Se al Pd manca il coraggio di perdere

voto

Stavamo parlando di cose che non sono filosofia morale: e certamente il giornalismo non lo è. Ma ancor più certamente, a non essere filosofia morale (giusto/sbagliato, vero/falso) è la politica. Sopratutto in politica, le chiacchiere stanno sempre a zero.

Concetto riassunto egregiamente dal Fatto Quotidiano affrontando la questione degli “impresentabili” nelle liste del Partito Democratico. “Impresentabili, ma irrinunciabili” è il titolo del pezzo, e non c’è sintesi migliore: Vladimiro Crisafulli, Francantonio Genovese, Nino Papania sono persone senza le quali in Sicilia si perde sicuramente una fetta importante di voti. E la politica questo è: raccolta del consenso intorno ad una proposta, che si traduce in voti.

Il giustizialismo non è parte di questo blog. Credo che queste persone debbano essere serenamente giudicate e che nel frattempo possano candidarsi a ciò che credono, fino a che non sia stata disposta l’interdizione temporanea o perpetua dai pubblici uffici con sentenza ; il Partito Democratico ha però un suo codice etico interno che spetta ai garanti far rispettare: il codice dice che per reati non di mafia, la condanna in primo grado impedisce la candidatura nelle liste del Partito; se sopraggiunge condanna, sono necessarie le dimissioni o si viene espulsi dal Pd. Certo, una volta che si è in Parlamento, l’espulsione può contare poco.

Ma il punto non è nemmeno questo. L’Italia, l’opinione pubblica o anche solo i giornali, da qualche tempo sono molto attente alla fedina penale dei candidati a cariche elettive – direi fortunatamente. Il punto è che chi ha una macchia deve essere lasciato a casa: “Liste pulite”, no? In questo dobbiamo ringraziare (o maledire, fate voi) Beppe Grillo, che per primo fece cassa di risonanza su questi temi. E allora un codice etico pure ben scritto e che condivido può non bastare più; sopratutto perché ci sono persone, e dunque elettori, che ormai hanno particolarmente cari questi contenuti.

Bisogna fare una scelta politica, dunque, più che “giuridica interna”: può non bastare il dire “ci pensano i garanti”, che è la linea di Bersani. Perché alla fine della fiera, se queste persone saranno in lista, potrebbero non arrivare i voti di chi, per votare il centrosinistra, voleva che questi soggetti rimanessero fuori dalla competizione. Si può fare un discorso numerico: i voti di Enna o di Messina sono di più di quelli “contro” Crisafulli e Genovese, e perciò queste persone in lista fanno più bene che male.

Oppure si può fare un discorso politico, vero. Perché tenere queste persone (che sono poi pacchetti di voti importanti che, per fare politica, vanno considerati, coltivati e raccolti ogni volta che è necessario) nelle liste del partito espone il fianco agli attacchi, da sinistra, di Ingroia  e dei suoi, e di Grillo – che non è di sinistra. E questo nelle regioni del sud, specialmente la Sicilia, potrebbe portare a problemi importanti, sopratutto al Senato. Ho sentito con le mie orecchie un giovane dirigente di uno dei partiti della lista Ingroia dire: “Sulle liste pulite e sulla questione morale imposteremo l’intera nostra campagna”. Insomma, il Pd sarà martellato su questi contenuti ovunque.

E allora il pacchetto di voti di questi cosiddetti “impresentabili” potrebbe risultare ben meno importante, o comunque spinoso, problematico. L’ideale sarebbe riuscire a considerare acquisiti sia i voti dei pacchetti dei signori territoriali come Crisafulli; sia i voti di opinione, senza doverli chiedere per voto utile. Ma nel momento, come questo, in cui i voti di Crisafulli e degli altri “impresentabili” escludono, erodono, mettono in discussione un parco voti più ampio, è saggio tenere questi e rinunciare a quelli?

Da un punto di vista matematico-economico potrebbe sembrare di sì: i voti degli “impresentabili” sono più o meno certi, i voti dei “moralisti-forcaioli” d’opinione e volatili. Bisognava pensarci prima, marginalizzare queste figure e questi comportamenti quando c’era tempo e modo: ora, bisogna scegliere. E se il Pd non rinuncia a questi voti sicuri per poter avere le mani libere dopo, e poter rivendicare di aver fatto la scelta più difficile, ma anche quella più giusta, che porta più credibilità, significa che il Pd vuole vincere per forza, e non ha il coraggio di perdere.

Non dovrebbe. Bisogna essere veramente diversi. Capisco, capisco che sia veramente ora di vincerle, queste elezioni. Ma a quale prezzo? Quello di perderne in credibilità? Non basta il codice etico, serve una scelta politica. Senza il coraggio di perdere le elezioni, i voti non arrivano, le corse non si vincono. Pensare che le elezioni siano una somma di pacchetti di voti, più che di idee, proposte e, sopratutto, comportamenti e credibilità, significa essere ingegneri del consenso, matematici della politica. Ma le elezioni, così, non si vincono: si perdono.

 

Già che ci sei, leggiti anche:

 

1 Response to “Se al Pd manca il coraggio di perdere”


  1. 1 Luigi 17 gennaio 2013 alle 2:20 pm

    Bravo, pienamente d’accordo!
    D’altronde è proprio di oggi l’esempio di Giannino, che ha lasciato a casa un candidato siciliano sulla base di un’inchiesta del Fatto

    http://www.fermareildeclino.it/articolo/giosafat-e-le-candidature-siciliane

    anche se per lui, chiaramente, non si pone il problema di “dover vincere” le elezioni, dato che la sua è (purtroppo) solamente una “testimonianza”, e questo rende tutto più semplice


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