Scoutismo medievale o avventura della tecnologia?

La questione della tecnologia domina i discorsi che i capi scout, inevitabilmente, finiscono per fare quando escono a bere la sera. O almeno, il dibattito, appena si tocca il problema, di colpo si scalda: ed è giusto così, perché il parlarne sottende temi importanti come il rapporto fra noi e il mondo, fra l’educazione che proponiamo e la realtà dei ragazzi, fra quello che ci hanno insegnato quando non eravamo capi, fra il mondo che abbiamo vissuto, e quello che vivono i ragazzi che educhiamo e, ancora, il mondo che vogliamo costruire.

I termini della discussione, salvo variazioni sul tema, si possono facilmente riassumere con degli esempi che chiunque abbia fatto servizio in associazione ha dovuto affrontare: sopra tutte le altre, la questione regina è quella dei telefonini cellulari. Si possono o non si possono portare al campo, alle uscite? Se trovo il ragazzo con il telefono in mano, glielo sequestro, glielo faccio rimettere in tasca, come mi regolo? Se vuole chiamare casa per sentire come sta mamma, glielo posso far fare, o è vietato, mentre l’unità è in attività? Il problema, che con i ragazzi del clan si affronta probabilmente nell’ambito di un dialogo adulto, è assolutamente centrale nell’età del reparto e, data la crescente tecnologizzazione delle giovani età, lambisce anche i branchi, per le informazioni di cui dispongo.

Per molti capi, il problema semplicemente non si pone. Il telefonino non si porta, non è ammesso in attività; i genitori sono informati per tempo di questo tipo di “linea guida”, e presto o tardi finiscono per accettarla; chi non è d’accordo, alla fine della fiera, è sempre libero di portare i suoi ragazzi presso un’altra agenzia educativa fra le tante che, mi si passi il termine, “il mercato” offre. Per molti (con cui mi sono trovato a parlare, è soltanto un’indicazione statistica, non una frase fatta) ammettere la presenza o l’utilizzo di un dispositivo di comunicazione portatile depotenzierebbe lo spirito dello scoutismo, i principi base della vita all’aria aperta e andrebbe a distruggere irrimediabilmente la qualità della nostra proposta che continua ad essere fondata su: tenda, alberi, cordino e natura. Un’esperienza integrale che le moderne tecnologie andrebbero ad intaccare, a compromettere, fino ad un livello che per [praticamente tutti] i capi con cui ho avuto occasione di parlare non sarebbe accettabile. Buono scoutismo e tecnologie moderne sarebbero così, questione chiusa, semplicemente incompatibili.

Ebbene, di questo, non solo io non sono convinto, ma non ho alcuna intenzione di convincermi. Credo invece che il trovare un approccio diverso, inclusivo ed educativo, sia parte integrante della scelta politica che, se vogliamo proporre ai nostri ragazzi, dobbiamo praticare costantemente. Perché ad ogni “salto tecnologico” che la storia ha proposto agli uomini ci sono stati quelli che hanno pensato che fosse meglio restare indietro, proporre “un’alternativa radicale” che comportasse il fare finta che il mondo, certe conquiste, non le avesse semplicemente mai conosciute. Da chi si opponeva ai caratteri mobili (non alla stampa, come qualcuno mi ha fatto notare) di Gutenberg, ai luddisti che spaccavano le macchine, agli eremiti integrali, agli Hamish che viaggiano sui carretti: sono tutte scelte possibili, e non hanno in sé nulla di sbagliato.

Trovo però che atteggiamenti del genere siano sì, incompatibili con un movimento educativo che vuole formare degli esploratori, ovvero delle persone all’avanguardia che siano un passo più avanti degli altri, e che sappiano non solo leggere, ma addirittura prevedere  i segni dei tempi. E ciò è tanto più vero se ricordiamo quel che ci insegnano nei nostri campi di formazione, ovvero che la Legge sotto la quale insegniamo a vivere ai ragazzi è una legge positiva (fai, fai, fai), e non di divieti (non fare, non fare, non fare), salvo poi – per paura? per mancanza di strumenti? per poca fantasia? – aggiungere un undicesimo articolo: “La guida e lo scout non usano il telefonino cellulare”. Esagerazione, questa, senz’altro ironica, ma che ben ritrae il clima che rischia di venirsi a creare.

In partenza bisogna dire che quest’epoca che viviamo, insieme all’abbondanza di comunicazioni che i ragazzi hanno a disposizione, può certo comportare anche ansie e paranoie, fenomeni da combattere e sui quali certo non possiamo fare a meno di agire. Mi sono imbattuto in alcune statistiche che fanno paura: “Pare che “lo scorso febbraio, uno studio condotto su migliaia di utilizzatori di telefonini del Regno Unito, rivelava che il 66% di loro si diceva “piuttosto angosciato” all’idea di perdere il proprio telefonino. Il dato arrivava al 76% fra i giovani di 18 e 24 anni: il 40% delle persone interrogate dichiarava di possedere due telefonini”. Anche i dati francesi non sono dissimili: “Il 22% dei francesi afferma che per lui è “impossibile” passare più di una giornata senza telefonino, una percentuale che arriva al 34% per i soggetti fra i 15 e i 19 anni. Il 29% delle persone indica che passare più di 24 ore senza telefono è “molto difficile”. Si tratta di un delirio paranoide che coinvolge proprio i ragazzi nelle età che ci sono affidate per l’azione educativa, e che non possiamo tralasciare, e sul quale dobbiamo agire con forza e con intenzionalità educativa, come nostro solito.

Credo dunque che noi, come educatori, dobbiamo trovare un modo per spiegare al ragazzo come egli possa fare a meno, come possa saper fare a meno della comunicazione “artificiale”, della tecnologia, del computer, dei mass media e dei social media, senza però sostenere che questi strumenti non esistano, o che, peggio – perché è ancora più inutile – decidere che per due giorni al mese e due settimane  all’anno esista un luogo – creato da noi – ed un contesto – le nostre attività – dove è inevitabilmente necessario uno “stacco totale” come se l’assenza di comunicazione a lunga distanza fosse un valore in sé: “La guida e lo scout non parlano al telefono, ma solo a voce”, altro articolo fantasma che si rischia di inventare ed applicare nella nostra azione educativa, se non stiamo attenti.

La questione, fortunatamente, non è al centro del dibattito solamente nello scoutismo italiano: molti altri scoutismi l’hanno affrontata e, però, risolta in qualche modo. Dell’arretratezza dell’analisi e della proposta, persino sulla paura riguardo il tema da parte di chi continua a lavorare per un paese migliore, e ha saputo essere veramente uno dei pochi baluardi di luce in questi anni bui che fortunatamente si avviano, speriamo, alla fine, un po’ mi dispiaccio. Scriverò altre cose, con esempi, pensieri e altro ciarpame che ho in testa sul tema nei prossimi interventi (che, hey, sì, ci saranno, perché il tema mi sta particolarmente a cuore).

2 Responses to “Scoutismo medievale o avventura della tecnologia?”


  1. 1 Gio 10 aprile 2012 alle 10:30 pm

    Il mio scopo come capo è insegnare ai ragazzi che possono fare a meno della tecnologia, che già usano abbondantemente in ogni altro istante della loro vita.
    Ma se semplicemente gli proibissi di portare il cellulare, quello che gli insegnerei è l’obbedienza… e gli farei vivere lo scoutismo come un ambiente isolato ed estraneo alla loro vita quotidiana.
    La sfida invece è nel fissare delle regole, ma che siano decise direttamente da loro, e quindi condivise, capite, vissute.
    Questo può essere visto un po’ come “cedere il terreno”, ma ci sono precise intenzioni educative dietro.
    E’ così che la viviamo dalle mie parti :)

  2. 2 Emanuele Colazzo 11 aprile 2012 alle 8:52 am

    Mi trovo in accordo con Tommaso, un po’ meno con Gio.
    Quello che noi dobbiamo fare non è far capire che si può fare a meno della tecnologia (non è questo l’essenzialità) ma far capire che non bisogna farne un uso sbagliato ed eccessivo.
    Capita che esistono alcuni posti, anche nel Lazio, dove il telefonino non prende… lì si che ci si diverte :P


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