Le primarie dei diritti, fra Costituzione e coraggio

La seconda puntata dell’incerto che legge i programmi per le primarie del centrosinistra si rivolge ad una tematica che per l’incerto non è centrale. Ovvero: parliamo di una questione talmente tanto incancrenita e noiosa nel dibattito politico italiano, che, vi prego, sarebbe davvero da risolvere nei primi 100 giorni di qualsiasi governo per far diventare l’Italia un paese un po’ più normale e tornare dedicarsi ad altro di ben più urgente, tipo il debito pubblico.

Eppure, come andremo fra poco a vedere, questo traguardo potrebbe non essere agevole; il che non vuol dire che la questione vada accantonata o comunque, come cercherò di spiegare, elusa. Sto parlando del diritto a che due persone dello stesso sesso possano chiamarsi coniugi senza che questo desti pubblico, privato o condominiale scandalo. “Alcune persone sono gay, fatevene una ragione” è la frase elaborata dallo storico movimento di liberazione omosessuale Stonewall, inglese: e perché tutti se ne facciano una ragione, non dovrebbero essere necessari gli anni, secoli, eoni che finora ci sono voluti. Risolviamo il problema e passiamo oltre: alcune persone sono gay, fatevene una ragione (e piantatela di scocciare, possibilmente).

Ora, l’incerto sarà pure incerto su chi votare alle primarie, ma per una volta non lo è sulla questione: io sono contrario al riconoscimento giuridico delle unioni di fatto. Sono per il metodo islandese: quando la premier socialdemocratica Jóhanna Sigurðardóttir, lesbica, è salita al governo, il suo esecutivo ha cancellato la norma sulle unioni di fatto e ha trasformato il tutto in un istituto matrimoniale “gender-neutral”, eterosessuali, omosessuali, non c’è problema. E io sono d’accordo, facciamo anche noi così, scavalchiamo tutta la questione delle unioni civili e passiamo direttamente al matrimonio: non vedo perché lo stato dovrebbe dare copertura giuridica ad unioni che non hanno ancora acquisito il vincolo della stabilità mediante una esplicita dichiarazione di volontà da parte dei contraenti.

Per quanto riguarda il matrimonio, la famiglia, queste cose qui, io sono per la flessibilità in uscita, per così dire: o ti sposi o non ti sposi. Poi magari divorzi (e la riforma sul divorzio breve è qualcosa su cui si dovrebbe ragionare, più che altro per evitare separazioni posticce praticamente eterne), ma non è che qui dobbiamo passare il tempo a inventare surrogati del matrimonio per star dietro a personaggi che “la famiglia è cambiata” o che “non credo nella stabilità dei rapporti”: perfetto, non sposarti, convivi, fai i figli e sii felice. Ma se vuoi i diritti, ti accolli anche i doveri.

Ovviamente qui parliamo di matrimonio civile: Santa Madre Chiesa farà il suo cammino e farà le sue scelte, con i tempi che riterrà opportuni. Parliamo di due cose diverse, qui si tratta dello Stato. E so che la questione delle coppie di fatto è rilevante non solo per i rapporti “para-matrimoniali”, ma anche per il famoso esempio delle “vecchiette che convivono e si danno reciproco sostegno”: ebbene, quella situazione, che secondo me – intendiamoci – è incredibilmente rilevante, si può aggredire pensando ad altri istituti che non siano surrogati di matrimonio.

E qui arriviamo alle proposte dei tre candidati alle primarie sulle unioni omosessuali, che però non possono eludere la pronuncia della Corte Costituzionale dello scorso dicembre 2010, che è molto sibillina e tipica del gioco dei poteri della nostra Repubblica: sostanzialmente il giudice costituzionale ha rifiutato di interpretare le leggi attuali fino a chiarire che, sì, in effetti le unioni gay sarebbero già ricomprese nel nostro ordinamento. Lo ha fatto in una prospettiva storica facendo notare che tutto il nostro ordinamento è pensato per un unione fra un uomo e una donna: ai tempi della Costituzione nemmeno si erano posti il problema; il codice civile è abbastanza ambiguo, ma altre norme (filiazione, disconoscimento, divorzio) sono esplicitamente pensate per un uomo e una donna.

Così la Corte rimanda la palla al legislatore, legandogli praticamente le mani: si dice, l’unione omosessuale potrà essere garantita da istituti minori (coppie di fatto) a cui avete ampio diritto di pensare, voi politici: e anzi, fate in fretta. Per quanto riguarda il matrimonio gay, stante l’intero spirito dell’ordinamento, se lo approvate e qualcuno solleva la questione di costituzionalità, saremo costretti a bocciarlo perché irrazionale e dissonante rispetto alla Costituzione e alle altre leggi.

Ora, non essendo io disposto a scrivere “un matrimonio di serie b”, che sarebbe l’ennesima legge fatta coi piedi di cui l’Italia francamente è già pienissima, sono convinto che sia il momento di prendere il toro per le corna e, secondo me, se ci si crede, avere il coraggio di cambiare la Costituzione e sottoporsi al giudizio del popolo, con referendum: anche con il rischio di perdere una battaglia che peraltro, probabilmente, non si perderà affatto. Vediamo cosa ne pensano i candidati alle primarie.

Questione di sostanza

La consueta slide di Bersani ci accoglie con l’altrettanta consueta scarsezza di dettagli e di proposte concrete.

Daremo sostanza normativa al principio riconosciuto dalla Corte costituzionale, per il quale una coppia omosessuale ha diritto a vivere la propria unione ottenendone il riconoscimento giuridico. È inoltre urgente una legge contro l’omofobia.

Non è proprio così, come abbiamo cercato di spiegare. La Corte Costituzionale non fa altro che certificare il cammino legislativo finora percorso traendone le necessarie conclusione: a diritto vigente, l’unica cosa che si può ipotizzare è un istituto di serie b. Nel programma di Bersani non c’è neanche scritto che tipo di istituto il segretario del Pd ipotizza: troppo poco, per convincere un incerto che, sul tema, tanto incerto non è. Per cui ancora una volta (non l’uomo, non il politico, non il futuro premier ma) il programma di Bersani e la sua capacità di guadagnarsi un voto incerto è da 5.

Questione di civiltà

Io capisco, davvero: capisco il discorso che fanno Cristiana Alicata e Ivan Scalfarotto, che oggi ha pubblicato un post in cui spiega perché sostiene Renzi proprio sulla questione delle coppie omosessuali: perché questo è un primo passo possibile per creare un’Italia in cui lottare per diritti ulteriori. Ecco quello che propone Renzi nel suo programma, di cui è appena uscita la versione definitiva.

Creazione nei primi 100 giorni di governo di un istituto che riconosca giuridicamente il legame d’amore ed il progetto di vita delle coppie dello stesso sesso garantendo da questo impegno pubblico diritti e doveri assimilabili a quelli discendenti da matrimonio: di cittadinanza, di assistenza, di successione e di equiparazione a livello fiscale e pensionistico. Una risposta concreta che supera divisioni strumentali e conferisce pari dignità ad ogni tipo di coppia.

Ecco, vedete, il punto è che quest’istituto (legame d’amore, progetto di vita, diritti e doveri) si chiama già matrimonio, e non è pensabile crearne un doppione. Perché la concezione evoluzionista di Scalfarotto mi va bene: prima questo, poi altro; ma per fare quell’altro che i gay che sostengono Renzi serve quel che la piattaforma Renzi non dice. Impegnarsi per il cambio della Costituzione. E’ un lavoro duro e serio che va iniziato presto: io non metto in dubbio la buona fede (l’incontro con le famiglie omogenitoriali da parte di Renzi è testimonianza di questa buona fede), né la prospettiva step by step. Faccio notare che manca qualcosa, qualcosa di importante, in questo testo: la Costituzione, la sua storia, i suoi limiti, le sfide che essa ci pone. A Renzi, che comunque sta facendo un percorso non scontato su queste posizioni, può andare tranquillamente 7.

Questione costituzionale

Anche il testo di Nichi Vendola, sorprendentemente, non va a citare la questione chiave: la riforma della Costituzione; ma almeno, non vengono ipotizzati pastrocchi giuridici.

Le coppie omosessuali devono avere gli stessi diritti e doveri delle coppie eterosessuali. Il pieno riconoscimento di questi diritti passa dall’estensione del matrimonio civile anche alle coppie omosessuali. È un principio di eguaglianza inderogabile, semplice, oramai maturo, riconosciuto dall’Unione Europea e, a seguito degli interventi della Corte Costituzionale, possibile anche in Italia. È un diritto sacrosanto e inviolabile, un requisito minimo, e non massimo, che una società civile deve avere all’interno della sua legislazione

L’impianto convince, tranne la questione della riforma. In una successiva dichiarazione Vendola ha poi affermato di voler cambiare la Costituzione dello stato, però quest’intento non è reso esplicitamente all’interno del programma – il che dovrà contare ai fini del voto. Per il resto, si legge che il candidato di SeL ha intenzione di “introdurre garanzie e diritti per le famiglie di fatto”, che è, si noti, un pochino diverso dall’istituto giuridico delle famiglie di fatto: si tratterebbe di un riconoscimento automatico che prescinderebbe dalla sottoscrizione di farlocche “unioni civili” e che, comunque, non mi convince per i motivi che ho espresso sopra, ma che può venir buono per la famosa questione dei conviventi non “affettivi”. Insomma, la proposta che più si avvicina a quello che  l’incerto ha in mente è ancora una volta la proposta di Nichi Vendola che però, per incompletezza, arriva a 7 1/2

 

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