Archive for the 'Politica' Category

E se la soluzione non fosse Renzi, ma Bersani?

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Vi stupirò.

Premesso: io vorrei un centrosinistra in grado di vincere le elezioni. In grado di fare una maestosa campagna elettorale, di convincere gli incerti, di “spostare a sinistra il paese” per poi vincere, sontuosamente, le elezioni politiche e governare con una larga maggioranza. Qualcosa che si chiama “politica”. Per quello che so, questo centrosinistra in Italia non c’è mai stato: abbiamo avuto dei centrosinistra sicuri di vincere e che hanno perso (Occhetto), che si sono suicidati (il grande Rutelli e il primo Prodi in tandem con d’Alema), che pur di vincere hanno candidato Mastella (secondo Prodi), che volevano vincere ma gli è mancato quel di più (Veltroni), che erano sicuri di aver già vinto e poi hanno non-vinto (Bersani).

Come sa chi segue questo blog che scorre ormai come un fiume carsico – hey, non guardarmi così, rosico già abbastanza da solo, ok? ok? – io alle primarie del centrosinistra ho votato, alla fine, Matteo Renzi. L’ho votato dopo un lungo processo di avvicinamento in cui ho analizzato i programmi dei due contendenti e mi sono ritrovato, come pensavo, più a sinistra di tutti e due su alcuni temi chiave. Ma ho votato Renzi, fra i due, perché i toni dei Bersaniani mi avevano fatto venire l’orticaria. E siccome li conosco, so che sono proprio quelli, i toni. E non ce l’ho fatta.

In seguito ho avuto modo di “rivendicarmi” in famiglia, con gli amici, nel partito per il poco che lo frequento, quel voto; ne sono stato contento perché mi sembrava che Renzi avrebbe potuto vincere le elezioni con quel largo margine che io volevo. Oggi, con un intervento che ha monopolizzato le pagine dei giornali, Renzi è uscito dal silenzio in cui si era trincerato – piacevolmente – negli ultimi tempi e ha detto “o governo con il PdL o al voto”. Con me, sottintende lui.

Ed è per fedeltà alla premessa iniziale che inizio a chiedermi se la soluzione, al prossimo giro, non debba essere Matteo Renzi, ma guarda un po’, per assurdo, persino Pierluigi Bersani.

Metto in fila le mie impressioni. Renzi vuole andare a nuove elezioni, e vuole guidare lui il centrosinistra. Si parlava fino a poco tempo fa di un quadro che mi sembrava il più adeguato: nuove primarie con Renzi incoronato vincitore naturale dalla mancanza di altri candidati credibili, e uno come Fabrizio Barca alla guida del partito. Era ok. Invece Renzi ha accelerato, dice strane cose su patti con Berlusconi e a questo punto mi sembra l’ora di dire che, secondo me, Matteo Renzi così ha ben poche possibilità di vincere le elezioni.

Principalmente perché ho davvero l’impressione che questo suo atteggiamento possa essere interpretato come scissionista, cosa che finora lui non è mai stato. Non capisco perché ha interrotto il silenzio: sono ancora convinto che questo governo a bagnomaria alla fine si farà, dopo l’elezione del successore di Napolitano; ma durerà poco, e lui sarebbe stato in pole position per guidare la coalizione. Invece, ha parlato adesso, e ho l’impressione che stia facendo male i suoi calcoli.

Andando alle elezioni così, con questa acredine, con l’ombra di un patto con Berlusconi, molti di quelli che lo guardavano con simpatia, me compreso, si troverebbero in difficoltà a votarlo; e viceversa chi lo odia come la peste avrebbe più di un appoggio per dimostrare che come-aveva-sempre-pensato Renzi è il vice di Silvio da Arcore. Si aggiunga che Renzi non è più “nuovo”, ha fatto la sua battaglia e l’ha persa. In sintesi, e ne ho parlato con molti, Matteo Renzi pare ormai bruciato; e sta finendo, peraltro, di darsi fuoco da solo.

E invece Bersani? Perché potrebbe essere la soluzione? In sintesi, potrebbe esserlo se decidesse di fare la campagna elettorale, che non ha voluto fare – meglio: gli hanno consigliato di non fare – perché la partita si credeva già vinta e bisognava al massimo preparare l’accordo con Monti. Se Bersani volesse, potrebbe fare davvero la campagna elettorale in grado di radunare intorno a se i simpatizzanti di Matteo Renzi, i tanti delusi del Movimento 5 Stelle – che sono tanti, zì, teggiuro proprio – e pronti a votare una linea politica che sia netta e condivisibile. Quella che Bersani, tragicamente, ha avuto dopo e non prima della campagna elettorale.

Tutto questo può esistere a patto di prendere non il povero Stefano Fassina, ma quel che lui ha detto dopo le elezioni (“le campagne elettorali non spostano voti”) e di buttarla al gabinetto – la frase. Certo, però, magari non mandatelo in telecamera così spesso, perdiamo 100mila voti a minuto (ciao Stefano, non ti conosco, ma è quello che penso). Dicevo, il momento è propizio: Beppe Grillo ha letteralmente cacciato a pedate, con un post sul suo blog,  i simpatizzanti generici, quelli che costituiscono il 70% dell’elettorato di una forza politica, dicendogli che hanno sbagliato voto e devono tornare a votare per i partiti. Benissimo: vorrei parlare con alcune di queste persone, ne conosco un po’; a pelle, direi che se Bersani facesse Bersani, al prossimo giro, probabilmente lo voterebbero.

Se non Bersani, dunque, almeno un Bersani. Ma vero, però. Senza freni, questa volta.

Non ho ancora deciso se la penso così. Ma un po’ la penso così.

Un governo Bersani, in cinque mosse

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Ecco un modo per uscire dallo stallo e formare il governo di Pierluigi Bersani (o chi per lui). Basta volerlo, e si fa domani, con un blitz.

1) La giunta del regolamento al Senato è già insediata, e comprende membri del Movimento 5 stelle

2) Il senatore Pinco Pallino propone la modifica del regolamento interno: al
Senato il voto astenuto non vale voto contrario, ma ci si uniforma alla
camera dove abbassa il quorum. La giunta approva la modifica e rimette
all’assemblea.

3) Pd e Movimento 5 Stelle votano la riforma del regolamento, perché basta la maggioranza assoluta

4) Al senato il Movimento 5 Stelle si astiene sulla fiducia al governo Bersani.

5) Deal

L’idea è di Emidio Picariello; ricerche, link e procedimenti, miei.

“Il rinnovamento? Non è mica una questione di età!”

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Vabbeh, se lo dite voi, sarà vero.

Bersani, metti su il governo della vergogna

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Bersani, devi mettere su il governo della vergogna. Anzi, delle tre vergogne.

Un governo talmente splendente che i parlamentari del MoVimento 5 Stelle dovranno vergognarsi nel non votarlo. Non dovranno riuscire a dormire di notte. Dovranno essere tormentati dagli incubi: gli incubi dei loro elettori che, “se torniamo a casa così, ci fanno il mazzo”. Come è accaduto con Piero Grasso, ma molto, molto di più.

Un governo talmente convincente che gli elettori del MoVimento 5 Stelle, nel caso questo governo naufragasse, dovranno vergognarsi di aver votato per il MoVimento di Beppe Grillo. Un governo di profilo così alto, con talmente tanti giovani dentro da poter andare in tutte le televisioni e convincere, con uno sguardo, anche il famigerato elettore-medio italiano. Un governo talmente bello che confrontato con i volti nuovi del grillismo, trasmetta più fiducia di loro, al primo sguardo.

Un governo talmente rivoluzionario che tutti gli elettori italiani, al prossimo giro, dovranno vergognarsi a non votare il Partito Democratico o il centrosinistra. Un governo che dimostri quello che è e quello che può essere questo paese.

Niente barbe bianche, niente bilancini, persino niente volti noti ed ormai un po’ abusati. Volti freschi e non di rodata esperienza, ma di provata competenza, che è diverso. Un governo che brilli di luce propria. Solo così, forse, ne usciremo.

Bersani, facce ride. Facce persino godé. E a loro, falli vergogna’.

Facciamo come in Belgio, dài

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Poi dici a che serve studiare diritto.
Disse Vito Crimi, neo capogruppo al Senato del Movimento 5 Stelle:

Domanda: Siamo di fronte a un’ipotesi di tipo belga, dove c’è voluto più di un anno e mezzo per fare il nuovo Governo? “Si’, perché no?”, è stata la replica di Crimi.

Il problema è che se veramente foss imo in Belgio, e dunque ci si trovasse impantanati “in un’ipotesi di tipo belga”, il problema non ci sarebbe affatto.

Il primo ministro è nominato dopo che l’incaricato [dal Re] riesce a trovare un accordo [con le forze politiche] e generalmente è lui che viene nominato primo ministro. Gli altri ministri e segretari di Stato sono nominati su proposta dell’incaricato. Infine, la Camera dei Rappresentanti è incaricata di procedere ad un voto di fiducia. (…) I ministri e i segretari di Stato non sono responsabili se non davanti alla sola Camera dei Rappresentanti.

Si chiama: bicameralismo imperfetto. Il Belgio ha la Camera e il Senato, come l’Italia, ma solo una delle due vota la fiducia al governo. Così, se si facesse “come in Belgio”, come tanto dicono i deputati del MoVimento 5 Stelle, la coalizione del Partito Democratico avrebbe ampiamente i numeri per governare da sola, perché sarebbe la sola Camera dei Deputati ad accordare la fiducia al governo.

Perciò, sì, dai: facciamo come in Belgio. Ascoltateli, questi del MoVimento, no? L’avranno studiato, il diritto costituzionale.

Caro Napolitano, dai il governo al MoVimento di Beppe Grillo

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Lettera aperta al presidente della Repubblica

Caro Giorgio, caro Presidente della Repubblica,

in tempi in cui “ognuno vale uno”, io sento di valere ben meno nell’indirizzarti questa missiva da un blog che in passato ha avuto qualche fortuna e che, per motivi di impegno personale, ormai, non riesco ad aggiornare e tenere vivo come vorrei. Ma questo, adesso, lo scrivo, credendo che sia importante.

Caro Presidente della Repubblica, la Costituzione ti affida un’importante scelta, quella di individuare una persona che possa rappresentare il Parlamento eletto dagli italiani, averne la fiducia, governare. Ti prego di fare la scelta più radicale possibile, a questo punto, che appare essere anche quella più corrispondente al risultato del voto elettorale, nonché quella che va più nella direzione della stabilità del Paese.

Affida l’incarico ad un esponente del MoVimento 5 Stelle. 

Abbiamo vissuto gli ultimi mesi persi nella categoria dell’ineluttabilità. Era ineluttabile, infatti, che il centrosinistra di Pierluigi Bersani avrebbe vinto le elezioni. Io so perché non ci ha neanche provato. Lo so da fonti certe, interne, affidabili, ma non è questo ciò di cui parliamo: viviamo invece, adesso, in una seconda ineluttabilità. Sulla stampa. Nei discorsi. Nelle opinioni: sarebbe ineluttabile che proprio Pierluigi Bersani abbia l’incarico di provare a formare il governo, confrontandosi in Parlamento sui temi da lui individuati.

Nel proporre questa ipotesi, la stampa, i dirigenti di partito, l’establishment italiano, sanno già che fallirà. La propongono come una sorta di ossequio (ineluttabile) al non-vincitore delle elezioni, utile a prendere tempo e a preparare la nuova ed ineluttabile (questa sì) sconfitta. Ma un non-vincitore non è un vincitore, è un perdente, una persona che ha perso e non ha il consenso dell’elettorato. Parallelamente, sui giornali, si parla moltissimo della vittoria del MoVimento 5 Stelle, che a questo punto possiamo definire una “sconfitta-non sconfitta”, dunque una vittoria, vera e piena. Proprio per questo:

Affida l’incarico ad uno di loro. 

Magari da loro individuato. Magari allo stesso Beppe Grillo. Non so, questo è secondario. Dirai: non hanno i voti per governare da soli. Beh, non li ha neanche il Partito Democratico con la coalizione Italia:Bene Comune. L’operazione che loro stanno facendo è nota: continuare a “tenere il punto” confidando, in cuor loro, che alla fine alla fine Grillo riconosca il loro “primato morale” e scenda a patti con il grandepartito-grandeforzapolitica-grandeforzapopolare che essi sentono di essere. Come tutti sanno e dicono, questo non succederà. E non succederà perché il MoVimento 5 Stelle ha tutto da guadagnare dall’ingovernabilità del paese, se rappresentata dai volti e dalle storie altrui. Proprio il contrario di ciò che tu devi garantire.

Non sta a me ricordare i tuoi doveri costituzionali: tu li conosci benissimo. Purtroppo il Partito Democratico non sembra riuscire a rendersi conto che rovesciando i termini della questione, il suo potere contrattuale e politico aumenterebbe a dismisura. Se fosse il MoVimento 5 Stelle a doversi sobbarcare la responsabilità del governo, certamente solo ai voti parlamentari del centrosinistra dovrebbe guardare. Se provasse a contare solo sui suoi voti, si tornerebbe immediatamente alle urne. Se provasse a voltarsi alla destra di Silvio Berlusconi, i suoi elettori lo abbandonerebbero senza appello.

E questo è un’opzione che Grillo, dopo essere andato al governo, sebbene con mandato esplorativo, non può certo permettersi: investito della responsabilità di governo, il MoVimento 5 Stelle si sarebbe invece reso responsabile dell’ingovernabilità e dell’ennesimo schianto del paese. Con quale faccia, allora, Grillo chiederebbe i voti? E’ invece realistico che il Partito Democratico, forza responsabile, voterebbe la fiducia ad un governo 5 Stelle, potendo peraltro condizionarne sia la composizione che l’agenda.

Questo, la dirigenza del Pd non sembra capirlo. C’è chi ha suggerito a Bersani di offrire la guida del governo a Grillo, o a uno dei suoi: già, ma non l’ha fatto. L’opzione che ho provato a descrivere, credo, darebbe al paese un governo anche relativamente stabile, e perciò, mi sembra – sono solo uno studente di diritto, e un giornalista: le mie sono solo opinioni, proposte, suggestioni – sarebbe la via più rispondente alla tua missione istituzionale.

Lascia stare quello che ti diranno i partiti. Lascia stare quel che dice la stampa. Parti dal popolo e dal risultato elettorale.

Affida il governo al MoVimento 5 Stelle. Il governo nascerà e, vedrai, governerà, anche solo per quelle riforme urgenti che tutti attendiamo (no “il paese”, no “i mercati” né “l’Europa”: tutti noi).

A me questa sembra l’unica via d’uscita dalla nebbia in cui, come tu hai detto, si fa fatica ad orientarsi.

E’ tutto nelle tue mani,

con rispetto e stima,

Tommaso.

Già che sei qui, leggiti anche:

A Grillo converrebbe darsi una calmata. Ecco perché

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Credo che Beppe Grillo dovrebbe essere considerato da adesso in poi (e che dovrebbe iniziare a considerarsi) niente più di quello che è: non essendo eletto, un autorevole blogger del MoVimento 5 Stelle, non in grado di dare indicazioni politiche al suo MoVimento. Anche perché lui e Messora stanno facendo, se mi consentite, più danni che altro.

Ma non alla democrazia italiana, proprio al MoVimento 5 Stelle. Siamo rimasti al grande rifiuto, da parte di Grillo stesso, alla mano tesa da Pierluigi Bersani – ribadita oggi stesso con l’ennesimo post del blog basato peraltro su un pezzo di Maria Teresa Meli che Renzi aveva già smentito in mattinata (bellissima operazione, complimenti vivissimi). Rifiuto scontato, inevitabile, fate voi e non mi interessa. Come ho scritto, Grillo così sceglie la strada più facile: ma, mi sono reso conto, più facile solo per lui, non per il Movimento, che avrebbe tutto da guadagnare, credo, in termini elettorali da un’alleanza col Pd.

Il punto è questo: Grillo, dice, fa capire, fa intendere, di voler governare da solo. Vuole un governo a guida 5 stelle, a maggioranza 5 stelle, con ministri 5 stelle. Nel parlamento italiano per eleggere questo governo i voti, attualmente, non sembrano esserci. Circola l’idea che il Pd offra a Grillo la guida dell’esecutivo: è una buona idea, ma mi sembra si sia già arenata, e comunque loro lo farebbero, semmai, solo con l’appoggio esterno del Pd – difficile che il Pd accetti addirittura di appoggiare dall’esterno un governo 5 Stelle. Prima o poi, in ogni caso, si tornerà ad elezioni.

Ma quel che sta facendo Grillo, spero senza rendersene conto, è alzare l’asticella, e di molto. Il MoVimento 5 Stelle è il primo partito d’Italia, è vero, ma per essere autosufficiente in Parlamento dovrebbe passare dal 25% attuale almeno al 35% a livello nazionale e vincere in Lombardia, Veneto, Campania, e Sicilia alle prossime elezioni. Quel che sta chiedendo Grillo ai suoi attivisti è di crescere di 10 punti in termini elettorali nel giro di 2-4 mesi, sopratutto nelle regioni chiave: è una sfida, grossa. E’ un rischio molto intenso. Ovviamente, è possibile: se il MoVimento 5 Stelle ci riuscisse, non ci sarebbe da fare altro che togliersi il cappello e augurargli buon lavoro. Ma Grillo deve rendersi conto che, ed è questo che secondo me non capisce, in questo modo alle prossime elezioni qualsiasi percentuale il MoVimento prendesse, inferiore al 35%, sarebbe una grossa sconfitta per Cinque Stelle. Si certificherebbe che non è in grado di crescere e di rappresentare la società italiana nel suo complesso.

In breve, secondo me è chiedere troppo, e tutto insieme. La domanda è: il MoVimento 5 Stelle è in grado di crescere di dieci punti in meno di un anno? Secondo me no. Non così. Anzi, secondo me continuando su questo andazzo i voti li perderà. Le ultime prese di posizioni vogliono un M5S che invita i due partiti maggiori ad accordarsi per un governissimo su cui sparare (e credo che Bersani non abbia intenzione di prestarsi a questo giochino) o addirittura una riedizione dell’esperienza Monti come “commissario di Stato” mentre il Parlamento vota e approva le riforme di impulso volute da Grillo e dai suoi.

Mi sembrano entrambe strade morte. In sostanza Grillo sta permettendo o la nascita di un inciucione, o una riedizione dell’esperienza Monti, personaggio che i suoi elettori odiano come nessuno. Direi che Grillo dovrebbe darsi una calmata e ragionare in termini, sì, più politici: a meno che, ovviamente, del consenso elettorale gliene importi davvero poco e che l’intenzione sia quella che Giuditta Pini ha ricordato su Facebook. Ma ovviamente, così, è tuuuutto un altro discorso; e ci vedremo sulle montagne.

L’alba

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Finirò di scrivere questo post, lo pubblicherò e andrò a dormire. Domani mi sveglierò e andrò a votare.

Voterò per il centrosinistra di Pierluigi Bersani, nonostante una campagna elettorale mirata più che altro a tenere compatto il proprio fronte, nella speranza (sicurezza? calcolo?) che i voti degli altri sarebbero calati. Non è che questo approccio mi piaccia tantissimo, ma tant’è, questa non è una dichiarazione di voto.

Io non so chi vincerà, eppoi sono scaramantico, per cui non lo dico: so che comunque andrà domani finirà un’era, e ne inizierà un’altra. Perché avremo un Parlamento pieno di giovani, e di donne, di persone mai viste che inonderanno i telegiornali. Avremo un nuovo presidente del Consiglio, un nuovo Capo dello Stato, un nuovo Papa: i miei venticinque anni, ai quali non manca molto, cadono in un periodo di vie da prendere, scelte da disegnare. Qualcosa, lo sento da un po’, si rimetterà in moto.

Per inerzia, non per volontà di qualcuno, perché arriva sempre un punto in cui la ruota si sblocca. Non so dove andrà. E’ stato difficile crescere ed affacciarsi agli anni che contano nell’Italia di Silvio Berlusconi; nel 1994 avevo 6 anni e giocavo al computer. Sono tanti, tanti anni. Siamo cresciuti insieme, io e Silvio; mi ha cresciuto lui, ci ha cresciuti tutti. I democristiani avevano insegnato all’Italia che i peccati vanno fatti di nascosto e poi vanno nascoste anche le tracce; Berlusconi ci ha rivelato che l’Italia è, da qualche parte, anche una società di persone che ruberebbero pur di essere ricche e che quando c’è da pagare, volentieri invocherebbero un privilegio. Ma non è stato neanche questo.

Il problema è stato l’angoscia. Il sentirmi immerso in un tessuto che mi ripeteva: sarà una merda. Dovrai combattere. Non c’è lavoro. Dovrai espatriare: e come se non bastasse, era pure tutto vero. In parte ringrazio, questi messaggi ripetuti a tamburo: hanno fatto sì che iniziassi presto a trottare.

Non racconto la mia storia, anche se devo una spiegazione a quelli che prima venivano qui regolarmente, e ancora si affacciano quando scrivo: diciamo che il tempo che dedicavo a questo spazio è ora assorbito nello studio, che tenta disperatamente di sopravvivere (ce la farà) alla mia agenda quotidiana, da un paio d’anni a questa parte ormai, per fortuna, piuttosto fitta.

Non so chi vincerà domani, dicevo; so che la società italiana è cambiata. L’ha cambiata la rete, che negli ultimi anni si è diffusa a livello capillare: un buon termometro è la facoltà di Giurisprudenza, dove studio. Composta – non è per insultare, eh – da persone in media grige, e grigemente medie, dedite all’accumulo di nozioni, al fammi-firmare-che-tanto-non-ti-ascolto, e Ruzzle durante le lezioni, all’avvocato wannabe, lavoro danaroso (che poi, manco è vero). A domanda del professore, chi avesse il computer a casa, tutti hanno alzato la mano. E poi, i tablet, la navigazione mobile, vabè: insomma, la tecnologia dilaga. E questa è la base. Senza la ruota, niente commercio. Senza la stampa in serie non sarebbero state possibili né la Riforma Protestante né la Rivoluzione Francese; senza l’industria non sarebbe nato il Socialismo. Le modifiche tecnologiche disegnano e plasmano i cambiamenti sociali: chi è meglio equipaggiato, ha più opportunità.

Ed è dalla rete che sale il MoVimento che ieri ha fatto 800mila persone in piazza (secondo loro: ma diciamo sei piòtte? Quattro piòtte? Non conta: sono passato ieri tornando dal lavoro, la piazza era piena e loro erano un botto, ma una cifra proprio). Di loro, dei grillini, non ho paura, anzi, in parte sono contento del successo che avranno, per una serie di ragioni. Principalmente, il loro è un programma di sinistra: acqua pubblica, connettività, nuova mobilità, fonti rinnovabili, sviluppo economico sono le loro Cinque Stelle, e vanno bene tutte. Ieri, da casa, sentivo il comizio e c’era ben poco che non condividessi, nelle lotte dei comitati per l’acqua, antinucleare, queste piccole reti locali che la forza di Grillo e del Movimento sono riuscite ad incapsulare.

Il problema, lì, è lui: è il fatto che se non sei come dice lui, piglia e ti butta via, ti espelle; e i suoi piccoli ultras che applaudono, sguinzagliati in ogni dove, e che a volte insieme a lui dimostrano di essere fuori dalla grazia di Dio (caso Favia, caso Salsi, cas0 Agnoletto, per metterne in fila tre). Per questo non li voto – non li avrei votati comunque, ma è un motivo in più. Il problema è questo suo fare ducesco, ma per il resto, credo che se parlassi con un esponente del MoVimento che non sia fuori come una zucchina (non ne conosco, di esponenti intendo, e non so quale è la media) ci troveremmo d’accordo su moltissime cose; e so che all’interno dei seguaci di Grillo ci sono anche moltissimi raccogliticci che vengono da destra, ma se questi figuri hanno piacere di lottare per l’acqua pubblica e le biciclette, che dire, è in gran parte un problema loro.

In ogni caso – mi dilungo su Grillo perché è importante – loro sono l’effetto di una responsabilità del centrosinstra: l’aver mal governato nel 2006. Perché da questo punto di vista il discorso è più che lineare: mi avete convinto a votare per voi, poi non avete fatto il conflitto d’interessi, vi siete messi a litigare, sembravate un circo Barnum, e allora… Già, vaffanculo, appunto.

Non volevo parlare così tanto di politica e di queste elezioni. Sono un appuntamento, però: piuttosto, volevo dire dell’aria che sento in giro. Nuova. Sarà che mi sento più grande io, forse più positivo: in questi ultimi tre anni, da quando questo blog è finito un po’ nel congelatore da cui prima o tardi uscirà, sono successe tante cose. Ho trovato chi mi ascolta, ho trovato lavoro e poi l’ho perso, poi ne ho trovato un altro. Ho scoperto parti di me, ne ho cambiate altre; ad esempio, ho meno ansia di scrivere qui, oltre che meno tempo, meno necessità di affermarmi. Mi sono formato, in esperienze decise e nette, che mi hanno insegnato a prendere posizione: farlo davvero, poi, è altra storia. Continuo a studiare, ed è dura, ma non mollo. Cerco di trovare intorno a me i segni di una rinascita che c’è: le imprese giovanili, gli startupper, la musica che resiste – peccato se si scioglie; gli amici, i compagni di trincea. I ragazzi da educare, l’imperdibile possibilità di dire a loro, che sono il futuro, qualcosa di diverso.

E’ questo che succederà domani. Non si tratta di perdere o vincere un’elezione, che poi è probabile, i sondaggi si sanno, ma non è detto, per cui: non si dice. Si tratta di capire che se non sarà domani, forse sarà dopodomani, ma qualcosa cambierà. Le energie vive hanno trovato un’altra strada, hanno aggirato il tappo, non hanno scavalcato la fila (è impossibile, chi ci prova muore), ma ne hanno inventata un’altra, più a loro misura. In silenzio, di nascosto, dove conta, questo paese è già ripartito. Guardatevi intorno e lo scoprirete.

Se al Pd manca il coraggio di perdere

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Stavamo parlando di cose che non sono filosofia morale: e certamente il giornalismo non lo è. Ma ancor più certamente, a non essere filosofia morale (giusto/sbagliato, vero/falso) è la politica. Sopratutto in politica, le chiacchiere stanno sempre a zero.

Concetto riassunto egregiamente dal Fatto Quotidiano affrontando la questione degli “impresentabili” nelle liste del Partito Democratico. “Impresentabili, ma irrinunciabili” è il titolo del pezzo, e non c’è sintesi migliore: Vladimiro Crisafulli, Francantonio Genovese, Nino Papania sono persone senza le quali in Sicilia si perde sicuramente una fetta importante di voti. E la politica questo è: raccolta del consenso intorno ad una proposta, che si traduce in voti.

Il giustizialismo non è parte di questo blog. Credo che queste persone debbano essere serenamente giudicate e che nel frattempo possano candidarsi a ciò che credono, fino a che non sia stata disposta l’interdizione temporanea o perpetua dai pubblici uffici con sentenza ; il Partito Democratico ha però un suo codice etico interno che spetta ai garanti far rispettare: il codice dice che per reati non di mafia, la condanna in primo grado impedisce la candidatura nelle liste del Partito; se sopraggiunge condanna, sono necessarie le dimissioni o si viene espulsi dal Pd. Certo, una volta che si è in Parlamento, l’espulsione può contare poco.

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Fiscal compact on my mind

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Oggi sembra proprio la giornata giusta per parlare un po’ del Fiscal Compact e di quello che ne pensano le forze politiche in corsa per le prossime elezioni politiche italiane. Perché il pacchetto fiscale europeo è il primo tassello di una riforma profonda del funzionamento dell’Unione e della sua economia per come la conosciamo; come si legge su un blog di investimenti finanziari, si tratta di una riforma che “avrà un impatto sulle politiche fiscali di tutti i prossimi governi per i prossimi vent’anni”. E dunque sulla vita di tutti noi.

Il pacchetto sul Fiscal Compact è stato approvato esattamente un anno fa dalle istituzioni europee e il testo consacra il pareggio di bilancio come regola aurea del funzionamento dell’Unione Europea e dei suoi stati: gli stati membri non potranno spendere più dei denari che hanno già in cassa. Il che può sembrare un’affermazione scontata, ma non lo è affatto, vista la storica propensione degli stati a creare sviluppo, investimenti e politiche di spesa pubblica, detto in maniera facile, a debito. Con le nuove norme, con il pareggio di bilancio in Costituzione secondo le indicazioni europee, l’Italia e gli stati potranno indebitarsi solo per una piccola frazione della propria ricchezza ogni anno, e si sono inoltre impegnati a ridurre il debito complessivo già sulle loro spalle per percentuali molto significative. Spiegazioni più ampie si trovano qui: il senso è che l’Europa si prepara a diventare una zona di austerità permanente, in cui sullo Stato come fornitore di servizi e aiuti si potrà contare in maniera generalmente più limitata.

L’impegno del fiscal compact è particolarmente gravoso per l’Italia, perché ci chiede di sgonfiare il nostro debito pubblico, anno dopo anno: il che si fa, ovviamente, con maggiori entrate (leggi tasse, o entrate di altro genere) e minori uscite (ovvero minori servizi). Ecco perché capire quali sono le posizioni dei leader sul tema è particolarmente importante.

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