Archivio per giugno 2011

Scola a Milano, il Vaticano prepara il dopo-Silvio

Che Angelo Scola, patriarca di Venezia, non avesse alcuna intenzione di spostarsi dalla laguna è noto da tempo. Eppure il tam tam dei sacri palazzi non ha deluso nessuno, e dal Leone di San Marco alla Madonna lombarda il passo non è stato così breve: per esplicita – pare – imposizione del Santo Padre, il patriarca di Venezia trasloca a Milano. I motivi di tanto zelo possono essere molteplici.

Innanzitutto levare dal campo un pericoloso candidato al trono papale: dal seggio di Venezia sono ascesi a San Pietro già tre papi, e non è un mistero per nessuno che Scola ci avesse fatto un pensierino da tempo – ce lo fanno tutti. Ma ora, ad oltre 70 anni, incardinato a Milano, per lui il tempo dei giochini è finito: come anche la sua carriera, che terminerà sul seggio di Carlo Maria Martini.

Ma la Chiesa non è un partito e non tutto funziona come siamo abituati a calcolare. Ratzinger e Scola si conoscono, hanno collaborato per molto tempo quando il papa era Capo Inquisitore ed è quindi ipotizzabile un’altra dinamica. Milano, seggio di Carlo Maria Martini prima e Dionigi Tettamanzi poi, nonostante le apparenze si mantiene ciò che per le ovattate metriche di Curia rimane un covo di comunisti mangiatori di bambini. La Chiesa milanese rischia di essere una delle più progressiste d’Italia.

Proprio per questo, come scrivevo qualche tempo fa, è realistica la nomina di Scola in un ottica di riequilibrio: con l’autorità civile che va a sinistra – you know Pisapia? – è opportuno calmierare l’arcidiocesi più ampia della cristianità. E chi meglio di Angelo Scola, destra della destra ecclesiale, amichetto di Comunione e Liberazione fin dai tempi della gioventù milanese? Lo ha detto, andare a Milano per lui è un ritorno a casa; un ritorno ai tempi in cui lui, Rocco Buttiglione e Roberto Formigoni facevano i sessantottini col rosario (nessuna critica, puri fatti).

Impossibile che la Chiesa, lungimirante per definizione, non abbia intuito le conseguenze politiche di questa operazione. Con Scola a Milano niente e nessuno potrà più fermare Comunione e Liberazione nel capoluogo lombardo: la scelta è dunque netta, quella di promuovere e di assecondare la spinta di un movimento che, nonostante la sua influenza, a Milano è ancora marginalizzato dai progressisti martiniani. Ma ora, la musica cambierà: e a giovarne non potrà che essere l’attuale presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, già candidato alle primarie del PdL prima ancora che esse vengano annunciate e codificate. Con l’arsenale di CL dietro alla massima potenza, Formigoni parte in quarta e stacca tutti i suoi avversari prima ancora del via ufficiale. Difficile che Ratzinger non lo sappia: anzi, è di gran lunga probabile che la Chiesa abbia trovato il suo candidato per la successione a Silvio Berlusconi. Non che abbia dovuto cercare molto, va detto.

La Lega è alla canna del gas

Secondo me la gente, in linea di massima, non è stupida. Nemmeno i leghisti, anche se si divertono ad essere dipinti come personaggi un po’ folkloristici che si vestono da cavalieri medievali con la grappa in fondino: fanno gli stupidi, ma tanto stupidi non sono.

Per questo mi sembra un atteggiamento da gente che ha completamente perduto la testa questo insistere furibondo sullo spostamento dei ministeri al nord da parte dello Stato maggiore leghista. Ma che dicono? Non è una rivendicazione che interessa al popolo di Pontida, non interessa proprio a nessuno, non interessa nemmeno a Bossi e Calderoli, si vede: è una cosa che loro pensano possa interessare a qualcuno dei loro, e allora la dicono; ma in realtà non interessa a nessuno, come poc’anzi azzardato, e così sembrano solo ridicoli. Calderoli con la targa del ministero delle Riforme a Monza, ma dai (a parte che sarebbe da capire chi ha messo i soldi per realizzarla, quella targa: ciao sono Calderoli: sono soldi dello stipendio personale del ministro, vero? Vero?).

A parte che io dubito che si possa, in generale, fare: stiamo parlando neanche di ministeri, ma di dipartimenti della presidenza del Consiglio, i famosi ministeri senza portafoglio. Sono dei pezzi di Palazzo Chigi, che non hanno, in teoria, nemmeno bisogno di un ministro: io trovo che, laddove vengano spostati a Monza, a Canicattì o a Vigevano che dir si voglia, qualsiasi dipendente costretto a spostarsi impugna il decreto di spostamento davanti al primo TAR che passa e la Corte Costituzionale, col suddetto decreto, ci fa le zeppe per i tavoli. Ma magari mi sbaglio.

La sede decentrata della pubblica amministrazione, esiste già: si chiama – guardacaso – “Ufficio territoriale del Governo”, appunto perché magari è più comodo avere un rappresentante in loco, che poi si chiama Prefetto ed è una cosa vecchia come il mondo. Spostare due ministeri peraltro dalla dubbia utilità in un posto diverso di Roma e pensare di rivendicarselo come vittoria politica ci da la misura del momento storico: siamo al delirio completo. Ma che ai monzesi interessa trovarsi sotto casa quattro incravattati per sentirsi importanti? Il nord è il nord, con la sua fierezza produttiva, anche perché non ha incravattati ma solo brioches, fabrichéte e lavuraà lavuraà. Se anche la Lega, partito simbiotico con i suoi elettori, almeno per stereotipo consolidato, perde il contatto con la realtà, vuol dire che il momento è ancora più topico e interessante di quanto pensassi.

Cambia

A me non piace fare il profeta della domenica. Cioè, nel senso, non credo di essere così bravo da interpretare i segni dei tempi, non credo di dover essere io a dire dove va il mondo. Io scrivo alcune cose, molte hanno senso, qualcun altra no, ma le manie di grandezza mi fanno paura.

Il fatto è, però, che secondo me questo paese sta girando la curva, cambiando, riiniziando a camminare. L’ho scritto anche altrove, e ne sono abbastanza convinto. Ci sono vari segnali, io adesso magari li scrivo e uno li legge e dice: guarda ‘sto cojone, vaneggia. Può essere. Fatto sta che l’aria circola più velocemente, e qualcuno trova addirittura lavoro, qualcuno realizza delle aspirazioni: “Si stanno realizzando molti progetti della mia vita”, m’ha detto una; fatto sta che vedo in giro intraprendenza e positività, fatto sta che le persone mi sembrano stufe degli ultimi 20 anni di storia di questo paese; ma la cosa un po’ diversa da prima – questo paese è sempre stufo di sé stesso, a quanto so – è che sembrano aver individuato il responsabile. Io non credo che ci sia nulla di trascendentale in ciò che sta succedendo: a un certo punto ogni fase politica arriva a saturazione, e non sempre è giusto. Spesso i cittadini buttano a mare esperienze che probabilmente avevano qualcosa di ulteriore da dire, ma non importa – e, beninteso, non è questo il caso: mi riferisco ad altri paesi, altre storie, altre vicende (non so, Zapatero? Socrates? Ma pure Segoléne Royal). Credo che sia soprattutto un discorso umano: si fugge dalla noia esistenziale; e dopo un po’ ci si stufa di vedere sempre le stesse facce. In inglese si chiama: give the others a chance. E non serve nessun motivo particolare: a un certo punto, si cambia.

Loro, lo sanno. Renato Brunetta ad Annozero fa l’isterico, ma non buca; persino a Roberto Castelli rompe i coglioni: insieme la buttano in caciara, ma non funziona più. Berlusconi di colpo è pelato. E’ unto, lo vedi in tv e ti viene in mente il cerone; ogni volta che qualcuno ne parla, vien da ridere, tutto su di lui è satira. Cicchitto biascica. Non hanno più niente da vendere. Per contro vedi Bersani e pensi, ehi, sembra uno credibile. Quelli parlano e lui sbrocca a ridere, e la risata ha una sua forza.

La storia è proprio ingrata. Nel senso, di certo molti che fino a ieri erano berlusconidi ultras, oggi diranno che guarda, loro, manco pagati lo vorrebbero per cena. Piano piano tutti si trasformeranno in cripto-ex-berlusconiani. Ma anche questo è un processo normale di accettazione del lutto: bisogna pur giustificarsi in qualche modo, guardandosi indietro. E comunque nessuno ha commesso crimini.

Io comunque, da qualche tempo a questa parte, spero davvero bene. Mi sembra di vedere forze vitali all’opera. Ho un buon feeling, c’è qualcosa che non si tocca ma che cammina e spinge verso il cambiamento. Non conterà niente, ma io spero.


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