Se questo è Servizio Pubblico

Ieri era Silvio a giocare in casa?

Silvio Berlusconi ospite a "Servizio Pubblico"

Io non credo che il giornalismo sia Filosofia Morale. Quello è il mondo dei concetti assoluti ed integerrimi, giusto, sbagliato immutabili, delle grandi idee da difendere davanti alla Storia e ai nemici. Quella dei film, no? Delle grandi battaglie di ideali.

Io credo che il giornalismo a questo si debba avvicinare. Sempre tendere. Ma è una professione e missione complicata che deve tenere conto di tanti elementi: quadro politico, economico, la libertà effettiva che hai di scavarti una tua trincea nel rapporto con l’editore – sopratutto. Bisogna trovare uno disposto a difenderti economicamente e giuridicamente “against all odds”, davanti a tutte le avversità.

Scrivo questo perché a me pare che della memorabile esperienza televisiva di ieri sera, quel che rimanga è il fallimento devastante del team Santoro. Della più grande squadra di giornalisti filo-anglosassoni, teoricamente appuntiti, sempre temperati e pronti a fare la seconda domanda. E invece, un Silvio Berlusconi qualsiasi, ieri, li ha messi in difficoltà.

Parliamoci chiaro, a me Silvio sembra davvero mio nonno ormai. Si muove nello stesso modo, gli stessi movimenti stanchi da 70-80enne. Dice cose più o meno a caso, negando l’improbabile e l’impossibile. Accampando giustificazioni insostenibili davanti a qualsiasi rassegna stampa. Sempre, alla fine, non è stata colpa sua, gli è stato impedito di fare quello che voleva, qualcuno si è messo di mezzo. Credo che un leader forte questi impedimenti li sa travolgere, risolvere, minimizzare; ma non è questo, quello di cui parliamo qui.

Parliamo principalmente di quel che ha detto Michele Santoro quando si è arrabbiato a bestia, dopo che – strano, eh – Berlusconi ha fatto la carogna, infischiandosene dei “patti” che il suo staff aveva firmato con la redazione di Servizio Pubblico; quando Berlusconi ha letto, banalmente, il copia-e-incolla della voce di Wikipedia su Marco Travaglio che riportava le cause civili in cui il giornalista si è ritrovato soccombente, chiamandoli “processi”, dando del “pregiudicato” a Travaglio, facendo leva sulla insostenibile ignoranza giuridica degli italiani, Santoro è sbottato dicendo “lei non rispetta i patti, si era detto che non saremmo entrati nel merito dei processi”.

Come ho detto, fare giornalismo non sempre può essere fare filosofia morale. Ma ho imparato sulla mia esperienza che bisogna, necessariamente, scavarsi una trincea di dignità minima sotto la quale non si può scendere. E Michele Santoro ci ha abituato al fatto che lui è uno con una trincea di dignità piuttosto alta: per dire, probabilmente un qualsiasi fagiano come me non avrebbe potuto fare altro che accettare condizioni capestro per intervistare Silvio Berlusconi; se l’alternativa era non intervistarlo, a queste condizioni, io avrei lasciato stare.

Il problema è che come ha scritto Curzio Maltese, la sceneggiata di ieri serviva a tutti e due i contendenti.

Berlusconi ha bisogno di far notizia da qui alla vigilia del voto, altrimenti è politicamente morto. La sua formula politica è finita. Accettare la sfida in trasferta è un colpo da maestro. Santoro ha un parallelo bisogno di far notizia e di sopravvivere a una formula televisiva moribonda, il talk show. Per anni ha fatto notizia contro Berlusconi, ora l’unica possibilità era di farla con Berlusconi.

Per questo ieri non abbiamo visto un momento di servizio pubblico, da parte di un giornalista che si propone di fare Servizio Pubblico anche se non fa parte del servizio pubblico radiotelevisivo – perché è questo il concetto, no? Una proposta di accordo del genere, la domanda di “non entrare nel merito dei processi di Berlusconi”, se accettata, significa che si vuole portare a casa l’intervista con Silvio “costi quel che costi”: perché un giornalista che vuole fare servizio pubblico, se non ha sufficiente potere o copertura editoriale per modificare queste condizioni, lascia stare, declina, annulla l’intervista. Se le cose si devono fare male, tanto vale non farle: e magari, dopo aver annullato l’intervista, va sui giornali e denuncia il patto: “Volevano farmi fare questa cosa qui, mi sono rifiutato”.

Ci sono moltissimi motivi che, credo, hanno impedito a Santoro di agire così. Il principale, come sempre succede, credo che sia il suo editore: in effetti non capisco il motivo che ha spinto Santoro a passare a La7 se, a questo punto, è costretto (o complice?) ad accettare condizioni inaccettabili a qualsiasi giornalista di Servizio Pubblico; condizioni che non credo avrebbe dovuto accettare se fosse rimasto con il network di tv private: lì, sarebbe stato giocare in casa sua. E non basta la manfrina del cronometro e del pari tempo per offrire un servizio agli italiani: bisognava entrare proprio nel merito dei processi, bisognava lasciare campo libero a Marco Travaglio e fare tutte, tutte, tutte le domande.

Fidarsi, o essersi dovuti fidare di Berlusconi e delle condizioni imposte dai collaboratori che gli copincollano Wikipedia, significa aver sacrificato il proprio lavoro sull’altare dello share e aver perso buona parte della propria credibilità. Inoltre, significa esser scesi sul campo di Berlusconi: era lui, ieri, che giocava in casa, visto che il padrone di casa effettivo aveva accettato di essere succube dell’ospite e della sua autorità morale, aveva accettato di non fargli alcune domande, troppo scomode. Essersene resi conto ad un certo punto e aver sbroccato, in maniera un po’ scenica e molto sceneggiata, non ha fatto altro che peggiorare la situazione.

Le cose che si possono fare, si fanno bene. Le altre, non si fanno. Io sono il primo a dover migliorare in questo – nella vita, non nella professione, che poi è in realtà lo stesso – ma io ho 24 anni e poca esperienza, Santoro è un gigante molto più in gamba di me. Non dovrei essere io a dire queste cose a lui,  semmai il contrario.

Il secondo problema è capire quanto questa bella serata metta a rischio la vittoria del paese che voglio io per il futuro. Di questo, ovviamente, Santoro non doveva preoccuparsi né ieri – doveva preoccuparsi di far emergere i fatti e di chiedere, chiedere, chiederne conto – né dovrà farlo oggi. Me ne preoccupo io, però.

Foto: Giornalettismo.com

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2 Responses to “Se questo è Servizio Pubblico”


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