
(per Giornalettismo)
O si sono fatti fregare, o l’hanno fatto apposta: dalle carte del tribunale del Riesame di Napoli che hanno rimesso in libertà i tre indagati per il procedimento che voleva il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vittima di una manovra estorsiva orchestrata da Gianpaolo Tarantini, dalla di lui moglie e da Valter Lavitola, appare chiaro che il Giudice della Libertà prende la procura del capoluogo campano, la porta in un angolino e, con voce severa, dice: ragazzi, avete sbagliato tutto.
Il giudice non usa mezzi termini nel capovolgere l’intero impianto accusatorio finora formulato: non sono Tarantini, Lavitola e gli amici loro a tenere Berlusconi “con le spalle al muro”, costringendolo a pagare soldi in cambio di un certo comportamento processuale. No: quelle frasi, sebbene pronunciate nelle conversazioni telefoniche, dimostrano solo come due poveracci non riescano nemmeno a farsi forza reciprocamente. “Lo teniamo, vedrai che ce la facciamo”, e invece nessuno tiene Silvio, ed è lui a tenere tutti gli altri. A ricompensare con quella che per lui è elemosina due disgraziati che gli portavano “puttane” (citazione puntuale) in cambio di, forse, appalti e commesse, peraltro mai concretizzatisi. Che brutto paese, fra parentesi.
E’ il solito Silvio, che stavolta è accusato di pagare le sue pedine finite invischiate in vicende giudiziarie di prostituzione perché si comportino in un certo modo e lo tengano fuori dai guai. E’ il solito in una veste inedita, perché per quanto riguarda il pilotare i suoi processi, la Storia ha già visto frivolezze del genere; pilotare i processi degli altri, è nuova. Ovviamente per tornaconto personale: la nuova ipotesi di reato che il Riesame ha prospettato è induzione al mendacio. Silvio pagava Tarantini per il tramite di Lavitola, il tutto per far sì che non saltasse fuori che lui sapeva bene l’impiego e la natura dei suoi appuntamenti a palazzo Grazioli: prostituzione.
Grave almeno quanto il comportamento del solito Silvio – che abbiamo ormai imparato ad amare ed apprezzare, per così dire – , però, è il fallimento e il legittimo sospetto di malafede del comportamento della procura di Milano. Perché le ipotesi sono due: o gli uffici di Henry John Woodcock sapevano che l’impianto accusatorio messo in piedi dai suddetti era completamente da capovolgere, e non l’hanno fatto (e allora, in questo caso, la vera colpa è quella di aver dato argomenti a chi oggi può dire che il pm voleva in questo modo conservare Berlusconi il più a lungo possibile fuori dal registro degli indagati, per poterlo interrogare senza le garanzie che l’imputazione comporta: avvocato, privilegi da parlamentare, legittimi impedimenti) ; oppure non lo sapevano, e hanno visto vittime dove in realtà ci sono carnefici,e, ben più grave, viceversa.
In entrambi i casi, il quadro che ne esce non è rassicurante: e se, volendo riconoscere a Woodcock un minimo di abilità e caparbietà, fosse la prima delle due ipotesi quella da accogliere – ovvero la malafede – verrebbe allora da pensare ancora una volta a quanto decenni di Silvio Berlusconi abbiano fatto male all’Italia. Infatti, se c’è un pm che, per paura di doversi confrontare con i vari Niccolò Ghedini e con l’impressionante armamentario delle leggi ad personam, è costretto a giocare un po’ ai limiti del pulito, vuol dire che il paese e la coscienza civile sono feriti in maniera quasi irreparabile. Che Berlusconi è davvero riuscito a trovare un modo per evitare la giustizia. Che c’è molto da fare per vivere di nuovo in un paese normale: ed è ogni giorno più evidente.

























