Archivio per ottobre 2011

Il problema di Renzi (e di chi vuole cambiare il Pd)

Matteo Renzi ha vari pregi, davvero molti: per chi è, per come si pone e per quello che fa, per il Pd e per l’Italia; tutto davvero meritorio. Su questi non mi concentro perché a mio parere sono evidenti.

Matteo Renzi, la sua operazione, e la sua intenzione, per come l’ho capita io, non sono invece privi di problemi.

Il primo problema è ciò che succede a tutti quelli che, nel Pd (non nella sinistra, nel mondo, nella vita: nel Pd. Nel partito della sinistra italiana erede della storia e della trazione di quel tipo di sinistra), tentano di saltare la fila. Perchè io non dimentico che prima di Renzi e della Leopolda c’era Civati, e prima ancora c’è stato Ignazio Marino, e poi ci fu la Serracchiani, e prima ancora c’erano quelli di Piombino, e prima ancora c’era quella che ormai è la nonna di tutte queste esperienze – ovvero, iMille. E’ insieme bello e terribile dire che quelle riunioni, quelle idee e quei fermenti hanno dato questi frutti: terribile perché l’ispirazione originale che quel momento aveva avuto era stata formalizzata da Marco Simoni quasi 3 anni fa: si tratta sempre e ancora di “uccidere il padre”. E io non dimentico – perché c’ero – che allora, all’assemblea dei Mille, venne Veltroni e prese la parola e ci disse:  “Uccideteci pure, ma non diventate come noi”. Ecco, è quello che ha detto Bersani, no? “Siamo a disposizione, i giovani facciano, prendano il loro posto, ma senza scalciare”. Certo: perché se arrivi “da fuori”, se non sei uno della fila, e ti permetti di parlare, un modo per farti stare zitto lo trovano, di sicuro; e questo è un lamento che sono sicuro in molti, fra le persone che leggeranno il post (forse) condivideranno, ricordando i propri episodi personali.

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L’indignato sono io

Ci si potrà sprecare in facili analisi sociologiche e giustificazioniste su ciò che è successo a San Giovanni oggi. Roba tipo “la rabbia di una generazione” o “ve la siete cercata” o “i black bloc sono il prodotto del capitalismo finanziario”. Qualche esaltazione della violenza come momento promotore della storia, grandi docce di sampietrini scambiate per” la grande rabbia finalmente liberata” da una gioventù frustrata dal precariato e dal peso di una società che li rifiuta.

In parte è vero.

Però il punto è che io oggi a San Giovanni in Laterano, invece, ho respirato i lacrimogeni mentre vedevo la guerra che si mangiava la mia città. Ho dovuto dire ad una mia amica di scappare mentre scattavo una foto in più, l’ultima. Ho visto una bambina piangere disperata mentre il padre cercava di consolarla; difficile a farsi, se la bimba piange perché ha visto quattro deficienti vestiti di nero che pensavano di saperne un po’ di più degli altri dare fuoco a tre-quattro macchine, ad una banca e ad un cazzo di palazzo in pieno centro di Roma.

Difficile capire quale possa essere la ragione che spinge duecento giovani a schierarsi in assetto da battaglia contro le camionette della Polizia e della guardia di Finanza;  e perché queste ultime li carichino selvaggiamente e ripetutamente. Frustrazione? Saturazione? Voglia di cambiare? O semplicemente voglia di spaccare tutto e menare le mani? Ah, la distruzione del capitale, eh? Quanta soddisfazione: no, quante boiate. Adesso che quelle tre macchine di quei tre cittadini a caso non ci sono più, ci sono tre scontenti in più, e non certo tre in meno. E i danni, per inciso, non li pagherà nessuno a questa gente. Per non parlare dei settanta feriti all’ospedale: che figo, eh, abbiamo spaccato tutto.

Dice: ma siamo indignados. No: perché gli indignados sono quelli della Plaza del Sol, che sono stati seduti in piazza un mese fino a che non li hanno ascoltati. Al massimo quelli di Occupy Wall Street che si sono fatti picchiare. Arrestare, dagli sbirri.

E invece io ho visto oggi qualcosa di diverso. Ho visto studenti e miei coetanei spaccare i bordi dei marciapiedi, rimuovere i sampietrini e tirarli ai poliziotti. Ho visto le molotov che volavano, ho visto ragazzi dei licei costretti a scappare perché trenta persone col cappuccio dovevano dare fuoco a qualcosa per dimostrare che loro, col sistema, proprio non ci si prendono. Ho visto il fumo salire ed oscurare il sole; ho visto il fuoco davanti al Colosseo, e le camionette della polizia farsi strada fra i manifestanti innocenti, scesi in piazza perché credevano di poter dire la loro. Ce n’erano di ogni tipo, c’erano i saltimbanchi, c’erano le chiese e le comunità di base, c’erano quelli con le bandiere della pace.

E c’erano quelli che hanno bevuto l’acqua degli idranti, che sono entrati nelle chiese per spaccare i crocifissi, che hanno fatto scappare i carabinieri. Grazie a loro oggi non siamo la Spagna e non siamo New York: grazie a loro oggi rimaniamo la solita Italia. Perché non c’è niente delle rivolte delle banlieues londinesi in quello che è successo oggi: lì c’era il sotto-proletariato stanco della povertà.
Qui c’era una deriva pre-organizzata – e lo so per certo. C’era fin dall’inizio la volontà di sabotare la manifestazione, di deviare il corteo e di fare “gli scontri”. C’era una preparazione studiata a tavolino, da giorni, da settimane.

E c’è uno che ha perso due dita. Due dita, perché loro dovevano bruciare le macchine.

L’indignato, stasera, sono io.

Ma anche part-time, volendo

Che il Partito Democratico avesse problemi di comunicazione, di quella immediata e veloce, quella che serve a stampare i manifesti che poi si appiccicano per le strade, non era un mistero per nessuno. Anzi: più volte le campagne comunicative del Pd, fin dai tempi di Veltroni, passando per Franceschini, fino ad oggi con Bersani sono state oggetto di aspre critiche per la totale incapacità di veicolare un messaggio univoco e potente. La casistica è ampia: ricordo, a memoria e senza linkare, quelli di Bersani con le maniche arrotolate che sembrava un sessantenne un po’ maniaco; quella con i tizi photoshoppati con i fumetti in giallo evidenziatore, poi c’erano quelli verdi affissi in giro per Roma, poi c’erano quelli della campagna elettorale per le europee che erano una cosa tipo “UE!”, poi c’erano quelli con gli omini che spingevano fuori le parole…Insomma, un vasto campionario da cocktail dell’assurdo, a più riprese triturati dalla satira virale e diffusa che su Facebook la fa da padrone.  Io credo che stavolta, però, siamo andati oltre.

A mio probabilmente inadeguato parere, l’ultima campagna del Partito Democratico non significa assolutamente nulla. Tantomeno trasmette qualcosa. “Italiani a tempo pieno”, che c’entra con … qualsiasi cosa? Cosa si vuole sottolineare? Che altri non lo sono? Ma altri chi? Non si capisce. Si sta parlando della crisi economica? Del caso Ruby? Di non so cos’altro? Non lo so, non si capisce. “Italiani a tempo pieno”, poi, per fare che? Per risolvere i problemi, forse: e quali sono? Non lo so, non si capisce. E perché non “Europei ogni giovedì” o “Terzomondisti quando capita”?. “Sempre Italiani” ovvero “Solo italiani”? No, perché a quel punto non sono neanche d’accordo.

Leggo il manifesto e non ho alcuna informazione in più rispetto a quelle che avrei se non l’avessi mai visto: non so cosa è il Pd, non so quali sono i problemi e non so come vuole affrontarli, non lo so né emotivamente, né razionalmente. A me pare che l’automobilista che vede di sfuggita il poster mentre torna a casa – questo è il target dei manifesti, no? Comunicazione rapida e veloce – non inizia a ragionare sul futuro politico di questo paese. Non mi sembra ci sia alcun input, alcuno spunto di riflessione, alcuna possibilità che 10mila di questi manifesti in giro per le città si convertano in 1000 voti in più per il Pd. E allora, che li si stampa a fare?

Se deve lavorare così, preferirei che il Pd, i manifesti, non li facesse affatto, primo perché sono un suo elettore; secondo poi, visto che incidentalmente questa roba viene stampata con i soldi del rimborso pubblico. Sul quale posso anche essere d’accordo, c’è la questione del finanziamento della politica e tutto quanto: ma almeno, utilizzateli per fare le cose bene. Altrimenti ci compro casa.


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