Le riforme a colpi d’accetta

Sono assolutamente convinto che la questione degli enti locali, delle loro prerogative, funzioni, del loro finanziamento e del peso che hanno sulla spesa pubblica sia centrale per il buon funzionamento del nostro paese. Fra gli enti locali, come sempre in Italia – ma credo nel mondo – si annidano eccellenze da promuovere e abusi da colpire. Uno di questi abusi è stato, nel corso degli anni, la creazione di nuove province per questioni spesso di campanilismo se non, addirittura, per la necessità di creare poltrone da riempire.

Tuttavia le province hanno col tempo acquisito competenze non indifferenti. Le strade locali, arterie di comunicazione dell’Italia profonda, gli edifici scolastici. Dopo la riforma del governo Monti che con la spending review ne dimezza il numero viene da chiedersi se funzionerà il trasferimento di queste competenze ad altri enti o se sarà un gran pasticcio. Mente chi dice che le province non si possono abolire “perché sono in Costituzione”: anche le Città Metropolitane sono nella Carta Costituzionale, non sono state mai attuate finora, nessuno ha commesso illegalità. Questo per dire che le province si potrebbero comodamente cancellare senza bisogno di riforma Costituzionale di alcun genere: sulla carta c’è scritto che esse vanno istituite, non quando, dove e come.

Questa poteva essere una strada. Ne è stata presa un’altra, tanto criticata nel passato governo Berlusconi, e invece oggi applicata all’ordinamento dello Stato: tagli orizzontali, in base solo ad alcuni criteri da rispettare. Si stabilisce che le province, per esistere, devono essere fatte in un certo modo: per popolazione e per territorio. Il tutto deciso da Roma.

Strada che non mi convince pienamente, perché contraddice se non leggi, credo lo spirito della Costituzione che predica “il massimo decentramento amministrativo” nel territorio della nostra repubblica. Spiego subito quel che intendo: le suddivisioni amministrative non sono, semplicemente, tagli col righello su un territorio dello stato. Sono confini che circondano comunità fatte per funzionare, certamente dal punto di vista della sostenibilità finanziaria, ma anche della coesione territoriale e della serenità collettiva.

Che cosa hanno a che fare, fra di loro, territori come la Sabina, attuale Provincia di Rieti, e la Tuscia, attuale provincia di Viterbo? Per come le conosco, molto poco, e nulla: territori diversi, storie diverse, esigenze diverse. E certo, nella terra dei mille campanili, questo discorso potrebbe ripetersi all’infinito: ci sono frazioni di paesi che sostengono di non aver nulla a che fare reciprocamente, e che sarebbero pronte a colpirsi con oggetti contundenti di vario genere.

Sta al legislatore, allo Stato, individuare una giusta mediazione che sia sostenibile da tutti i punti di vista. Non sto dicendo che le province dovessero rimanere com’erano prima. Ma piuttosto che  mettere insieme territori diversi, mal collegati, e che saranno logisticamente molto difficili da gestire nella quotidianità dell’amministrazione (a meno di non prevedere “uffici distaccati” nelle città che sono finora state capoluogo, contraddicendo lo spirito della riforma), si poteva osare di più. Sottrarre parte del territorio della provincia di Terni all’Umbria e attaccarlo ad una provincia di Viterbo più grande, come pure si chiedeva, avrebbe avuto più che senso, visto che Viterbo e la Valnerina sono zone strutturalmente, culturalmente, economicamente contigue, servite da infrastrutture già esistenti e rodate – e peraltro, da completare.

Rieti, per contro, poteva agevolmente tornare “da dove è venuta” e da dove Mussolini l’ha tolta ad una localizzazione che risale addirittura all’età Romana: metà in Umbria, metà in Abruzzo. Questo perché anche quella riforma fu una riforma fatta col righello, e che ignorò la pratica quotidiana dei transiti, dei trasporti, dei passaggi culturali, della vita dei cittadini e delle aree geografiche in cui si sviluppa la propria esistenza. Vero è che Rieti è un punto di snodo incredibile fra l’Adriatico e il Tirreno, fra le Marche e l’Abruzzo. Ma se c’è un territorio con cui storicamente non ha assolutamente nulla a che fare, è la Tuscia: qui c’erano gli Etruschi, di là i Sabini. Potrei sbagliarmi, ma credo di no.

Continuando con il Lazio, che è il territorio che conosco meglio, è invece molto più praticabile l’unione fra Latina e Frosinone, che sono territori che fra di loro parlano quotidianamente, che comunicano, che si interfacciano. Si odiano pure, ma è parte del gioco e, anzi, testimonianza dei rapporti. Questo per dire che non sto criticando la riforma, ma il metodo, tranchant, del tutto inadatto ad una riforma delicata come quella delle autonomie locali: trasformare, ancora una volta con un tratto di penna, la Provincia di Roma in Città Metropolitana, significa non aver capito nulla di come funziona la vita nell’area romana, tanto è vero che in tutte le esperienze di “città allagata” europea ad una, formale, guida unitaria centrale corrispondono amplissime autonomie locali,  che a Roma non si conoscono – credo che chi sia entrato in uno dei Municipi romani sa a cosa mi riferisco. Quel che verrà a crearsi sarà invece un accentramento su Roma, costretta ad occuparsi anche di Bracciano, Sacrofano, Pomezia, Fiano, Guidonia, Tivoli… Centri molto complessi che avrebbero bisogno di una guida diversa. Non per forza un nuovo ente centralizzato, una provincia bis; anche solo importanti forme di autonomia locale sul modello londinese (boroughs potenti che gestiscono budget importanti; ma orizzontali, non che la City conti più, almeno formalmente, di Reading).

Immagino che per ogni regione diversa dal Lazio sia possibile fare discorsi analoghi. E qualunque riforma che metta mano alle autonomie locali avrebbe creato problemi, ne convengo assolutamente; ancora, si dirà, in ogni caso, i cittadini presto o tardi si adatteranno a questo tipo di nuovo assetto. Succede sempre e il nostro paese adora l’inerzia. Possibile, ma non per forza giusto. Dico soltanto che l’intero dossier poteva essere trattato con un pochino più di attenzione e un pochino meno d’accetta, magari osando nel voler rimettere mano complessivamente al sistema delle autonomie, anche con scorpori importanti e mutamento dei confini regionali. So che all’inizio l’intento era (anche) questo, poi fermato dai veti incrociati delle varie poltrone, e anche dai vincoli dell’ordinamento: bisognava invece continuare su quella strada con tutte le necessarie riforme.

Anche perché qui si va verso la creazione, in alcuni casi, di un mostro giuridico: in Umbria e Basilicata ,con la fusione delle due province, si arriverà ad un doppione territoriale provincia-regione, due enti diversi solo per competenze ma incidenti sullo stesso territorio, a quanto so. Sarebbe valsa invece la pena di abolire l’ente provincia, creare due altre regioni unitarie sul modello Valle d’Aosta in cui la regione-provincia fosse chiamata smazzarsi tutte le competenze ed evitare quella che mi sembra un’inspiegabile buffonata. Non solo: quando si tratterà di andare a distribuire fondi pubblici per infrastrutture strategiche, ci sarà da ridere; come farà la provincia della Tuscia Sabina a decidere, al suo interno, quale infrastruttura avrà la priorità fra il potenziamento della scandalosa Roma Viterbo e il raddoppio della Salaria, essendo entrambe reti più che necessarie ad una regione complessa come il Lazio? Siamo davanti ancora una volta ad una riforma ragioneristica: i fondi sono questi, attaccatevi al cavolo.

1 Response to “Le riforme a colpi d’accetta”


  1. 1 Marco 4 novembre 2012 alle 2:39 pm

    Tommaso, mi permetto solo di aggiungere alcuni spunti di riflessione che, spero, possano contribuire a comprendere la portata della questione.
    C’è un problema a monte, e non può che essere costituzionale: il Titolo V.
    Punto.

    Anzitutto una criticità formale, ma degna di nota: è vero, le città metropolitane sono previste in costituzione senza essere state attuate, le province invece, sono previste e attuate. Esistono con appositi compiti e funzioni e, in linea teorica, con una loro ratio (ma questo sarà il punto focale che proverò a spiegare in poche righe dopo). Per cui, il pieno dispiegamento di una previsione costituzionale, non può poi essere depotenziata sic et simpliciter.

    Ad esempio, la corte dei conti è prevista in costituzione, potremmo dire che la Corte avrà solo compiti consultivi in futuro, ne riduciamo il numero e finisce lì. é un colpo al senso ‘consapevole e serio’ delle previsioni costituzionali, però, che non possono essere riempite e svuotate a piacimento….la corte risponde a precisi compiti e funzionalità tagliarle così senza senso, solo perchè è inefficiente. Non ha senso. La Costituzione non è un salame, che si taglia a fette….

    E qui passo al secondo passaggio. Ciò che manca alla riforma, e di cui condivido il tuo giudizio finale che la vuole solo un esercizio di ragioneria – ma di cui non condivido la tua analisi -, è proprio il fatto che non ha una ratio, una visione di insieme, anche che fosse quella meramente economica, ossia di razionalizzazione delle spese.

    E’ noto a tutti – almeno per adesso – che si stanno eliminando le istituzioni, non le funzioni. Per cui a parità di compiti, se un tempo se ne occupavano 3 soggetti, oggi se ne occupa uno, ma la mole di lavoro resta la stessa. Le conseguenze possono essere due:
    1. si eliminano le competenze per eliminare i connessi oneri finanziari (risorse, personale, ecc.);
    2. si mantengono i compiti – perchè evidentemente ritenuti essenziali – e si assorbono mezzi e strutture in capo all’ente ‘superstite’ (che sia regione o macro provincia), ma di fatto non si raggiungono gli obiettivi di risparmio e razionalizzazione sperati. Sposto una cosa e la metto da un’altra parte.

    Le conseguenza di entrambi le ipotesi le lascio trarre a te.
    Ciò dimostra che prima di chiederci ‘chi’ , conviene chiedersi ‘cosa’.

    E ciò ci spinge nuovamente alla testa del discorso: il progetto di ‘decentramento’, livelli di potere, ecc. Quindi la costituzione. Cosa vogliamo, non come lo vogliamo, è il rapporto causa-effetto.

    Il tuo discorso, che può anche avere un senso forse sul piano culturale, anche se ormai credo che in termini di relazioni socio-economiche tutte le province sono ormai uguali ovunque (società fondane concorrono per appalti della tuscia, merci del frosinate arrivano tranquillamente a roma) insistere anche folkloricamente sul rapporto non “idilliaco” tra Livorno e Pisa ormai fa un po’ ridere e soprattutto è strumentale a lasciare tutto così (le scuole fanno schifo sia a Livorno che a Pisa, i morti sul lavoro ci sono tanto a Livorno che a Pisa, quindi basta co’ ste cazzate e risolviamo i problemi).

    Tommaso, la domanda è: cosa deve restare in mano allo Stato? cosa in mando alle regioni? alle province e ai comuni?

    A che servono (se servono) livelli intermedi di potere? A cosa servono sistemi apicali per coordinare e uniformare (chiediamoci anche questo)?

    Sono domande di livello costituzionale, come vedi, che questo governo – anche solo per il tempo che gli rimane – non può affrontare, e allora chi può? Il centro sinistra del Titolo V o il centro destra della Riforma del 2006?

    dimmi tu.

    m.


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