Archivio per novembre 2011

La fine di un’era

Mentre scrivo il governo di Mario Monti prende possesso di palazzo Chigi. Ad attenderlo, come da rito, il presidente del consiglio uscente, Silvio Berlusconi. Ed è sempre difficile trovarsi davanti ad un momento di importanza storica, come in questo caso; la mia vita, in fondo, non è diversa da quella di ieri, e le cose non sono, di per sé, cambiate. Ma che qualcosa sia finito, è evidente a tutti.

Ricordo di aver dovuto combattere con Berlusconi, con la sua presenza e con la sua figura, praticamente da sempre. Sono figlio, come tanti, delle sue televisioni, e più tardi delle sue leggi e delle sue riforme, scagliate sulla mia testa ben prima che io potessi oppormi. Sono stato spettatore più o meno attonito delle sue barzellette, delle sue gaffes e dei suoi deliri; a mio modo l’ho sempre contrastato. Se è vero che la politica è la vita, esco oggi da 15 anni di opposizione. A volte di piazza, prima nelle scuole e fra gli studenti, sui monti e fra i boschi a costruire con legno e corda; sempre, più o meno, con un giornale in mano. A scrivere cose da qualche parte.

Non sarò il più attento e il migliore di tutti, ma qualcosa l’ho fatto, e comunque ho molto osservato, cercato di capire. E ora che dovremmo stare per uscirne; ora che il toro infuriato, l’onda anomala durata 20 anni sì è infranta contro l’ostacolo che per ora l’ha fermata, penso a che cosa ci ha fatto diventare tutto questo.

Non ero a Roma mentre, sabato scorso, l’auto blu lo portava al Quirinale per le dimissioni. Come altre volte nei momenti topici di questo paese ero vicino ad un fuoco, acceso da ragazzi – undici, dodici, quindici anni: quelli che puzzano, ché non si lavano – e animato prima di tutto dai loro volti. Se io non ricordo altri che Berlusconi, credo che loro, figli del 2000, non abbiano modo di immaginare che esista null’altro, lì sulle poltrone che governano le loro vite. Ed è per questo che ne sono abbastanza sicuro: l’era che si chiude ha prima di tutto distrutto la loro fiducia in quegli strani signori che si vedono alla tv. Quelli che magari sarebbe bello fossero, invece, la risposta alla domanda: “Piccolino, cosa vuoi fare da grande?”

Esterno notte. Costumi immaginari. Tempi comici.

“Mani in alto, dammi i tuoi soldi!”, dice il primo quindicenne intorno al fuoco; “Non puoi farlo, sono un politico!”, gli risponde il secondo, con fare soddisfatto. Pausa. “Allora… dammi i miei soldi!”, conclude il temibile ladro. Quaranta quindicenni – e cinque capi, onestamente: faceva ridere, peraltro se non ho capito male è pure una battuta di Colorado Show – ridono. Forse meccanicamente, il che, se possibile, è segno ancora più chiarificatore. Una classe dirigente completamente sputtanata ha condannato il paese, la politica, gli alti concetti che magari sarebbe bello mantenessero un minimo di credibilità, a diventare l’oggetto di una scenetta comica di 5 minuti di un gruppetto di adolescenti – peraltro sorprendentemente avveduti, visto il contatto con la realtà che han saputo dimostrare, davvero raro di questi tempi.

A questi ragazzi Silvio Berlusconi deve indietro la fiducia nel futuro. La fiducia in un meccanismo – quale quello democratico – in teoria pensato per funzionare; e che invece è stato usato come uno scendiletto, e scendiletto è diventato. La fortuna è che siccome la spontaneità non ha limiti, di Silvio Berlusconi e dei politici che rubano questi ragazzi ridono sotto le stelle, il che mi sembra un ottimo punto di partenza.

Sono d’accordo con chi dice che questi anni che si chiudono ci  hanno cambiato, e molto, dentro. Credo che siamo persone che hanno toccato con mano la cattiveria quotidiana, la generalizzata distruzione dei rapporti umani che una vita fondata sull’immagine, sul cerone, sulla denigrazione delle categorie deboli (giovani, donne, migranti, poveri) e delle regole (magistratura, istituzioni, parlamento, rappresentanza, politica) comporta. Credo che abbiamo visto con i nostri occhi quale posto può diventare un paese che permette alle sue migliori intelligenze di andarsene e non tornare mai più; che passa le sue giornate a contare le ragazzette che il Messia balordo che ha scelto per guidarlo si ripassa quotidianamente per sfuggire al senso di vuoto interiore che lo opprime. E credo, soprattutto, che da questo punto si possa ripartire; oppure, in seguito a frustrazione per la già accennata mancanza di risultati immediati, e per i sacrifici generalizzati che tutti dovremo sopportare per colpa di questi folli barbari distruttori del vivere civile, pensare che si stava meglio prima.

Perché la sottomissione è, in fondo, una sicurezza. Perché il padrone è sempre meno appuntito del rischio di prendere in mano il proprio destino e costruire qualcosa di nuovo. Ma Silvio Berlusconi non è più al governo, questo è un fatto: e i fatti contano; e se ho imparato un po’ a conoscerlo (nonché a fiutare l’aria, cercando di indovinare la direzione degli sguardi della gente), a mio parere non ci tornerà: dovremmo essere, questa volta, al momento in cui si va oltre.

Ai ragazzi a cui – immaginando che gli possa essere in qualche modo utile – insegno a fare i nodi e ad accendere il fuoco, abbiamo l’occasione di fare un regalo: regalargli, per i loro 20 anni, un paese in cui tornino ad essere ordinarie, e smettano di essere atti di fede, imprese come vivere un giorno dopo un altro, avere affetti, trovare un lavoro, avere una casa, pensare di darsi un futuro, sorridere e mangiarsi una pizza senza pensare alla benzina del motorino.

Vorrei, in questo momento storico, avere qualcosa di più storico di questo da scrivere. Ma io so tanto poco, e credo che sia tutto qui.


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