L’indignato sono io

Ci si potrà sprecare in facili analisi sociologiche e giustificazioniste su ciò che è successo a San Giovanni oggi. Roba tipo “la rabbia di una generazione” o “ve la siete cercata” o “i black bloc sono il prodotto del capitalismo finanziario”. Qualche esaltazione della violenza come momento promotore della storia, grandi docce di sampietrini scambiate per” la grande rabbia finalmente liberata” da una gioventù frustrata dal precariato e dal peso di una società che li rifiuta.

In parte è vero.

Però il punto è che io oggi a San Giovanni in Laterano, invece, ho respirato i lacrimogeni mentre vedevo la guerra che si mangiava la mia città. Ho dovuto dire ad una mia amica di scappare mentre scattavo una foto in più, l’ultima. Ho visto una bambina piangere disperata mentre il padre cercava di consolarla; difficile a farsi, se la bimba piange perché ha visto quattro deficienti vestiti di nero che pensavano di saperne un po’ di più degli altri dare fuoco a tre-quattro macchine, ad una banca e ad un cazzo di palazzo in pieno centro di Roma.

Difficile capire quale possa essere la ragione che spinge duecento giovani a schierarsi in assetto da battaglia contro le camionette della Polizia e della guardia di Finanza;  e perché queste ultime li carichino selvaggiamente e ripetutamente. Frustrazione? Saturazione? Voglia di cambiare? O semplicemente voglia di spaccare tutto e menare le mani? Ah, la distruzione del capitale, eh? Quanta soddisfazione: no, quante boiate. Adesso che quelle tre macchine di quei tre cittadini a caso non ci sono più, ci sono tre scontenti in più, e non certo tre in meno. E i danni, per inciso, non li pagherà nessuno a questa gente. Per non parlare dei settanta feriti all’ospedale: che figo, eh, abbiamo spaccato tutto.

Dice: ma siamo indignados. No: perché gli indignados sono quelli della Plaza del Sol, che sono stati seduti in piazza un mese fino a che non li hanno ascoltati. Al massimo quelli di Occupy Wall Street che si sono fatti picchiare. Arrestare, dagli sbirri.

E invece io ho visto oggi qualcosa di diverso. Ho visto studenti e miei coetanei spaccare i bordi dei marciapiedi, rimuovere i sampietrini e tirarli ai poliziotti. Ho visto le molotov che volavano, ho visto ragazzi dei licei costretti a scappare perché trenta persone col cappuccio dovevano dare fuoco a qualcosa per dimostrare che loro, col sistema, proprio non ci si prendono. Ho visto il fumo salire ed oscurare il sole; ho visto il fuoco davanti al Colosseo, e le camionette della polizia farsi strada fra i manifestanti innocenti, scesi in piazza perché credevano di poter dire la loro. Ce n’erano di ogni tipo, c’erano i saltimbanchi, c’erano le chiese e le comunità di base, c’erano quelli con le bandiere della pace.

E c’erano quelli che hanno bevuto l’acqua degli idranti, che sono entrati nelle chiese per spaccare i crocifissi, che hanno fatto scappare i carabinieri. Grazie a loro oggi non siamo la Spagna e non siamo New York: grazie a loro oggi rimaniamo la solita Italia. Perché non c’è niente delle rivolte delle banlieues londinesi in quello che è successo oggi: lì c’era il sotto-proletariato stanco della povertà.
Qui c’era una deriva pre-organizzata – e lo so per certo. C’era fin dall’inizio la volontà di sabotare la manifestazione, di deviare il corteo e di fare “gli scontri”. C’era una preparazione studiata a tavolino, da giorni, da settimane.

E c’è uno che ha perso due dita. Due dita, perché loro dovevano bruciare le macchine.

L’indignato, stasera, sono io.

1 Response to “L’indignato sono io”


  1. 1 Marcolino 17 ottobre 2011 alle 4:01 pm

    Tommaso, tutto giusto.
    Io non sono indignato, sono rammaricato, deluso, affranto, scoraggiato, perplesso e incazzato.

    non tanto per i black-bloc, che poi sono il tipico stereotipo dell’informazione di massa (per cui esistono i talebani, gli anarco-insurrezionalisti, la mafia, i fannulloni, i no-global, ecc.) serve sempre una figurina da attaccare.

    (lo so che hai usato questo termine per comodità e anche per sfottere, come risulta chiaro, ma il problema resta).

    il punto è altrove. Il punto è annodato stretto stretto nel dibattito che sta montando in quella – GRANDISSIMA -parte del movimento che è abituata a dialogare e riflettere, e che oggi – MOLTO RESPONSABILMENTE – si sente comunque responsabile per lo scenario che è emerso dalla manifestazione.

    basta ricordarsi il percorso che è stato intrapreseo in vista di questa manifestazione: grande partecipazione, appelli, studi approfonditi e saggi sulla crisi, collegamento con altre pazze in rivolta, e in fine il simpatico e geniale slogan: YES WE CAMP. L’idea di accamparsi in una piazza e restare lì. una cosa pacifica, e nuova. un segnale deciso di chi poteva starsene a casa a guardarsi la partita o a fare l’amore.

    questo è quello che è successo. Poi, poi c’è il tema di fondo, quella scenografia che è crollata sul palco, che ha gettato nel tragicomico tutta l’opera.

    Il servizo d’ordine? il controllo dello spezzone? bhe, questi sono temi complessi, perchè la violenza dentro il movimento per controllare è qualcosa di molto pericoloso, lo stesso PCi lo sapeva bene.

    in questo caso, tutto ciò non c’è stato, ma non c’è stato per problemi interni, seri, sì, ma dovuti alla scelta di autodeterminarsi, forse con un pò di infantilismo, oppure con la paura di finire sul giornale perchè ci si prendeva a pizza tra “””””””compagni”””””””””.

    diapiace il fatto che alla fine risulti sempre e solo la macchietta ricostruita sui giornali, risulti sempre la solita stronzata dei buoni contro i cattivi. risulti sempre quella infame attesa delle forze politiche sull’esito della manifestazione per poter dire, se va bene: <> se va male <>. Ridicoli.

    Ti, e vi, prego di indagare oltre questo schermo stereotipizzato, per vedere che dietro c’è ben altro, c’è gente che non ha condiviso e anche osteggiato certi comportamenti, ma che ora oltre ad essere vittima è anche conisderata – indistintamente- carnefice.
    e questo non è giusto.

    m.


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