Fiscal compact on my mind

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Oggi sembra proprio la giornata giusta per parlare un po’ del Fiscal Compact e di quello che ne pensano le forze politiche in corsa per le prossime elezioni politiche italiane. Perché il pacchetto fiscale europeo è il primo tassello di una riforma profonda del funzionamento dell’Unione e della sua economia per come la conosciamo; come si legge su un blog di investimenti finanziari, si tratta di una riforma che “avrà un impatto sulle politiche fiscali di tutti i prossimi governi per i prossimi vent’anni”. E dunque sulla vita di tutti noi.

Il pacchetto sul Fiscal Compact è stato approvato esattamente un anno fa dalle istituzioni europee e il testo consacra il pareggio di bilancio come regola aurea del funzionamento dell’Unione Europea e dei suoi stati: gli stati membri non potranno spendere più dei denari che hanno già in cassa. Il che può sembrare un’affermazione scontata, ma non lo è affatto, vista la storica propensione degli stati a creare sviluppo, investimenti e politiche di spesa pubblica, detto in maniera facile, a debito. Con le nuove norme, con il pareggio di bilancio in Costituzione secondo le indicazioni europee, l’Italia e gli stati potranno indebitarsi solo per una piccola frazione della propria ricchezza ogni anno, e si sono inoltre impegnati a ridurre il debito complessivo già sulle loro spalle per percentuali molto significative. Spiegazioni più ampie si trovano qui: il senso è che l’Europa si prepara a diventare una zona di austerità permanente, in cui sullo Stato come fornitore di servizi e aiuti si potrà contare in maniera generalmente più limitata.

L’impegno del fiscal compact è particolarmente gravoso per l’Italia, perché ci chiede di sgonfiare il nostro debito pubblico, anno dopo anno: il che si fa, ovviamente, con maggiori entrate (leggi tasse, o entrate di altro genere) e minori uscite (ovvero minori servizi). Ecco perché capire quali sono le posizioni dei leader sul tema è particolarmente importante.

L’articolo con cui Federico Rampini va su Repubblica oggi è il punto da cui partire perché ci avverte: il fiscal compact, con il pareggio di bilancio, invece che migliorare la situazione, potrebbe peggiorarla, ponendo l’Europa al di fuori di quella che gli americani chiamano già la Grande Rotazione: grazie alle economie emergenti e alle politiche neo-keynesiane del governo Obama, Brasile, India, Cina e Stati Uniti stanno saltando sul treno della ripresa, da cui anche la Grande Germania dell’austerità targata Merkel potrebbe trovarsi esclusa. Il perché è presto detto: passata la crisi, grazie al finanziamento delle banche centrali, gli stati stanno investendo sulle proprie economie non curandosi troppo del debito pubblico che, così facendo, creano: quella del pareggio di bilancio voluto dal Fiscal Compact “è una rigidità che a Brasilia, Washington, Tokyo o Pechino non conoscono”. Le monete di questi paesi continueranno sulla propria strada, fatta di svalutazioni competitive e sostegno pubblico all’economia: l’Euro sta così diventando una valuta-rifugio, il che rischia di mettere l’Europa fuori dai mercati.

Va detto che Rampini si sta facendo promotore in Italia da qualche tempo della Teoria Monetaria Moderna, un pensiero economico abbastanza recente che suggerisce il ritorno al debito pubblico praticamente incontrollato, perché gli stati con sovranità monetaria, dicono questi esperti, “possono stampare moneta in maniera indefinita” per coprire il debito. Qualcosa che l’Unione Europea non può – o non vuole – per il momento fare.

II fiscal compact viene considerato dalle tre coalizioni più importanti che si candidano alle elezioni del 2013 – Italia, Bene Comune (Pd e SeL); Con Monti per l’Italia; PdL e affini – come un dato di fatto sostanzialmente ineliminabile. Ma le posizioni su cosa fare da adesso in poi sono abbastanza variegate.

Dico subito quel che penso io, perché è ovviamente sulla base del mio pensiero che darò il voto alle posizioni politiche dei tre contendenti. Io credo che il fiscal compact da solo non basti e che anzi, sia dannoso. Ma capisco anche le ragioni di chi non vuole tornare sulla via del debito. E allora le opzioni sono due: primo, parlare con Mario Draghi alla Bce, mettersi d’accordo per una svalutazione dell’Euro, rivedere il Fiscal Compact e acconsentire ad una nuova, forse controllata, stagione di sviluppo europeo finanziato dal debito pubblico. Uno dei problema è che moltissimi dei fondi strutturali europei, sopratutto in Italia, vanno sprecati, perché le opere per cui sono assegnati non partono mai – bloccate da corruttele, conservatorismi, malaffare, eccetera: in breve, il nostro paese ha dimostrato di non meritarsi i fondi europei e il sostegno dei cittadini del vecchio continente.

E allora, se non si vuole prendere la strada del debito, la strada è quella della crescita economica a livello europeo. E dunque bisogna porre in primo piano il tema delle infrastrutture, delle grandi opere, delle strade, dei ponti, dei porti, delle ferrovie europee, della rete wi-fi, del diritto all’accesso alla conoscenza. Della sburocratizzazione, della scuola, della formazione universitaria e della ricerca: per dirne una, rilanciare il progetto Erasmus e farne la filosofia alla base dell’integrazione europea.

Rassegnarsi a vivere in una comunità a valuta forte significa accettare di dover competere sulla qualità e non sulla convenienza: l’Europa costa tanto perché è un posto dove vale la pena andare, stare, investire. Perché fornisce prodotti e servizi di qualità eccellente. E’ necessario che l’Europa sia ineguagliabile per qualità della vita, sistema turistico, aiuti alle imprese, livello complessivo di servizi alle persone. E’ una cosa che penso da un po’ di tempo: se non si può essere la Cina, perché non si vuole, e perché sarebbe un massacro per le nostre condizioni di vita, bisogna essere la miglior Europa possibile prima di archiviare Euro e progetto europeo. E questa, non è la miglior europa possibile.

La coalizione Italia-Bene Comune attualmente è molto impegnata a spiegare ai “mercati” – ma poi, dove stanno di casa questi mercati? – che il fiscal compact non sarà toccato. Lo ha detto il terribile Stefano Fassina al Financial Times, lo ripete Pierluigi Bersani ogni volta che può. A parte che la domanda posta da Pasquale Videtta sta in piedi, e molto: a che serve, a questo punto, votare Sel? A parte questo, come dicevo, sostenere che nulla del fiscal compact sarà variato senza aggiungere la parola “sviluppo”, “infrastrutture”, “qualità”, dopo, significa voler suicidare l’Europa che finora abbiamo conosciuto. E il punto sembra davvero la paura del dire qualcosa di importante sulla materia: meglio impappinare qualcosa adesso, vincere le elezioni e avere campo libero poi. Il problema è che senza coraggio le elezioni si perdono. Per Bersani, messa così, è 5. Forza, si può fare di meglio.

Non sembra avere di questi problemi Silvio Berlusconi che, impostando l’intera campagna elettorale contro la Merkel, proclama di volersi “presentare in Europa con la schiena dritta” per chiedere una reinterpretazione del Fiscal Compact che consenta all’Italia di pagare “15 miliardi all’anno di debito pubblico”, ben meno di quanto gli accordi prevedano; Silvio proclama di voler “rivedere il Fiscal Compact” anche mediante un nuovo voto del Parlamento, ma la domanda è, per fare cosa? Va ricordato infatti che il Cavaliere si porta sulle spalle un quarto del totale debito pubblico italiano, senza che sull’altro lato della bilancia si possano vantare successi importanti in termini di miglioramento dei servizi pubblici (è illuminante il documento della Banca d’Italia che nel 2011, alla fine dei governi Berlusconi, raccontava un’Italia più che indietro nel confronto con i partner europei). Per Berlusconi, sparare contro la Merkel è un’arma populista molto facile, ma dovrebbe dire cosa vorrebbe farci con i denari liberati dal Fiscal Compact: finanziare le assunzioni a tempo indeterminato “praticamente in nero”? Una voragine di soldi bruciati: per il Cavaliere è 4. 

Coerente con il suo essere un lavoro a più mani, l’Agenda Monti è chiara dove è ovvio che lo sia, e carente dove sarebbe stato bello non esserlo. Vengono confermati gli impegni del fiscal compact sul pareggio di bilancio,  ma sul creare un’”area di qualità europea” c’è ben poco. Si parla di turismo senza parlare di strade, porti ed aeroporti; si parla di fondi strutturali da recuperare, ed è bene, ma non si dice quali saranno le opere prioritarie su cui agire – ne ho a cuore due: la Salerno Reggio Calabria e il porto calabrese di Gioia Tauro. Si fa un gran parlare di Europa. di formazione e di istruzione e si riesce in pagine e pagine a non nominare minimamente la parola Erasmus. Più di Berlusconi, meno di Bersani, il voto è 4 e 1/2. 

 

Già che ci sei, leggiti anche: 

2 Responses to “Fiscal compact on my mind”


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