Le grandi opere e il Mediterraneo, occasione persa per Renzi e Bersani

mediterraneo

Abbandoniamo le tristi polemiche di fine campagna elettorale con i (presunti) 90mila elettori in più che si sarebbero registrati per il ballottaggio alle primarie del Partito Democratico e ritorniamo ai temi programmatici dei due candidati, per quello che credo sarà l’ultima puntata dell’incerto prima del voto di domenica; un incerto che, l’avrete notato, ha riavviato in maniera ormai stabile l’attività di questo blog.

Quanto durerà? Lo vedremo, come vedremo in che modo andrà a finire questa corsa alle primarie, se sarà un grande appuntamento di democrazia o il preludio di un botto gigantesco: a mio dire, non succederà granché. Credo vincerà Bersani, anche se in giro sento di un sacco di gente invogliata a votare Renzi proprio da questi ultimi giorni di campagna (e anche le file al comitato provinciale milanese sono un segnale importante). Ma stiamo andando fuori dal nostro tema: torniamo ai programmi e occupiamoci di uno dei temi che per me sono più importanti, che credo che siano centrali per lo sviluppo economico, politico, per la crescita del nostro paese; ovvero, le infrastrutture.

Bisogna partire da un dato economico, da una domanda, da una scelta politica: l’Italia deve continuare ad essere una scomoda appendice dell’Europa, un peso, qualcosa di inutile, poco produttivo, inefficace se raffrontata alle solide economie del nord Europa; oppure deve scegliere un’altra strada? Io credo, e proverò a tirar giù un paio di dati, che la scelta debba essere la seconda, e che l’Italia debba volgersi con decisione, con scelta, persino con rischio al Mediterraneo come nuova fonte di ricchezza, come bacino fondamentale dei propri interessi. Smettiamola di guardare solo a nord, torniamo anche a guardare, e con intento programmatico, a sud del nostro mondo.

Le potenzialità ci sono, e sono impressionanti. Un recentissimo studio della Confindustria dimostra come il Pil pro capite dei paesi dell’area mediterranea (Marocco, Egitto, Libia, Tunisia) sia negli ultimi anni cresciuto a ritmi galoppanti e che proprio questa condizione di benessere più diffuso abbia dato il via alle rivolte della primavera Araba. Molti dei paesi raggiungibili, per noi, via mare, ci superano in competitività, la popolazione di queste nazioni è in rapida crescita, così come gli accessi ad internet e lo sviluppo tecnologico.

Poi, è arrivata la Primavera Araba che ha lasciato dietro di sé vuoti di potere, accanto a “vuoti di modello economico e di sviluppo”; insomma, l’associazione degli industriali italiani non chiede altro che di poter meglio “presidiare” aree ad altissimo sviluppo economico potenziale, che già è legata a doppio filo con le esportazioni italiane e che non attende altro che ulteriore impegno da parte nostra. Ad esempio è notizia di ieri, per dire, che “la Tunisia è a caccia di capitali stranieri”. Il grande player di quest’area si chiama Turchia, un paese che sta diventando, progressivamente, sempre più importante dal punto di vista economico e geopolitico.

Poi, c’è l’Italia. E ci sono le sue infrastrutture, sopratutto portuali, che sono completamente inadeguate a reggere questo passo e a porsi come mediatrici della ricchezza che il Mediterraneo sta continuando a produrre, e che presto, se non agiamo, qualcun altro sfrutterà. C’è un grosso lavoro di Linkiesta su questo tema che dimostra come sia grandemente più conveniente scaricare via mare a Rotterdam, in Belgio, nel nord Europa e poi portare le merci in Italia via terra (e viceversa, ovviamente) che scaricare direttamente nei porti italiani. “Oltre 1 milione di TEUs (Twenty-Foot Equivalent Unit, la misura standard di volume nel trasporto dei container, ndr) destinati dal Far East all’Italia sbarca in porti nordeuropei e giunge da noi via terra: quale paese con 8.000 km di coste, poste “prima” sulle rotte con l’Oriente rispetto al Nordeuropea, accetterebbe una simile stortura, con la beffa di vedersi sfilare sotto il naso lavoro e gettito fiscale connessi? D’altro canto per trasportare un container da Anversa a Verona ci vogliono mediamente 72 ore, da Genova si supera abbondantemente la settimana”, dice il presidente dell’associazione di categoria degli spedizionieri; “se il nostro sviluppo infrastrutturale avesse avuto i ritmi di quello spagnolo recente, oggi la nostra portualità non avrebbe rivali né nel Mediterraneo né in Nordeuropa”, dice il presidente degli agenti mediatori marittimi.

Ecco, credo che una nuova Italia dovrebbe attrezzarsi per cogliere occasioni del genere con uno sviluppo infrastrutturale finalmente diverso, che si sganci nettamente da un sistema europeo che ci vede periferia e che riacquisti il suo ruolo di player centrale nel bacino del Mediterraneo. E’ per questo che vale la pena capire quale è la posizione dei due contendenti alle primarie sui temi delle infrastrutture.

Grandi e piccole

Per il sindaco di Firenze (questo è un suo leitmotiv) l’Italia è morta di grandi opere negli ultimi anni: a suo dire grandi impegni come il ponte sullo Stretto o la Tav sarebbero assolutamente inadeguati alle sfide dell’Italia. A suo parere, la priorità sarebbero le “piccole opere”, ovvero progetti di finanziamento di, ad esempio, ferrovie regionali, mobilità urbana, asili nido cose che servono insomma al pendolare medio, al cittadino.

Non è detto che lo sviluppo dipenda solo da grandi opere per le quali non
esistono, nella maggior parte dei casi, neppure le più elementari valutazioni d’impatto economico. L’Italia spende una cifra spropositata in trasporti e infrastrutture: quasi il 3% del Pil in confronto all’1,86% della Germania e all’1,70% della Francia. E’ una spesa non sempre necessaria
e altamente inefficiente, se si pensa che il costo al chilometro delle autostrade è il doppio di
quello spagnolo, mentre quello della TAV è stato stimato 3 o 4 volte quello francese e spagnolo. Negli ultimi vent’anni abbiamo speso l’equivalente di 800 miliardi di euro in infrastrutture,
con risultati tutt’altro che soddisfacenti.

Così il sindaco, che propone di individuare le grandi opere attraverso un comitato di esperti che selezioni le opere veramente prioritarie. Insomma, una revisione infrastrutturale vera e propria, come a dire che finora la politica italiana delle infrastrutture ha navigato letteralmente a vista. La parola Mediterraneo ricorre nel programma di Renzi in maniera molto vaga, eppure presente: l’Italia deve impegnarsi a completare le reti energetiche interne al mediterraneo, deve supportare la Primavera Araba e l’ingresso della Turchia in Europa.

L’Italia deve svolgere un ruolo di leadership nello sforzo europeo di stabilizzare l’area, sostenendo le forze democratiche, promuovendo il dialogo politico e l’integrazione economica, costruendo gradualmente protocolli di sicurezza collettiva

Eppure, sebbene non manchi un impegno esplicito sulle questioni, sembra dal testo di Renzi che il sindaco di Firenze non colga le potenzialità economiche dell’impegno mediterraneo (e, dunque, degli impegni infrastrutturali che sono necessari all’Italia per cogliere queste potenzialità): il discorso si mantiene sul generico, tecnologico, comunicativo-informatico; non c’è né una politica infrastrutturale, né una politica commerciale indirizzata su quest’obiettivo. Per questo, il sindaco si merita 6.

A fare i compiti, hop!

Il programma di Pierluigi Bersani su questi temi è certamente più carente. Non è rintracciabile una parola chiara né sulle infrastrutture né sul mediterraneo come risorsa: si parla della posizione dell’Italia in Europa, una nuova Europa da ripensare in chiave federale, ma è tutto qui. Da una ricerca internet si ritrovano un paio di dichiarazioni: Bersani pare affezionato ad una serie di grandi opere classiche come la Tav e la Salerno Reggio Calabria, il che è sicuramente condivisibile a date premesse (sopratutto per quanto riguarda la Tav); l’unica volta che ha citato il mediterraneo è per denunciare la tragedia migranti: niente porti, niente commercio, niente Maghreb, niente area euromediterranea. Insomma, per il segretario, un sonoro 5 (giusto per la A3).

1 Response to “Le grandi opere e il Mediterraneo, occasione persa per Renzi e Bersani”



  1. 1 Ho votato Vendola, poi Renzi. E sono con Bersani « D-Avanti Trackback su 3 dicembre 2012 alle 8:03 pm

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