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Bersani, metti su il governo della vergogna

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Bersani, devi mettere su il governo della vergogna. Anzi, delle tre vergogne.

Un governo talmente splendente che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle dovranno vergognarsi nel non votarlo. Non dovranno riuscire a dormire di notte. Dovranno essere tormentati dagli incubi: gli incubi dei loro elettori che, “se torniamo a casa così, ci fanno il mazzo”. Come è accaduto con Piero Grasso, ma molto, molto di più.

Un governo talmente convincente che gli elettori del MoVimento 5 Stelle, nel caso questo governo naufragasse, dovranno vergognarsi di aver votato per il MoVimento di Beppe Grillo. Un governo di profilo così alto, con talmente tanti giovani dentro da poter andare in tutte le televisioni e convincere, con uno sguardo, anche il famigerato elettore-medio italiano. Un governo talmente bello che confrontato con i volti nuovi del grillismo, trasmetta più fiducia di loro, al primo sguardo.

Un governo talmente rivoluzionario che tutti gli elettori italiani, al prossimo giro, dovranno vergognarsi a non votare il Partito Democratico o il centrosinistra. Un governo che dimostri quello che è e quello che può essere questo paese.

Niente barbe bianche, niente bilancini, persino niente volti noti ed ormai un po’ abusati. Volti freschi e non di rodata esperienza, ma di provata competenza, che è diverso. Un governo che brilli di luce propria. Solo così, forse, ne usciremo.

Bersani, facce ride. Facce persino godé. E a loro, falli vergogna’.

Facciamo come in Belgio, dài

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Poi dici a che serve studiare diritto.
Disse Vito Crimi, neo capogruppo al Senato del Movimento 5 Stelle:

Domanda: Siamo di fronte a un’ipotesi di tipo belga, dove c’è voluto più di un anno e mezzo per fare il nuovo Governo? “Si’, perché no?”, è stata la replica di Crimi.

Il problema è che se veramente foss imo in Belgio, e dunque ci si trovasse impantanati “in un’ipotesi di tipo belga”, il problema non ci sarebbe affatto.

Il primo ministro è nominato dopo che l’incaricato [dal Re] riesce a trovare un accordo [con le forze politiche] e generalmente è lui che viene nominato primo ministro. Gli altri ministri e segretari di Stato sono nominati su proposta dell’incaricato. Infine, la Camera dei Rappresentanti è incaricata di procedere ad un voto di fiducia. (…) I ministri e i segretari di Stato non sono responsabili se non davanti alla sola Camera dei Rappresentanti.

Si chiama: bicameralismo imperfetto. Il Belgio ha la Camera e il Senato, come l’Italia, ma solo una delle due vota la fiducia al governo. Così, se si facesse “come in Belgio”, come tanto dicono i deputati del MoVimento 5 Stelle, la coalizione del Partito Democratico avrebbe ampiamente i numeri per governare da sola, perché sarebbe la sola Camera dei Deputati ad accordare la fiducia al governo.

Perciò, sì, dai: facciamo come in Belgio. Ascoltateli, questi del MoVimento, no? L’avranno studiato, il diritto costituzionale.

Caro Napolitano, dai il governo al MoVimento di Beppe Grillo

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Lettera aperta al presidente della Repubblica

Caro Giorgio, caro Presidente della Repubblica,

in tempi in cui “ognuno vale uno”, io sento di valere ben meno nell’indirizzarti questa missiva da un blog che in passato ha avuto qualche fortuna e che, per motivi di impegno personale, ormai, non riesco ad aggiornare e tenere vivo come vorrei. Ma questo, adesso, lo scrivo, credendo che sia importante.

Caro Presidente della Repubblica, la Costituzione ti affida un’importante scelta, quella di individuare una persona che possa rappresentare il Parlamento eletto dagli italiani, averne la fiducia, governare. Ti prego di fare la scelta più radicale possibile, a questo punto, che appare essere anche quella più corrispondente al risultato del voto elettorale, nonché quella che va più nella direzione della stabilità del Paese.

Affida l’incarico ad un esponente del MoVimento 5 Stelle. 

Abbiamo vissuto gli ultimi mesi persi nella categoria dell’ineluttabilità. Era ineluttabile, infatti, che il centrosinistra di Pierluigi Bersani avrebbe vinto le elezioni. Io so perché non ci ha neanche provato. Lo so da fonti certe, interne, affidabili, ma non è questo ciò di cui parliamo: viviamo invece, adesso, in una seconda ineluttabilità. Sulla stampa. Nei discorsi. Nelle opinioni: sarebbe ineluttabile che proprio Pierluigi Bersani abbia l’incarico di provare a formare il governo, confrontandosi in Parlamento sui temi da lui individuati.

Nel proporre questa ipotesi, la stampa, i dirigenti di partito, l’establishment italiano, sanno già che fallirà. La propongono come una sorta di ossequio (ineluttabile) al non-vincitore delle elezioni, utile a prendere tempo e a preparare la nuova ed ineluttabile (questa sì) sconfitta. Ma un non-vincitore non è un vincitore, è un perdente, una persona che ha perso e non ha il consenso dell’elettorato. Parallelamente, sui giornali, si parla moltissimo della vittoria del MoVimento 5 Stelle, che a questo punto possiamo definire una “sconfitta-non sconfitta”, dunque una vittoria, vera e piena. Proprio per questo:

Affida l’incarico ad uno di loro. 

Magari da loro individuato. Magari allo stesso Beppe Grillo. Non so, questo è secondario. Dirai: non hanno i voti per governare da soli. Beh, non li ha neanche il Partito Democratico con la coalizione Italia:Bene Comune. L’operazione che loro stanno facendo è nota: continuare a “tenere il punto” confidando, in cuor loro, che alla fine alla fine Grillo riconosca il loro “primato morale” e scenda a patti con il grandepartito-grandeforzapolitica-grandeforzapopolare che essi sentono di essere. Come tutti sanno e dicono, questo non succederà. E non succederà perché il MoVimento 5 Stelle ha tutto da guadagnare dall’ingovernabilità del paese, se rappresentata dai volti e dalle storie altrui. Proprio il contrario di ciò che tu devi garantire.

Non sta a me ricordare i tuoi doveri costituzionali: tu li conosci benissimo. Purtroppo il Partito Democratico non sembra riuscire a rendersi conto che rovesciando i termini della questione, il suo potere contrattuale e politico aumenterebbe a dismisura. Se fosse il MoVimento 5 Stelle a doversi sobbarcare la responsabilità del governo, certamente solo ai voti parlamentari del centrosinistra dovrebbe guardare. Se provasse a contare solo sui suoi voti, si tornerebbe immediatamente alle urne. Se provasse a voltarsi alla destra di Silvio Berlusconi, i suoi elettori lo abbandonerebbero senza appello.

E questo è un’opzione che Grillo, dopo essere andato al governo, sebbene con mandato esplorativo, non può certo permettersi: investito della responsabilità di governo, il MoVimento 5 Stelle si sarebbe invece reso responsabile dell’ingovernabilità e dell’ennesimo schianto del paese. Con quale faccia, allora, Grillo chiederebbe i voti? E’ invece realistico che il Partito Democratico, forza responsabile, voterebbe la fiducia ad un governo 5 Stelle, potendo peraltro condizionarne sia la composizione che l’agenda.

Questo, la dirigenza del Pd non sembra capirlo. C’è chi ha suggerito a Bersani di offrire la guida del governo a Grillo, o a uno dei suoi: già, ma non l’ha fatto. L’opzione che ho provato a descrivere, credo, darebbe al paese un governo anche relativamente stabile, e perciò, mi sembra – sono solo uno studente di diritto, e un giornalista: le mie sono solo opinioni, proposte, suggestioni – sarebbe la via più rispondente alla tua missione istituzionale.

Lascia stare quello che ti diranno i partiti. Lascia stare quel che dice la stampa. Parti dal popolo e dal risultato elettorale.

Affida il governo al MoVimento 5 Stelle. Il governo nascerà e, vedrai, governerà, anche solo per quelle riforme urgenti che tutti attendiamo (no “il paese”, no “i mercati” né “l’Europa”: tutti noi).

A me questa sembra l’unica via d’uscita dalla nebbia in cui, come tu hai detto, si fa fatica ad orientarsi.

E’ tutto nelle tue mani,

con rispetto e stima,

Tommaso.

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Eppure Monti ci lascia un paese migliore

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Mancano tante cose all’esperienza del governo Monti. Manca la felicità delle persone, manca la famosa equità, un posto di lavoro o la speranza, non la chimera, di trovarne uno in un tempo ragionevole; manca la redistribuzione della ricchezza, manca una politica industriale e infrastrutturale, commerciale, una nuova visione per l’Italia. Probabile che questo governo non fosse pensato per qualcosa del genere, senza un chiaro mandato politico.

Eppure ci sono alcune cose che, secondo me, dovremmo ricordare come conquiste. Piccoli piloni da tenere presente quando ci rimetteremo in cammino per costruire un paese migliore: guardandoci intorno, troveremo parte del lavoro già fatto.

1) Il decreto tagli alla politica locale. Viziato da un peccato originale, però: è vero che a più riprese, in precedenza, gli organismi interni del Parlamento hanno accettato di riformare in profondità le retribuzioni parlamentari, sopratutto per quanto riguarda il trattamento pensionistico con l’abolizione del vitalizio, ma è egualmente vero che recentemente il Parlamento ha rifiutato un’ulteriore riduzione degli emolumenti e degli stipendi; quindi, in effetti, i deputati e i senatori hanno chiesto agli altri sacrifici che essi stessi non sembrano completamente disposti a fare. Tuttavia, il decreto che è stato ieri convertito in legge è piuttosto importante e per più di un motivo: controllo della Corte dei Conti sui bilanci degli enti locali, non completo ma abbastanza invasivo; riduzione del numero, stabilito a proporzione con gli abitanti della regione; equiparazione degli stipendi alla regione più virtuosa; tagli ai rimborsi, proibizione del cumulo di indennità. Berlusconi tenterà, in campagna elettorale, di presentare gli scandali Lombardia e Lazio come questione di classi dirigenti marce: questo è certamente vero, ma il punto è che nelle Regioni e negli enti locali c’è moltissimo da rubare, fondi che potrebbero essere destinati ai cittadini, alla Sanità, alla spesa sociale. E’ una buona legge, forse non ottima, ma buona.

2) Legge Anticorruzione. Ancora una volta: buona, ma non ottima. Creata dal governo Berlusconi, c’è voluto il governo Monti per portarla a casa. Se anche un gabinetto Berlusconi l’avrebbe portata a casa in questi termini, non si può certo saperlo e personalmente ho i miei dubbi. Dal punto di vista del codice Penale la principale innovazione è una nuova figura di corruzione, molto più ampia e che potenzialmente tiene dentro tantissimi comportamenti: spetterà alla giurisprudenza precisarla. C’è poi il reato di traffico di influenze, che non è poco: ne parlai con il presidente di Transparency International Italia che si disse nettamente soddisfatto anche se c’erano alcuni grandi assenti più o meno inspiegabili, come il reato di autoriciclaggio e il ritorno del falso in bilancio. Allegata alla norma, c’è il decreto delegato sull’incandidabilità, che proclama la decadenza dalle cariche elettive di soggetti condannati, in corsa, per reati con pene superiori ai due anni. Liana Milella ci spiega come ci sia un importante cavallo di troia nella norma (l’articolo 66 della Costituzione, o una sua deviante applicazione) e che dunque l’unica cosa certa sia l’incandidabilità per i già condannati in via definitiva. C’è ancora molto da fare, dunque, ma il segnale è davvero importante.

3) L’Imu. Come ha detto il compagno BR1  (Tabacci, sì) durante il dibattito per le primarie del centrosinistra, non è possibile non partire dal patrimonio immobiliare per definire la base imponibile; come ha aggiunto Nichi Vendola, bisogna correggerla, perché così sembra più che altro una patrimoniale sui poveri. Io farei una cosina a saldi invariati, come si suol dire: un pochino in più alle seconde case, quelle sfitte in giro per l’Italia che i tanti proprietari aguzzini ancora usano per tenere all’amo i tanti studenti fuori sede; ma ancora una volta, conta il segnale.

Questo non è un endorsement ad un governo da cui sono idealmente molto lontano; è solo il riconoscimento di alcuni passi avanti, positivi, che spero diventino acquisiti e potenziati in futuro.

 

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L’ultima carta di Berlusconi

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La strategia di Berlusconi, quella di staccare la spina al governo Monti proprio adesso e in questo modo al governo, è molto rischiosa e ad altissimo potenziale.

Ad altissimo potenziale perché ci sono moltissime circostanze, come dei puntini da unire, che Berlusconi utilizzerà per impostare la sua campagna elettorale. Prima fra tutti la vittoria di Pierluigi Bersani alle primarie (al seggio delle primarie ho sentito qualcuno che diceva che una vittoria di Renzi “avrebbe fatto comodo alla destra”: vedete voi come si mettono le cose, e quel che penso di Bersani l’ho scritto qui).  Ci sono due indizi della rinnovata, incombente, chiamata al voto anticomunista da parte di Berlusconi: la copertina del Giornale il giorno dopo l’esito delle primarie (“Restano comunisti”) e ben di più l’attacco di Domenico Fisichella, ministro dell’Evangelizzazione Occidentale, ai pugni chiusi del Comitato Bersani: “Non c’è nulla di nuovo in quel che ho visto”.

La cosa è finita lì, da parte ecclesiale, segno che qualcuno deve aver fatto sapere che una linea del genere non era gradita. [Tommaso Giuntella si è detto ferito, gli altri due membri del comitato hanno più o meno imbastito una difesa d'ufficio poco incisiva e un po' imbarazzata, come se qualcuno li avesse colti in castagna. Non voglio divagare: quello era un pugno chiuso, è un gesto antifascista condiviso con una grande storia e non c'è alcun bisogno di giustificarsi di alcunché, se non a livello mediatico e per metterci una toppa, ma queste sono cose che vengono in generale piuttosto male.]

Insomma, quel che vedo è l’inizio di un nuovo asse anticomunista, le giubbe rosse, i soliti servi di ideologie morte, etc. E questo è un pilastro: il secondo saranno le tasse, no all’Imu, giù la spesa, fare ancora peggio sulla riforma del mercato del Lavoro promossa da Elsa Fornero – tutte cose che il PdL già chiedeva, peraltro, ai tempi dell’elaborazione del testo sulla Riforma del Lavoro . Terzo: no all’austerità, no alla Germania, no all’Europa che ci chiede sacrifici. Quarto punto: no al PdL, no alle burocrazie, no alle primarie, no agli ex An che hanno tentato di trasformare il partito in una forza meno demagogica, più normalmente strutturata: “Giochi di potere”, per Berlusconi, dei tanti “congiurati” in seno al suo partito.

Per questo la sua strategia è al contempo abbastanza rischiosa. Berlusconi in campagna elettorale avrà contro un Partito Democratico galvanizzato dal risultato delle primarie (e che se ha poi intenzione di vincere le elezioni, quelle vere, dovrebbe smettere di mostrare l’indegno spettacolo che leggo su alcuni gruppi online – tipo quello del Pd romano), le varie formazioni di centro – Casini, Montezemolo, Fini; gli esuli del PdL di ieri come i vari Stracquadanio e quelli che domani ne usciranno, come i Crosetto e i Meloni, Formigoni, Pisanu; le gerarchie ecclesiastiche che hanno fermato, o hanno evitato di rincarare, l’appello anticomunista di Fisichella; l’Europa, i mercati che l’hanno già fatto saltare, gli speculatori, l’America di Obama, i sindacati; la Merkel, Hollande e la Francia, Draghi e il mondo della Finanza. Insomma la vasta coalizione di establishment, classi dirigenti o interessi che non l’ha mai appoggiato, o che a un certo punto l’ha mollato (vedi editoriale del Corriere della Sera di oggi), e che si ri-cementerà proprio in nome dell’antiberlusconismo.

I motivi per cui Berlusconi torna in campo? Sono sempre i soliti: incombono condanne imminenti, come quella del processo Ruby, e il passaggio del decreto liste pulite che costringerebbe lui e molti amici della sua cricca ad uscire dalle stanze dei bottoni. Inaccettabile; accanto alla questione giustizia, la scontentezza per il mancato election day – ancora una volta, miopia: io credo che l’election day danneggi, e non avvantaggi, un partito alla frutta come quello del centrodestra italiano. Per questo, comunque, per tutto questo, Silvio chiederà il voto su tasse, allarme comunista antiberlusconiano, Monti e rinnovamento del PdL.

Alessandro Gilioli sostiene che l’Italia, al 99%, ormai ha mangiato la foglia, e che non cederà alle lusinghe del Cavaliere. E’ per questo che la mossa di Berlusconi è rischiosa: perché questa volta potrebbe perdere, e perdere molto male. Oppure potrebbe vincere, e vincere contro tutto questo significherebbe vincere alla grande, un successo definitivo e senza appello.

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Incandidabilità, si può fare di meglio

Il decreto delegato sull’incandidabilità all’esame del governo rischia di essere, anche se approvato, l’ennesima riforma potenzialmente inutile che non aggredisce con decisione il bisogno per cui è stato fortemente voluta dall’attuale esecutivo. Disporre l’interdizione ad ogni ruolo elettivo per chi ha condanne definitive è qualcosa di cui si parla da tanto tempo, e che esisteva ben prima di questa legge: si chiama interdizione dai pubblici uffici ed è una condanna accessoria, obbligatoria per alcuni reati, presente dal codice penale da prima di Berlusconi, da prima di tutti i democristiani, fin dall’epoca fascista.

E allora, perché i tanto temibili politicanti non sono stati espulsi dal parlamento molto tempo fa? Per la stessa ragione per cui potrebbero non esserlo con questa legge: per colpa della giustizia italiana, che è notoriamente uno sfacelo. L’ultimo rapporto sullo stato della giustizia, pubblicato alla fine di ottobre dall’Unione Europea, conta oltre un milione di processi penali pendenti davanti ai nostri giudici di primo grado – non ho fatto una somma, ma mi sembrano più dell’intera Unione messa insieme. Secondo Marco Velicogna del Cnr sentito dal Giornale, “il settore penale registra un costante aumento nella durata dei procedimenti” in appello” con 998 giorni”, che sono poi più di 3 anni, a cui vanno aggiunti altri 240 giorni in Cassazione”. E poi la prescrizione, spesso, ha chiuso e chiude i giochi.

Una riforma potenziativa degli istituti di interdizione dai pubblici uffici viene giudicata una strada preferibile anche da Transparency International Italia, col direttore della quale ho parlato tempo fa per un’intervista riguardo la normativa anticorruzione. Credo che al sistema giustizia italiano serva innanzitutto una riforma della giustizia che metta mano al finanziamento e all’organizzazione (con quest’ordine di priorità) degli uffici giudiziari, ma nell’immediato si può pensare ad una nuova semplice semplice legge, aggiuntiva a quanto si sta elaborando nelle stanze del Governo, che preveda l’esecutività della condanna accessoria dell’interdizione dei pubblici uffici di tipo elettivo,  per certi tipi di reato, già dopo la condanna in primo grado; interdizione che duri fino a decorrenza del processo con sentenza definitiva, che potrà poi eventualmente confermarla, con lo sconto di quanto già patito o, in caso di assoluzione successiva, revocarla. Così il soggetto, già condannato una volta, sarebbe costretto giuridicamente a passare mano e lasciar stare la politica fino a che la sua situazione penale non si sarà definitivamente chiarita. Nessun linciaggio, nessuna emergenza democratica, semplicemente un’autotutela da parte dello Stato.

L’esecutività provvisoria della sentenza accessoria è già presente nel nostro ordinamento per i danni da reato: il condannato in primo grado intanto paga, poi si vede. Per estendere questo regime all’interdizione basterebbe inserire un articolo 28 bis al codice penale e i relativi aggiustamenti a quello di procedura; visto che le elezioni sono vicine si può fare per decreto urgente. Rimane da capire se il soggetto a cui venga addossata questa sentenza cautelare, se venga riconosciuto innocente, possa chiedere i danni per perdita di chance elettorale. Ma mi sembra un discorso laterale.

La fine di un’era

Mentre scrivo il governo di Mario Monti prende possesso di palazzo Chigi. Ad attenderlo, come da rito, il presidente del consiglio uscente, Silvio Berlusconi. Ed è sempre difficile trovarsi davanti ad un momento di importanza storica, come in questo caso; la mia vita, in fondo, non è diversa da quella di ieri, e le cose non sono, di per sé, cambiate. Ma che qualcosa sia finito, è evidente a tutti.

Ricordo di aver dovuto combattere con Berlusconi, con la sua presenza e con la sua figura, praticamente da sempre. Sono figlio, come tanti, delle sue televisioni, e più tardi delle sue leggi e delle sue riforme, scagliate sulla mia testa ben prima che io potessi oppormi. Sono stato spettatore più o meno attonito delle sue barzellette, delle sue gaffes e dei suoi deliri; a mio modo l’ho sempre contrastato. Se è vero che la politica è la vita, esco oggi da 15 anni di opposizione. A volte di piazza, prima nelle scuole e fra gli studenti, sui monti e fra i boschi a costruire con legno e corda; sempre, più o meno, con un giornale in mano. A scrivere cose da qualche parte.

Non sarò il più attento e il migliore di tutti, ma qualcosa l’ho fatto, e comunque ho molto osservato, cercato di capire. E ora che dovremmo stare per uscirne; ora che il toro infuriato, l’onda anomala durata 20 anni sì è infranta contro l’ostacolo che per ora l’ha fermata, penso a che cosa ci ha fatto diventare tutto questo.

Non ero a Roma mentre, sabato scorso, l’auto blu lo portava al Quirinale per le dimissioni. Come altre volte nei momenti topici di questo paese ero vicino ad un fuoco, acceso da ragazzi – undici, dodici, quindici anni: quelli che puzzano, ché non si lavano – e animato prima di tutto dai loro volti. Se io non ricordo altri che Berlusconi, credo che loro, figli del 2000, non abbiano modo di immaginare che esista null’altro, lì sulle poltrone che governano le loro vite. Ed è per questo che ne sono abbastanza sicuro: l’era che si chiude ha prima di tutto distrutto la loro fiducia in quegli strani signori che si vedono alla tv. Quelli che magari sarebbe bello fossero, invece, la risposta alla domanda: “Piccolino, cosa vuoi fare da grande?”

Esterno notte. Costumi immaginari. Tempi comici.

“Mani in alto, dammi i tuoi soldi!”, dice il primo quindicenne intorno al fuoco; “Non puoi farlo, sono un politico!”, gli risponde il secondo, con fare soddisfatto. Pausa. “Allora… dammi i miei soldi!”, conclude il temibile ladro. Quaranta quindicenni – e cinque capi, onestamente: faceva ridere, peraltro se non ho capito male è pure una battuta di Colorado Show – ridono. Forse meccanicamente, il che, se possibile, è segno ancora più chiarificatore. Una classe dirigente completamente sputtanata ha condannato il paese, la politica, gli alti concetti che magari sarebbe bello mantenessero un minimo di credibilità, a diventare l’oggetto di una scenetta comica di 5 minuti di un gruppetto di adolescenti – peraltro sorprendentemente avveduti, visto il contatto con la realtà che han saputo dimostrare, davvero raro di questi tempi.

A questi ragazzi Silvio Berlusconi deve indietro la fiducia nel futuro. La fiducia in un meccanismo – quale quello democratico – in teoria pensato per funzionare; e che invece è stato usato come uno scendiletto, e scendiletto è diventato. La fortuna è che siccome la spontaneità non ha limiti, di Silvio Berlusconi e dei politici che rubano questi ragazzi ridono sotto le stelle, il che mi sembra un ottimo punto di partenza.

Sono d’accordo con chi dice che questi anni che si chiudono ci  hanno cambiato, e molto, dentro. Credo che siamo persone che hanno toccato con mano la cattiveria quotidiana, la generalizzata distruzione dei rapporti umani che una vita fondata sull’immagine, sul cerone, sulla denigrazione delle categorie deboli (giovani, donne, migranti, poveri) e delle regole (magistratura, istituzioni, parlamento, rappresentanza, politica) comporta. Credo che abbiamo visto con i nostri occhi quale posto può diventare un paese che permette alle sue migliori intelligenze di andarsene e non tornare mai più; che passa le sue giornate a contare le ragazzette che il Messia balordo che ha scelto per guidarlo si ripassa quotidianamente per sfuggire al senso di vuoto interiore che lo opprime. E credo, soprattutto, che da questo punto si possa ripartire; oppure, in seguito a frustrazione per la già accennata mancanza di risultati immediati, e per i sacrifici generalizzati che tutti dovremo sopportare per colpa di questi folli barbari distruttori del vivere civile, pensare che si stava meglio prima.

Perché la sottomissione è, in fondo, una sicurezza. Perché il padrone è sempre meno appuntito del rischio di prendere in mano il proprio destino e costruire qualcosa di nuovo. Ma Silvio Berlusconi non è più al governo, questo è un fatto: e i fatti contano; e se ho imparato un po’ a conoscerlo (nonché a fiutare l’aria, cercando di indovinare la direzione degli sguardi della gente), a mio parere non ci tornerà: dovremmo essere, questa volta, al momento in cui si va oltre.

Ai ragazzi a cui – immaginando che gli possa essere in qualche modo utile – insegno a fare i nodi e ad accendere il fuoco, abbiamo l’occasione di fare un regalo: regalargli, per i loro 20 anni, un paese in cui tornino ad essere ordinarie, e smettano di essere atti di fede, imprese come vivere un giorno dopo un altro, avere affetti, trovare un lavoro, avere una casa, pensare di darsi un futuro, sorridere e mangiarsi una pizza senza pensare alla benzina del motorino.

Vorrei, in questo momento storico, avere qualcosa di più storico di questo da scrivere. Ma io so tanto poco, e credo che sia tutto qui.

Che risate

Vi confesso che io, il video di Fini, non l’ho visto: ieri pomeriggio avevo da fare – e poi questo computer non ha il suono (ehi, problemi tecnici, che volete).

Va beh, fatto sta che se è vero che alla fine della baracca Fini neanche fa cadere il governo, perchè i suoi peoni si sono stancati di stare a sentire i deliri di Bocchino e Granata e gli hanno fatto presente che loro ad andare a casa per non essere rieletti non sarebbero disposti; se quindi alla fine della fiera Futuro e Libertà, ufficialmente o ufficiosamente, voterà la fiducia al Governo tenendolo su, Fini avrà fatto la più imbarazzante figura politica della storia italiana, sarà additabile al pubblico ludibrio come idiota conclamato, le mamme potranno raccontare ai bambini una nuova storia comica.

Si dovrebbe dimettere da Presidente della Camera, da deputato ed andarsi a nascondere non per sconfitta politica, ma per la vergogna di aver – a quel punto si – messo in piedi un bordello inumano, una caciara mai vista, assolutamente per niente, del tutto inconcludente: e aver fatto perdere tempo al paese e a tutti noi. Manco d’assassinare alle spalle Berlusconi, sono stati capaci: neanche più i buoni vecchi fascisti infami che ti pugnalavano in silenzio. Niente.

E magari potrà sembrare un po’ eccessivo arrogarmi un tale merito, ma io, che Fini era un cialtrone, lo scrivevo da un po’.

“Quella legge colpisce i più deboli”

[per Giornalettismo]

L’esponente del PD in Commissione Lavoro applaude Napolitano per aver respinto il testo del governo sull’articolo 18: “L’arbitrato serve ad aggirare lo statuto dei lavoratori. E molti esponenti della maggioranza sono contrari, anche se non lo dicono”

Il presidente Giorgio Napolitano ha rimandato oggi (ieri, per chi legge) alle Camere il DDL proposto dal Governo che, fra le altre cose, ipotizzava una nuova disciplina per la risoluzione del contratto di lavoro dipendente. “Testo eterogeneo” riporta la motivazione, e “complessità e problematicità di alcune disposizioni che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale.” Il ministro Sacconi dichiara che terrà conto dei rilievi, e auspica una veloce ridiscussione parlamentare. Noi abbiamo intervistato sul tema Marianna Madia, esponente del PD in commissione lavoro.
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