L’Ilva, l’incerto e l’Italia che lavora

Nel giorno in cui Taranto la città più splendente, più importante, il faro della Magna Grecia viene colpita da un tornado che si abbatte sull’impianto siderurgico più grande d’Europa, e, allo stesso tempo, la più grande fabbrica di veleno del vecchio Continente, non mi sento del tutto al mio posto nel proporre una riflessione sui programmi dei due sfidanti alle primarie, pur centrate sulla politica industriale. Ho paura che qualcuno mi prenda per uno sciacallo.

Eppure, la questione è politica. Dopo l’uragano Sandy a New York, la rivista della casa editrice Bloomberg, la Businessweek, non certo un bollettino degli eco-anarchici, è uscito con una copertina rosso-allarme con scritto a caratteri cubitali: “E’ il cambiamento climatico, cretini!”. Già, queste cose non accadono per caso: sono gli scienziati di MeteoWeb a chiarirci che sì, Taranto per la sua posizione può essere interessata anche da “fenomeni meteorologici vorticosi”, ma di “watersprout” come quello di oggi davvero non si ha notizia.

Ecco perché, anche per rispetto alla Taranto morta avvelenata, dispersa, licenziata, lasciata per strada, bisogna parlare di politica industriale, di politica ambientale, di sviluppo, di nuovo corso dell’industria italiana. Di come trasformare, o iniziare a farlo, questo paese dal regno del capitalismo straccione e velenoso ad un paese dove si possa far industria, produrre, trasformare, lavorare, contribuendo nello stesso tempo a non devastare il pianeta, il suo clima, il suo equilibrio. I familiari e gli operai dell’Ilva, credo, vorrebbero questo per i loro figli.

E allora, vediamo.

Colpevole inerzia e vuoti voluti 

Sull’Ilva, e in senso più lato sulla politica industriale, anche se questo può sorprendere Matteo Renzi parte avvantaggiato. Questo perché la sua sintesi del problema, riassunta stamattina a 24 Mattino da Alessandro Milan, convince: prima degli anni ’80, dell’impatto ambientale non interessava a nessuno; dopo gli anni ’80, non è interessato alla politica e ai sindacati italiani, che avrebbero dovuto pretenderlo dagli imprenditori. Invece, è stata preferita una politica assistenziale-occupazionale gonfiata, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: Ilva, Fiat, Sulcis, Sardegna. Questo dice Renzi, e metterla solo così è riduttivo: ci torno fra un momento. Per ora limitiamoci a dire che quando Renzi parla di “fallimento di una generazione politica” per quanto riguarda l’Ilva, probabilmente ha ragione: eppure, il sindaco di Firenze non sfrutta il suo vantaggio potenziale su questi temi (non è mai stato ministro dello Sviluppo Economico, e fa bene Bersani a sventolare i risultati delle sue lenzuolate, ma non basta) perché nel suo programma, quello scritto, sempre quello, riguardo la politica industriale c’è ben poco: anzi, non c’è proprio un’idea di politica industriale, se non qualche accenno di un lassez-faire finalmente efficace. Se si cerca una prova di un Renzi eccessivamente liberale in economia, la si trova qui: la sua proposta è la virata da un liberalismo straccione, quello italiano, a un liberalismo anglosassone, funzionante.

Renzi promette cose rivoluzionarie in Italia, tipo garantire l’accesso al credito delle aziende, attrarre investimenti stranieri, puntare sulle rinnovabili, attuare politiche “non a favore del Mezzogiorno ma a 360°” (parte clamorosamente generica, quest’ultima); si parla di ambiente, e di rifiuti, e di energia rinnovabile, ma non di industria sostenibile; il tutto in varie pagine del suo programma, seminato qui e là (qui, qui, qui). L’unico settore industriale,sebbene in senso lato, su cui si scrive di voler investire in maniera giuridica, finanziaria ed economica è quello del turismo. Il che è pregevole, ma non c’è una parola su: ferro, auto, alluminio, carbone, industria cosiddetta “tradizionale”; l’impianto è chiaro: sburocratizzazione, facilitazioni, celerità nei pagamenti, riforme market-oriented il tutto finalizzato a permettere all’imprenditoria privata di ripartire da sé. In sostanza, la politica industriale di Renzi è l’assenza di una politica industriale: e io, che penso che l’articolo 41 della Costituzione vada letto tutto (Comma 3: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”) consegno il primo autentico e sentito 4 al sindaco di Firenze.

Credibile

Il testo di Bersani, come tutti gli altri della sua carta programmatica, va completato mentalmente e condito con l’autorevolezza del candidato e con una stima mentale, una previsione di massima di quel che Bersani voglia effettivamente dire: perché è scarno, sintetico, generico, almeno quanto gli altri. Eppure, il programma di Bersani convince, perché c’è tutto il necessario: non c’è un come, ma quello, probabilmente, si vedrà poi. Primo: made in Italy.

Se una chance abbiamo, è quella di una Italia che sappia fare l’Italia. Da sempre la nostra forza è stata quella di trasformare con il gusto, la duttilità, la tecnica e la creatività, materie prime spesso acquistate all’estero.

Secondo, una politica industriale, ecologica.

E’ tempo di cambiare spartito e ridare centralità alla produzione. Una politica industriale “integralmente ecologica” è la prima e più rilevante di queste scelte.

Terzo, una politica industriale: quale? Si vedrà. Ma una politica industriale.

Noi immaginiamo un progetto-Paese che individui grandi aree d’investimento, di ricerca, di innovazione verso le quali orientare il sistema delle imprese, nell’industria, nell’agricoltura e nei servizi.[…] Bisogna inoltre dare più forza e prospettiva alle nostre piccole e medie imprese aiutandole a collegarsi fra loro, a capitalizzarsi, ad accedere alla ricerca e alla internazionalizzazione.

Riassumendo: la politica industriale di Bersani è quella di avere una politica industriale; la politica industriale di Renzi è quella di non avere una politica industriale. Così, linearmente, a Bersani non può che andare il voto doppio rispetto a quello di Renzi, ovvero 8. Però è generico, il programma; non solo, non può essere tralasciata la questione del finanziamento dei Riva alla campagna elettorale di Bersani nel 2006 e, ben di più, il suo “No comment” rifilato ai giornalisti del Fatto: la questione è controversa? La spieghi. Analogamente, non si può ignorare che Bersani è parte del sistema che ha portato la politica industriale al collasso; è stato anche ministro dell’Industria, e non si ricordano prese di posizione nette e pubbliche nei confronti dell’Ilva, dei Riva e del disastro incombente. Nessuno ha la sfera di cristallo,ovviamente: ma che a Taranto si moriva, come dice Legambiente, si sa da decenni. Per tutto questo, scendiamo a 7, valutando forse un pelino troppo le buone intenzioni.

La chiave della questione 

Si diceva prima della politica assistenziale sull’industria in Italia negli ultimi decenni: dare ossigeno ad industrie cotte e bollite perché continuassero ad assumere e a lavorare, probabilmente in perdita. Il problema è solo in parte questo: la realtà è che si può ben sovvenzionare industrie, persino in perdita, o comunque chiudere un occhio su gestioni dissennate se sull’altra parte della bilancia ci sono serissimi investimenti in infrastrutture, prima di tutto di comunicazioni: strade, aeroporti, porti; elettricità, acqua, gasdotti; banda larga e connettività. Perché, paradossalmente, sovvenzionare industrie ritenute strategiche mentre  si prepara il campo e il terreno per trovare mercati per vendere quelle merci e quei beni può essere una politica industriale. Non condivisibile, forse, ma una politica industriale. E allora il punto non è né la Fiat, né l’Ilva, né l’acciaio né il carbone, né Marchionne ne i Riva: ma è lo Stato che non ha fatto il suo lavoro in questi ultimi vent’anni. Prendi il caso Fiat in Serbia si producono auto a metà del costo dell’Italia (la seconda parte della frase non la dice nessuno) il paese è al centro degli interscambi europei-asiatici via terra e moltissimi progetti appunto di potenziamento della rete stradale incidono sulla repubblica balcanica (qui uno, solo una veloce ricerca, non necessariamente il più significativo): ecco perché il paese è più competitivo del nostro, non solo perché il lavoro costa zero. In Italia i porti fanno schifo, le strade pure, i treni non parliamone: sviluppo infrastrutturale e industriale devono andare di pari passo, altrimenti con un mercato del lavoro caro come il nostro, solo un pazzo vorrebbe venire a mettere soldi qui sapendo che di modi per vendere le merci, che ne so, in Algeria, in Egitto, in Qatar, in Israele, non ne ha moltissimi. Il Mediterraneo è una forza incredibile, noi siamo riusciti a farne un problema. Ci torneremo.

1 Response to “L’Ilva, l’incerto e l’Italia che lavora”



  1. 1 Ho votato Vendola, poi Renzi. E sono con Bersani « D-Avanti Trackback su 3 dicembre 2012 alle 8:03 pm

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