del lutto: bisogna pur giustificarsi in qualche modo, guardandosi indietro. E comunque nessuno ha commesso crimini.

Io comunque, da qualche tempo a questa parte, spero davvero bene. Mi sembra di vedere forze vitali all’opera. Ho un buon feeling, c’è qualcosa che non si tocca ma che cammina e spinge verso il cambiamento. Non conterà niente, ma io spero.

Gli isotopi

Io giocavo a SimCity 3000. Ci giocavo con una certa frequenza.

Uno delle primissime cose da fare, prima ancora di sistemare il piano regolatore, era scegliere l’approvigionamento energetico. Essendo un simulatore, la scelta non si discostava poi molto dalla realtà: o centrali elettriche a carbone, puzzolenti ma efficienti, o pale eoliche, piccole, pulite ma poco potenti.

Più avanti mi spiegarono che questa situazione è anche teorizzata: le centrali a fonti fossili o nucleari hanno problemi di inquinamento e di gestione, quelle a fonti rinnovabili, vento e sole, hanno problemi di spazio. Estendendosi infatti per largo, hanno bisogno di grandi aree a loro destinate e che quindi, si perdono per altri usi.

Ora, posto che io sarei per coprire di pale eoliche il Mediterraneo e l’Atlantico, e di pannelli solari il Sahara, superando così i confini nazionali nell’approvigionamento dell’energia e creando quindi una sorta di centrale elettrica mondiale, affrontiamo la questione, riproposta recentemente da Cip&Ciop Berlusconi e Putin, del nucleare in Italia.

Io non penso realisticamente che si possa prescindere dal considerare l’utilizzo della fonte nucleare per la produzione di energia. Ricordando, appunto, SimCity, il coprire intere montagne di pale eoliche non riusciva comunque a soddisfare il vasto fabbisogno di una città: prima o poi bisognava buttare giù la briscola e mettere un centralone che risolvesse i problemi. Per dirlo con altre parole, “l’energia eolica trova quindi il suo ambito di applicazione solo nell’integrazione alle reti esistenti”. E così, a quanto ne so io, per ora – e non sono un tecnico: ben accette le correzioni – vale per tutte le fonti rinnovabili.

Nell’ambito della generale situazione energetica mondiale dunque, essendosi, a quanto so, ampiamente superato il Picco di Hubbart dei combustibili fossili, il nucleare può non essere, dunque, un’ipotesi da scartare. Anche perchè l’alternativa, per l’Italia, è l’endemica dipendenza energetica: ciò blocca l’economia, e non è mai consigliabile.  Dipende, certo, come lo fai, il nucleare.

Non penso si possa anche lontanamente prendere in considerazione ciò che ha attualmente in mente il governo italiano, ovvero prendersi le tecnologie dismesse dagli altri paesi. E’ la logica dell’auto usata: qualcuno te la vende per comprarsene una migliore, e tu te la compri perchè finora ha funzionato bene, ed è un peccato buttarla. Ma le cose non si fanno così.

Un amico, ingegnere elettrico, ogni volta che ne parliamo sostiene in modo secondo me condivisibile la seguente tesi: bisogna costruire un paio di centrali nucleari in Italia, ma non per fare energia, ma “per divertirsi”. Lui intende, ovviamente, che al di la della produzione di energia ciò che non va dismesso – ma anzi, potenziato, aggiungo io – è il settore della ricerca sul nucleare. Anche, e soprattutto, in vista della costruzione di nuove centrali.

Ovvero, se io fossi un capo di stato lungimirante, non annuncerei che di qui a poco si costruiranno nuove centrali , ma proclamerei che da qui in poi l’intero paese sarà impegnato, e verranno convocate le intelligenze migliori di cui dispone da tutto il mondo, in un vasto progetto di ricerca con finanziamento pubblico che analizzi e studi la situazione energetica in Italia, che inventi una soluzione, perchè no anche nucleare, per risolvere il problema della nostra indipendenza energetica. E se un fisico italiano riuscisse a trovare la variabile mancante della formula che serve  a costruire una centrale a fusione nucleare? Non si può sapere, ma certo se non ci si prova, se non si investe, non ci si riuscirà mai.

Ed è in questo modo che si investe sul futuro: si risolverebbe in un colpo la gran parte del problema dei cervelli in fuga, si finanzierebbe la ricerca, si manderebbe il paese all’avanguardia e si costruirebbero – se servono, e non si trova modo migliore – anche ‘ste benedette centrali nucleari. Questo è, secondo me, quello che farebbe Obama se fosse Berlusconi.

Il problema della sicurezza: anche quello lo affronti. Basta farle bene, le centrali. Il botto a Cernobyl fu causato da un errore umano, su una centrale già molto vecchia e danneggiata. Questo me lo raccontò un secondo ingegnere (ogni tanto incontro ingegneri, che devo fare?) su un treno che mi portava da Verona a Bologna. Dire che le centrali nucleari sono pericolose è un argomento fallace: anche questo computer è un arma mortale, se lo uso come oggetto contundente. Certo, il problema in questione  – vero, esistente, reale – è che il rischio (non la pericolosità: il rischio) è molto alto. Ho appena sentito ad Otto e Mezzo un paragone azzeccato: è come quando cade un aereo. E’ difficile che cada, ma se cade, è solo una tragedia e non più c’è niente da fare. Certo, è vero: bisogna stare attenti ed evitare tutto questo.

Ed è senza dubbio da considerare il problema delle scorie. Ma anche qui, un team di ricerca adeguatamente finanziato questo problema lo può risolvere, forse, o ci può provare, chissà: di sicuro però iniziare a costruire centrali nucleari senza sapere dove mettere le scorie non sarebbe una buona idea. Ci ritroveremmo – come peraltro abbiamo già fatto – a mandarle in giro a pagamento, perchè tanto noi non sappiamo dove metterle.

La partita del nucleare, in definitiva, è secondo me un match molto interessante. Si può stare però in tribuna o puntare alla Coppa: e per la seconda ci vuole un certo allenamento, la squadra deve avere i novanta minuti nelle gambe, eccetera eccetera.


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