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E se la soluzione non fosse Renzi, ma Bersani?

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Vi stupirò.

Premesso: io vorrei un centrosinistra in grado di vincere le elezioni. In grado di fare una maestosa campagna elettorale, di convincere gli incerti, di “spostare a sinistra il paese” per poi vincere, sontuosamente, le elezioni politiche e governare con una larga maggioranza. Qualcosa che si chiama “politica”. Per quello che so, questo centrosinistra in Italia non c’è mai stato: abbiamo avuto dei centrosinistra sicuri di vincere e che hanno perso (Occhetto), che si sono suicidati (il grande Rutelli e il primo Prodi in tandem con d’Alema), che pur di vincere hanno candidato Mastella (secondo Prodi), che volevano vincere ma gli è mancato quel di più (Veltroni), che erano sicuri di aver già vinto e poi hanno non-vinto (Bersani).

Come sa chi segue questo blog che scorre ormai come un fiume carsico – hey, non guardarmi così, rosico già abbastanza da solo, ok? ok? – io alle primarie del centrosinistra ho votato, alla fine, Matteo Renzi. L’ho votato dopo un lungo processo di avvicinamento in cui ho analizzato i programmi dei due contendenti e mi sono ritrovato, come pensavo, più a sinistra di tutti e due su alcuni temi chiave. Ma ho votato Renzi, fra i due, perché i toni dei Bersaniani mi avevano fatto venire l’orticaria. E siccome li conosco, so che sono proprio quelli, i toni. E non ce l’ho fatta.

In seguito ho avuto modo di “rivendicarmi” in famiglia, con gli amici, nel partito per il poco che lo frequento, quel voto; ne sono stato contento perché mi sembrava che Renzi avrebbe potuto vincere le elezioni con quel largo margine che io volevo. Oggi, con un intervento che ha monopolizzato le pagine dei giornali, Renzi è uscito dal silenzio in cui si era trincerato – piacevolmente – negli ultimi tempi e ha detto “o governo con il PdL o al voto”. Con me, sottintende lui.

Ed è per fedeltà alla premessa iniziale che inizio a chiedermi se la soluzione, al prossimo giro, non debba essere Matteo Renzi, ma guarda un po’, per assurdo, persino Pierluigi Bersani.

Metto in fila le mie impressioni. Renzi vuole andare a nuove elezioni, e vuole guidare lui il centrosinistra. Si parlava fino a poco tempo fa di un quadro che mi sembrava il più adeguato: nuove primarie con Renzi incoronato vincitore naturale dalla mancanza di altri candidati credibili, e uno come Fabrizio Barca alla guida del partito. Era ok. Invece Renzi ha accelerato, dice strane cose su patti con Berlusconi e a questo punto mi sembra l’ora di dire che, secondo me, Matteo Renzi così ha ben poche possibilità di vincere le elezioni.

Principalmente perché ho davvero l’impressione che questo suo atteggiamento possa essere interpretato come scissionista, cosa che finora lui non è mai stato. Non capisco perché ha interrotto il silenzio: sono ancora convinto che questo governo a bagnomaria alla fine si farà, dopo l’elezione del successore di Napolitano; ma durerà poco, e lui sarebbe stato in pole position per guidare la coalizione. Invece, ha parlato adesso, e ho l’impressione che stia facendo male i suoi calcoli.

Andando alle elezioni così, con questa acredine, con l’ombra di un patto con Berlusconi, molti di quelli che lo guardavano con simpatia, me compreso, si troverebbero in difficoltà a votarlo; e viceversa chi lo odia come la peste avrebbe più di un appoggio per dimostrare che come-aveva-sempre-pensato Renzi è il vice di Silvio da Arcore. Si aggiunga che Renzi non è più “nuovo”, ha fatto la sua battaglia e l’ha persa. In sintesi, e ne ho parlato con molti, Matteo Renzi pare ormai bruciato; e sta finendo, peraltro, di darsi fuoco da solo.

E invece Bersani? Perché potrebbe essere la soluzione? In sintesi, potrebbe esserlo se decidesse di fare la campagna elettorale, che non ha voluto fare – meglio: gli hanno consigliato di non fare – perché la partita si credeva già vinta e bisognava al massimo preparare l’accordo con Monti. Se Bersani volesse, potrebbe fare davvero la campagna elettorale in grado di radunare intorno a se i simpatizzanti di Matteo Renzi, i tanti delusi del Movimento 5 Stelle – che sono tanti, zì, teggiuro proprio – e pronti a votare una linea politica che sia netta e condivisibile. Quella che Bersani, tragicamente, ha avuto dopo e non prima della campagna elettorale.

Tutto questo può esistere a patto di prendere non il povero Stefano Fassina, ma quel che lui ha detto dopo le elezioni (“le campagne elettorali non spostano voti”) e di buttarla al gabinetto – la frase. Certo, però, magari non mandatelo in telecamera così spesso, perdiamo 100mila voti a minuto (ciao Stefano, non ti conosco, ma è quello che penso). Dicevo, il momento è propizio: Beppe Grillo ha letteralmente cacciato a pedate, con un post sul suo blog,  i simpatizzanti generici, quelli che costituiscono il 70% dell’elettorato di una forza politica, dicendogli che hanno sbagliato voto e devono tornare a votare per i partiti. Benissimo: vorrei parlare con alcune di queste persone, ne conosco un po'; a pelle, direi che se Bersani facesse Bersani, al prossimo giro, probabilmente lo voterebbero.

Se non Bersani, dunque, almeno un Bersani. Ma vero, però. Senza freni, questa volta.

Non ho ancora deciso se la penso così. Ma un po’ la penso così.

Un governo Bersani, in cinque mosse

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Ecco un modo per uscire dallo stallo e formare il governo di Pierluigi Bersani (o chi per lui). Basta volerlo, e si fa domani, con un blitz.

1) La giunta del regolamento al Senato è già insediata, e comprende membri del Movimento 5 stelle

2) Il senatore Pinco Pallino propone la modifica del regolamento interno: al
Senato il voto astenuto non vale voto contrario, ma ci si uniforma alla
camera dove abbassa il quorum. La giunta approva la modifica e rimette
all’assemblea.

3) Pd e Movimento 5 Stelle votano la riforma del regolamento, perché basta la maggioranza assoluta

4) Al senato il Movimento 5 Stelle si astiene sulla fiducia al governo Bersani.

5) Deal

L’idea è di Emidio Picariello; ricerche, link e procedimenti, miei.

“Il rinnovamento? Non è mica una questione di età!”

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Vabbeh, se lo dite voi, sarà vero.

Bersani, metti su il governo della vergogna

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Bersani, devi mettere su il governo della vergogna. Anzi, delle tre vergogne.

Un governo talmente splendente che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle dovranno vergognarsi nel non votarlo. Non dovranno riuscire a dormire di notte. Dovranno essere tormentati dagli incubi: gli incubi dei loro elettori che, “se torniamo a casa così, ci fanno il mazzo”. Come è accaduto con Piero Grasso, ma molto, molto di più.

Un governo talmente convincente che gli elettori del MoVimento 5 Stelle, nel caso questo governo naufragasse, dovranno vergognarsi di aver votato per il MoVimento di Beppe Grillo. Un governo di profilo così alto, con talmente tanti giovani dentro da poter andare in tutte le televisioni e convincere, con uno sguardo, anche il famigerato elettore-medio italiano. Un governo talmente bello che confrontato con i volti nuovi del grillismo, trasmetta più fiducia di loro, al primo sguardo.

Un governo talmente rivoluzionario che tutti gli elettori italiani, al prossimo giro, dovranno vergognarsi a non votare il Partito Democratico o il centrosinistra. Un governo che dimostri quello che è e quello che può essere questo paese.

Niente barbe bianche, niente bilancini, persino niente volti noti ed ormai un po’ abusati. Volti freschi e non di rodata esperienza, ma di provata competenza, che è diverso. Un governo che brilli di luce propria. Solo così, forse, ne usciremo.

Bersani, facce ride. Facce persino godé. E a loro, falli vergogna’.

Caro Napolitano, dai il governo al MoVimento di Beppe Grillo

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Lettera aperta al presidente della Repubblica

Caro Giorgio, caro Presidente della Repubblica,

in tempi in cui “ognuno vale uno”, io sento di valere ben meno nell’indirizzarti questa missiva da un blog che in passato ha avuto qualche fortuna e che, per motivi di impegno personale, ormai, non riesco ad aggiornare e tenere vivo come vorrei. Ma questo, adesso, lo scrivo, credendo che sia importante.

Caro Presidente della Repubblica, la Costituzione ti affida un’importante scelta, quella di individuare una persona che possa rappresentare il Parlamento eletto dagli italiani, averne la fiducia, governare. Ti prego di fare la scelta più radicale possibile, a questo punto, che appare essere anche quella più corrispondente al risultato del voto elettorale, nonché quella che va più nella direzione della stabilità del Paese.

Affida l’incarico ad un esponente del MoVimento 5 Stelle. 

Abbiamo vissuto gli ultimi mesi persi nella categoria dell’ineluttabilità. Era ineluttabile, infatti, che il centrosinistra di Pierluigi Bersani avrebbe vinto le elezioni. Io so perché non ci ha neanche provato. Lo so da fonti certe, interne, affidabili, ma non è questo ciò di cui parliamo: viviamo invece, adesso, in una seconda ineluttabilità. Sulla stampa. Nei discorsi. Nelle opinioni: sarebbe ineluttabile che proprio Pierluigi Bersani abbia l’incarico di provare a formare il governo, confrontandosi in Parlamento sui temi da lui individuati.

Nel proporre questa ipotesi, la stampa, i dirigenti di partito, l’establishment italiano, sanno già che fallirà. La propongono come una sorta di ossequio (ineluttabile) al non-vincitore delle elezioni, utile a prendere tempo e a preparare la nuova ed ineluttabile (questa sì) sconfitta. Ma un non-vincitore non è un vincitore, è un perdente, una persona che ha perso e non ha il consenso dell’elettorato. Parallelamente, sui giornali, si parla moltissimo della vittoria del MoVimento 5 Stelle, che a questo punto possiamo definire una “sconfitta-non sconfitta”, dunque una vittoria, vera e piena. Proprio per questo:

Affida l’incarico ad uno di loro. 

Magari da loro individuato. Magari allo stesso Beppe Grillo. Non so, questo è secondario. Dirai: non hanno i voti per governare da soli. Beh, non li ha neanche il Partito Democratico con la coalizione Italia:Bene Comune. L’operazione che loro stanno facendo è nota: continuare a “tenere il punto” confidando, in cuor loro, che alla fine alla fine Grillo riconosca il loro “primato morale” e scenda a patti con il grandepartito-grandeforzapolitica-grandeforzapopolare che essi sentono di essere. Come tutti sanno e dicono, questo non succederà. E non succederà perché il MoVimento 5 Stelle ha tutto da guadagnare dall’ingovernabilità del paese, se rappresentata dai volti e dalle storie altrui. Proprio il contrario di ciò che tu devi garantire.

Non sta a me ricordare i tuoi doveri costituzionali: tu li conosci benissimo. Purtroppo il Partito Democratico non sembra riuscire a rendersi conto che rovesciando i termini della questione, il suo potere contrattuale e politico aumenterebbe a dismisura. Se fosse il MoVimento 5 Stelle a doversi sobbarcare la responsabilità del governo, certamente solo ai voti parlamentari del centrosinistra dovrebbe guardare. Se provasse a contare solo sui suoi voti, si tornerebbe immediatamente alle urne. Se provasse a voltarsi alla destra di Silvio Berlusconi, i suoi elettori lo abbandonerebbero senza appello.

E questo è un’opzione che Grillo, dopo essere andato al governo, sebbene con mandato esplorativo, non può certo permettersi: investito della responsabilità di governo, il MoVimento 5 Stelle si sarebbe invece reso responsabile dell’ingovernabilità e dell’ennesimo schianto del paese. Con quale faccia, allora, Grillo chiederebbe i voti? E’ invece realistico che il Partito Democratico, forza responsabile, voterebbe la fiducia ad un governo 5 Stelle, potendo peraltro condizionarne sia la composizione che l’agenda.

Questo, la dirigenza del Pd non sembra capirlo. C’è chi ha suggerito a Bersani di offrire la guida del governo a Grillo, o a uno dei suoi: già, ma non l’ha fatto. L’opzione che ho provato a descrivere, credo, darebbe al paese un governo anche relativamente stabile, e perciò, mi sembra – sono solo uno studente di diritto, e un giornalista: le mie sono solo opinioni, proposte, suggestioni – sarebbe la via più rispondente alla tua missione istituzionale.

Lascia stare quello che ti diranno i partiti. Lascia stare quel che dice la stampa. Parti dal popolo e dal risultato elettorale.

Affida il governo al MoVimento 5 Stelle. Il governo nascerà e, vedrai, governerà, anche solo per quelle riforme urgenti che tutti attendiamo (no “il paese”, no “i mercati” né “l’Europa”: tutti noi).

A me questa sembra l’unica via d’uscita dalla nebbia in cui, come tu hai detto, si fa fatica ad orientarsi.

E’ tutto nelle tue mani,

con rispetto e stima,

Tommaso.

Già che sei qui, leggiti anche:

Fiscal compact on my mind

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Oggi sembra proprio la giornata giusta per parlare un po’ del Fiscal Compact e di quello che ne pensano le forze politiche in corsa per le prossime elezioni politiche italiane. Perché il pacchetto fiscale europeo è il primo tassello di una riforma profonda del funzionamento dell’Unione e della sua economia per come la conosciamo; come si legge su un blog di investimenti finanziari, si tratta di una riforma che “avrà un impatto sulle politiche fiscali di tutti i prossimi governi per i prossimi vent’anni”. E dunque sulla vita di tutti noi.

Il pacchetto sul Fiscal Compact è stato approvato esattamente un anno fa dalle istituzioni europee e il testo consacra il pareggio di bilancio come regola aurea del funzionamento dell’Unione Europea e dei suoi stati: gli stati membri non potranno spendere più dei denari che hanno già in cassa. Il che può sembrare un’affermazione scontata, ma non lo è affatto, vista la storica propensione degli stati a creare sviluppo, investimenti e politiche di spesa pubblica, detto in maniera facile, a debito. Con le nuove norme, con il pareggio di bilancio in Costituzione secondo le indicazioni europee, l’Italia e gli stati potranno indebitarsi solo per una piccola frazione della propria ricchezza ogni anno, e si sono inoltre impegnati a ridurre il debito complessivo già sulle loro spalle per percentuali molto significative. Spiegazioni più ampie si trovano qui: il senso è che l’Europa si prepara a diventare una zona di austerità permanente, in cui sullo Stato come fornitore di servizi e aiuti si potrà contare in maniera generalmente più limitata.

L’impegno del fiscal compact è particolarmente gravoso per l’Italia, perché ci chiede di sgonfiare il nostro debito pubblico, anno dopo anno: il che si fa, ovviamente, con maggiori entrate (leggi tasse, o entrate di altro genere) e minori uscite (ovvero minori servizi). Ecco perché capire quali sono le posizioni dei leader sul tema è particolarmente importante.

Continua a leggere ‘Fiscal compact on my mind’

Bersani-killer e la rottamazione dove non te l’aspetti

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Mentre nel centrodestra continua il circo, c’è da dire che questa storia delle primarie dei parlamentari indette da Bersani, in un weekend sufficientemente scomodo per la partecipazione popolare, rischia di rivelarsi una vera e propria promozione/rottamazione (involontaria?) proclamata dalla segreteria nazionale, ai danni di ranghi, livelli e truppe cammellate locali del Partito Democratico, su quei territori che vanno al voto, in contemporanea, per politiche e amministrative.

Mi spiego meglio. So da fonti abbastanza attendibili che uno dei candidati alla corsa delle primarie a sindaco di Roma, che in questi ultimi tempi si era affacciato dichiarando la sua intenzione di partecipare alle primarie, se la sarebbe rimangiata, pronto ad infilarsi, invece, nella partita del Parlamento. Io non so se questa cosa sarà poi vera: ma se ci pensate, tutto torna; sopratutto se confrontata con l’attivismo, frenetico, che sta caratterizzando i parlamentari di primo pelo, terrorizzati e confusi, senza una bussola che gli indichi dove andare a trovare i voti necessari per un reinserimento in lista.

Già, perché la combinazione di Porcellum, più il weekend del voto poco favorevole alla partecipazione, è davvero in grado di garantire un seggio in Parlamento abbastanza sicuro a chi ha un largo consenso, radicato e storico, sui territori: un consenso simile a quello che serve per raccogliere firme e voti, per essere eletti in Campidoglio, piuttosto che alla Regione Lazio, Lombardia o Molise.

Mi spiego: siccome si voterà, come è noto, sotto Capodanno; e moltissimi saranno gli elettori che saranno altrove – me compreso, ripeto – è realistico che la gran parte dei voti verrà dai militanti storici, da chi (gulp) è disposto a rinunciare a, magari, vacanze programmate per votare alle primarie dei parlamentari. Massimo rispetto, beninteso, e ribadisco che spero salti fuori un modo per farmi votare anche dall’estero, dove sarò: a chiunque lo dico, viene una faccia un po’ mogia (come a dire: “La vedo difficile”, ma io non dispero).

E così, con l’ammontare dei voti necessari ad andare in Consiglio Comunale o Regionale si potrà comodamente prenotare un buon piazzamento nelle liste alla Camera; il meccanismo delle liste bloccate della legge Calderoli, poi, farà il resto, e chi voleva fare il consigliere comunale si potrà ritrovare, senza nemmeno troppo sforzo, parlamentare. Perciò è ben comprensibile che moltissimi candidati o ri-candidati, che stavano iniziando a posizionarsi per le amministrative, scelgano la via di Montecitorio: amministrare un territorio è immensamente più rognoso che stare in Parlamento; e, per la stessa quantità di voti, provarci conviene.

Questo, a quanto so, è quel che sta accadendo nel Lazio; mi sembra realistico succeda anche in Lombardia e Molise. Così Bersani, con un colpo solo, avrà in Parlamento una falange disciplinata di quadri e dirigenti storici che vengono dal territorio, gli unici in grado di radunare voti in queste condizioni, molto grati della possibilità ricevuta e confezionata su loro misura; e nel contempo sfoltirà di punto in bianco i ranghi delle classi dirigenti locali, aprendo la strada a nuovi volti, personalità e candidature locali. Secondo me, una centro perfetto, un colpo silenzioso.

Già che ci sei, leggiti anche: 


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