Archivio per settembre 2011

Il flop di Woodcock, il solito Silvio

(per Giornalettismo)

O si sono fatti fregare, o l’hanno fatto apposta: dalle carte del tribunale del Riesame di Napoli che hanno rimesso in libertà i tre indagati per il procedimento che voleva il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi vittima di una manovra estorsiva orchestrata da Gianpaolo Tarantini, dalla di lui moglie e da Valter Lavitola, appare chiaro che il Giudice della Libertà prende la procura del capoluogo campano, la porta in un angolino e, con voce severa, dice: ragazzi, avete sbagliato tutto.

Il giudice non usa mezzi termini nel capovolgere l’intero impianto accusatorio finora formulato: non sono Tarantini, Lavitola e gli amici loro a tenere Berlusconi “con le spalle al muro”, costringendolo a pagare soldi in cambio di un certo comportamento processuale. No: quelle frasi, sebbene pronunciate nelle conversazioni telefoniche, dimostrano solo come due poveracci non riescano nemmeno a farsi forza reciprocamente. “Lo teniamo, vedrai che ce la facciamo”, e invece nessuno tiene Silvio, ed è lui a tenere tutti gli altri. A ricompensare con quella che per lui è elemosina due disgraziati che gli portavano “puttane” (citazione puntuale) in cambio di, forse, appalti e commesse, peraltro mai concretizzatisi. Che brutto paese, fra parentesi.

E’ il solito Silvio, che stavolta è accusato di pagare le sue pedine finite invischiate in vicende giudiziarie di prostituzione perché si comportino in un certo modo e lo tengano fuori dai guai. E’ il solito in una veste inedita, perché per quanto riguarda il pilotare i suoi processi, la Storia ha già visto frivolezze del genere; pilotare i processi degli altri, è nuova. Ovviamente per tornaconto personale: la nuova ipotesi di reato che il Riesame ha prospettato è induzione al mendacio. Silvio pagava Tarantini per il tramite di Lavitola, il tutto per far sì che non saltasse fuori che lui sapeva bene l’impiego e la natura dei suoi appuntamenti a palazzo Grazioli: prostituzione.

Grave almeno quanto il comportamento del solito Silvio – che abbiamo ormai imparato ad amare ed apprezzare, per così dire – , però, è il fallimento e il legittimo sospetto di malafede del comportamento della procura di Milano. Perché le ipotesi sono due: o gli uffici di Henry John Woodcock sapevano che l’impianto accusatorio messo in piedi dai suddetti era completamente da capovolgere, e non l’hanno fatto (e allora, in questo caso, la vera colpa è quella di aver dato argomenti a chi oggi può dire che il pm voleva in questo modo conservare Berlusconi il più a lungo possibile fuori dal registro degli indagati, per poterlo interrogare senza le garanzie che l’imputazione comporta: avvocato, privilegi da parlamentare, legittimi impedimenti) ; oppure non lo sapevano, e hanno visto vittime dove in realtà ci sono carnefici,e, ben più grave, viceversa.

In entrambi i casi, il quadro che ne esce non è rassicurante: e se, volendo riconoscere a Woodcock un minimo di abilità e caparbietà, fosse la prima delle due ipotesi quella da accogliere – ovvero la malafede – verrebbe allora da pensare ancora una volta a quanto decenni di Silvio Berlusconi abbiano fatto male all’Italia. Infatti, se c’è un pm che, per paura di doversi confrontare con i vari Niccolò Ghedini e con l’impressionante armamentario delle leggi ad personam, è costretto a giocare un po’ ai limiti del pulito, vuol dire che il paese e la coscienza civile sono feriti in maniera quasi irreparabile. Che Berlusconi è davvero riuscito a trovare un modo per evitare la giustizia. Che c’è molto da fare per vivere di nuovo in un paese normale: ed è ogni giorno più evidente.

Statali, parastatali e affini

Ero partito con l’idea di scrivere qui che il certificato antimafia in effetti non è che sia molto utile. Ovvero, non è un certificato a certificare l’antimafia, ma la pratica quotidiana; e non è l’avere un pezzo di carta che garantirà che tu non pagherai il racket o non supporterai, in altro modo, la malavita, da esterno o interno che sia. Poi ho letto che il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan lo Bello, si è schierato in difesa del certificato antimafia, perché “proprio grazie al certificato antimafia e ai numerosi protocolli di legalità che sono stati creati, tante imprese pulite hanno potuto misurarsi con il mercato. Anzi, è il mercato stesso a essersi rafforzato grazie ai controlli sulle aziende. Perché in precedenza le società vicine a Cosa nostra schiacciavano le concorrenti oneste. Venendo meno il certificato antimafia, cadrebbe un controllo fondamentale. E si rischierebbe tornare ad anni bui per il mondo dell’impresa e per la Sicilia intera”.  Per cui ho deciso che, vista la posizione di chi il certificato lo subisce, ovvero gli imprenditori siciliani, evidentemente c’era qualcosa che mi sfuggiva, e dunque non scriverò più quel che avevo in mente di scrivere.

Mi pare ugualmente importante però dire che, travolto dalle ondate di critiche da parte dell’opposizione e delle parti sociali, il ministro Brunetta simpaticamente costretto a rettificare la sua posizione ne combina un’altra delle sue. E la combina proprio perché la sua vera proposta – non quella che la stampa comunista ha frainteso – è in realtà ben diversa.

Invece di chiedere al singolo imprenditore di fare il fattorino tra le amministrazioni, saranno infatti queste ultime a procurarsi direttamente presso gli uffici competenti la documentazione richiesta”. “Tant’è vero – prosegue la nota – che le amministrazioni certificanti dovranno individuare un ufficio responsabile per tutte le attività volte a gestire, garantire e verificare la trasmissione dei dati o l’accesso diretto alle informazioni da parte delle amministrazioni procedenti. Solo così arriverà a compimento il cammino intrapreso sin dal 1997 con le prime norme sull’autocertificazione, che potrà adesso cedere finalmente il passo alla “decertificazione”.

Il ministro entra a gamba tesa nell’effettivamente intricato mondo delle autorizzazioni statali necessarie all’iniziativa privata, sostenendo che, essendo necessario per un’imprenditore che vuole aprire il suo negozietto di ferri da stiro fare la spola fra mille autorizzazioni, bolli e uffici, il perverso meccanismo delle file allo sportello alla fine risulti in un disincentivo ad una serena attività di impresa. Il che è lapalissiano: o in ogni caso, a mio parere condivisibile. Per cui la proposta nuova  (di Brunetta, certo) è che sia l’amministrazione a sbrigare l’incomodo, cosicché l’imprenditore possa al più presto aprire quel che vuole e contribuire allo sviluppo del paese.

Ora il problema è che se questo succedesse veramente, sarebbe qualcosa di molto carino: ma con l’attuale lentezza della burocrazia italiana, almeno con le faticose autocertificazioni l’imprenditore aveva più o meno la certezza di dover passare quelle due-tre-quattro-mille settimane di inferno ma che poi, grazie ai meccanismi di silenzio assenso (prova che l’amministrazione non risponde ma lascia stare: che grande paese), la sequela di sportelli, autorizzazioni e impiegati da inseguire sarebbe in linea di massima finita.

Affidando invece il tutto ad una burocrazia pletorica e sottofinanziata, dunque lenta, gli imprenditori di tutta Italia potranno riscoprire il mistico gusto di votarsi al loro Santo più gradito, per riuscire ad aprire un esercizio commerciale – destinato peraltro ad un probabile fallimento, visti i chiari di luna. Per non parlare dell’intasamento dei tribunali amministrativi e della sensazionale contentezza degli avvocati amministrativisti, incaricati degli inevitabili miliardi di ricorsi contro una PA lenta quando non tendente all’errore, con relativa parcella. D’altronde è normale, visti i fondi messi a disposizione del settore pubblico in Italia: il mio papà suole chiedersi se possa far sugo una rapa. E la risposta è intuibile.

In breve. Secondo me, in un altro paese, con un altro governo e un altro ministro, l’idea di Brunetta potrebbe essere condivisibile: voglio aprire un’impresa? Chiedo al pronto impiegato le autorizzazioni necessarie che mi saranno consegnate da firmare in un tempo congruo; la mia principale preoccupazione rimarrà il catering per l’inaugurazione. Ma visto che siamo in Italia, mi sa che il problema non c’è, perché non cambierà comunque nulla: mi sembrano le solite chiacchiere.

(il titolo è una citazione, ma tanto lo saprete)

E’ tanto

Chi segue questo blog da prima della grande-pausa (vabbeh, un giorno ne parliamo, prometto) sa quanto io sia stato poco tenero, negli anni, con l’attuale papa Benedetto XVI. Un po’ per partito preso, un po’ per analisi di quello che dice e pensa, il pontefice notoriamente conservatore non ha mai corrisposto all’idea di Chiesa che io cerco di avere in mente e di costruire.

Ora però una cosa trovo che vada detta.

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Nell’ilarità generale

Esiste un paese in cui il presidente del Consiglio alza la cornetta e chiama in diretta un programma televisivo, per intervenire. In quel paese, il conduttore annuncia che c’è la telefonata del presidente del Consiglio, e il pubblico scoppia a ridere. Come se avesse chiamato Paperino, e non il presidente del Consiglio; non solo, mentre il conduttore lo annuncia, gli scappa un po’ da ridere anche a loro. E di nuovo, non solo, prima di parlarci, il conduttore imposta le “regole d’ingaggio” del colloquio, puntualizzando che se tali regole non saranno rispettate, il telefono sarà messo giù. In faccia al capo del governo; e dice che lo fa parlare, con tono da papà compassionevole, perchè “chiunque merita fiducia”. Come se il capo del Governo fosse un pentito di criminalità organizzata, a cui dare una seconda possibilità in nome della carità cristiana.

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Decollo

E’ il calcolo di un delicato equilibrio il confine fra autostima e superbia. E’ impostare il proprio spazio e quello degli altri ora lo so: trovare il giusto passo fra demolirsi e ricostruirsi, correggere e camminare, fra volere e voler volare. Superare d’un balzo i pensieri di una vita, trovare ogni soluzione nel suo sorriso, si può.

Quante cose sapevo e ho dimenticato, nascosto, occultato. Abbandonato, quasi. E tornano da sole, senza avvertire, senza neanche che tu ti possa chiedere se il momento è quello giusto, perché la domanda mancherebbe di senso.

E succederà qualcosa di grande molto presto. Potrei mettermi a scrivere storie, chissà: non ci sono mai riuscito. Ma forse ora ci riuscirò.

Bipolare

Ieri Umberto Bossi, a Venezia, davanti addirittura a 5mila persone (gulp), ha detto che la Padania si creerà per referendum. A parte il calo dei toni – chi ricorda i padani armati di forcone sotto le finestre di Palazzo Chigi – trovo divertente che uno stato si possa creare, non lo so, grazie Firmiamo.it; trovo paradossale che quelli che abbiano sempre criticato le raccolte di firme ora se ne escano con il referendum; e soprattutto trovo personalmente un po’ ridicola l’idea che un ministro della Repubblica, anche se dice che “l’ha sempre detto”, in proposito se ne esca dicendo che sarebbe nota l’esistenza di “due Leghe, una di lotta e una di governo”.

Cioè, perché il punto alla fine è che si tratta di dire che il principale alleato di governo che tiene su questa maggioranza è un povero cretino che ogni tanto si alza e ne dice una, ma non è che bisogna dargli ascolto per forza. Il problema è che Altero Matteoli, autore della sagace frase, non si rende conto che parlare così equivale a dire che questo governo è alla frutta e questa maggioranza fa ridere sé stessa. Il fatto è che un Ministro della Repubblica sta dicendo che Umberto Bossi mente al suo popolo perché poi a Roma fa un’altra cosa; oppure, il che è uguale e peggio, che mente al paese perché a Venezia minaccia altro. E allora, il fatto che tutto questo si possa dire e fare perdendosi nell’ordinaria chiacchiera politica quotidiana mi spinge a dire che vedremo presto qualcosa di diverso. Insomma, è bipolare.

Non perché cose del genere non si siano mai dette: piuttosto perché ormai sono talmente annegate nella normalità che, normali non essendo, annunciano qualcosa di nuovo.

Guai in bilancio

Non l’avevo visto finora e dunque non sapevo dell’esistenza del video di Legalize the Premier. Dopo averlo visto, m’è venuta in mente una considerazione, che sarebbe questa: se non si hanno a disposizione i soldi per fare un video che regga il confronto alla bellezza dellacanzone, meglio aspettare a farlo, o aspettare e non farlo. Altrimenti si rischia di rovinare la suddetta canzone, eppoi a-me-mi dispiace.

Lo dico da fan.

Mentire al paese

Si dice spesso che l’Italia non dovrebbe avviarsi a condividere con gli Stati Uniti e in generale con i paesi anglosassoni lo stile “puritano” del giudicare gli uomini pubblici. Quel che si dimentica è che lì a contare non è lo stile di vita ma la menzogna: l’esempio classico che si porta è Bill Clinton, che finì nei guai non per la sua vita privata ma per aver detto di non aver mai conosciuto Monica Lewinsky nello studio Ovale, e poi, beh, eccetera eccetera.

Il punto è che se si mente sulle cose private, come ci si può fidare delle stesse persone nello spazio pubblico?

Ora, con l’uscita dei nuovi verbali di Imane Fadil, abbiamo di che riflettere. Quando tante, troppe testimoni descrivono lo stesso scenario (notti ad Arcore, la sala della lap dance, le buste con cinquemila euro in contanti, le ragazze che rimangono con Silvio Berlusconi), si capisce come lo scenario acquisti una certa consistenza. E non che ce ne sia bisogno: il Silvio nostro lo dice al telefono a Valter Lavitola. “Di me possono dire solo che scopo”: ecco, e allora diciamolo, Silvio scopa nei sotterranei di Arcore con le Papi girl a giro e gli sgancia i soldi in buste di carta.

Non è dire poco, soprattutto perché lui ha sempre detto di non essere uno che potesse intrattenersi in queste attività. “Solo cene eleganti” ad Arcore, evidentemente un diverso concetto di eleganza con Nicole Minetti vestita da suora che fa lo strip-tease.

Non è dire poco perché quando lo scenario presentato inizia a collimare, piano piano, con quello che si è sempre affermato e sempre negato, i racconti finora sempre negati acquistano verosimiglianza e forza. E per cui Nicole Minetti potrebbe farci il favore di spiegarci come mai e per quali meriti i cittadini elettori della regione Lombardia se la sono ritrovata in listino bloccato di Roberto Formigoni imposta direttamente da Silvio Berlusconi; e per cui tutti i protagonisti di questa decadente vicenda di sesso e potere potrebbero spiegarci se e perché ci hanno riempito di balle da mesi; e chi è la ragazza montenegrina che tiene Silvio appeso ai suoi ricatti.

Ma tanto, non siamo in America, no?


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