Aquila randagia

Essere parte di una storia importante significa portarne il peso e prendere esempio. Significa sorprendersi ogni volta che qualcuno fa esattamente ciò che ti aspetti da lui, dal suo vestito, dalla sua indole, dal suo compito. Funziona così, quando sei abituato a rapportarti alle situazioni in un certo modo: date le premesse, la scelta è lampante, evidente, quasi naturale.

Eppure io non c’ero mai arrivato, prima che me lo raccontassero per bene.

Fra schiere di persone che mi hanno sempre ripetuto che nel mondo ci sono i buoni e i cattivi, e che al momento giusto della storia bisognasse schierarsi con i buoni, io mi sono sempre chiesto in che modo si potesse stare dalla parte giusta senza bisogno di sparare. Quando scrivevo cose del genere, mi davano del “male del mondo” perchè al cattivo si spara. Sempre. “E’ una questione di partecipazione, bisogna esserci al momento giusto”. Argomentazione convincente, invero.

E tuttavia, ho sempre cercato di trovare qualcosa che potesse più o meno essere il posto mio, invece che il mio posto (quello che curiosamente mi descrivevano gli altri) a supporto di questi ipotetici “buoni”. L’ho trovato dove non mi aspettavo, ovvero, nell’unico posto in cui andasse cercato. Lì, nella Giungla Silente.

La Giungla Silente, silenziosa, quando tutto è calmo e niente fa rumore – occhi, zampe, orecchie che ascoltano nell’oscurità – è il periodo della Resistenza contro il fascismo che hanno portato sulle loro spalle gli Scout di Milano: la squadriglia delle Aquile Randagie, quei cinque ragazzi che decidono che per combattere la dittatura basta rimettersi il fazzolettone e rimettersi a fare gli urli di squadriglia e le legature. Un metodo passivo di combattere? In realtà, una rinuncia alla lotta? Dipende da come la si vede. Per come la penso io, dare l’esempio, preparare il futuro, rischiare la pelle per di più con il sorriso sul volto, giocando in uniforme, non è affatto passivo. E’ qualcosa di forte, ben più forte che andare sulle montagne, armati: fatela voi, la resistenza disarmati, perché se i fascisti ti beccano col fazzolettone, manco gli puoi sparare. Tutti buoni, con la pistola, a fare i bulli.

Le Aquile l’hanno fatta, a modo loro, la Resistenza. Dalla base di Colico portavano i rifugiati politici oltre le Alpi, facevano emigrare ebrei, ricercati, nemici del regime. In canoa, de sfroos, come dicono da quelle parti. Si chiamava OSCAR, Opera Scout Cattolica Aiuto Ricercati, e mise al sicuro un fuggiasco che si chiamava Indro Montanelli. “Noi non spariamo, noi non uccidiamo, noi serviamo!”, era il motto dell’operazione: e giù, documenti falsi, espatri clandestini, tanta gente salvata. Kelly e Baden, nomi di battaglia del prete e del caporeparto, a rischiare la vita, in Val Codera. Qualcuno ci è anche morto, qualcuno, poi, è stato fucilato dai fascisti: siamo noi, mi è stato spiegato.

E’ un diverso modo di combattere, quello di servire la parte giusta, perchè ognuno ha il suo posto, e non tutti spareranno, e non è un problema. E’ per questo che è bello trovare in giro qualcuno che, probabilmente mai avendo conosciuto una parola delle storie delle Aquile Randagie; senza aver mai letto delle fughe in Val Codera, della vita clandestina sotto la dittatura, ha scelto di comportarsi esattamente nello stesso modo, perché di quello spirito condivide valori e respiri.

La foto accanto ritrae Muannad ben Saddaq, giovane Akela di Bengasi, insorto per la libertà e la democrazia della sua patria, ucciso mentre cercava di porre in salvo alcuni civili a Braga. Il suo volto sorridente resta per noi l’icona dei numerosi fratelli scout impegnati, in questi giorni di lotta in Libia, a fianco della popolazione insorta o per soccorrere i feriti e portare aiuto a quanti si trovano nel bisogno.

Ciao, Akela, Buona Caccia. I primi a cui mancherai saranno i tuoi lupetti; invece che i tuoi racconti, sentiranno i racconti di te. Ma sei morto per loro e la libertà per cui sei partito, in qualche modo, arriverà, perché un cuore leale e una lingua cortese fanno sempre strada nella giungla. Buona caccia, fratellino: boschi e acque, venti e alberi, saggezza, forza, e cortesia, il favore della giungla ti accompagni sempre. Rimaniamo qui noi, a sorriderti fra i tanti che ti piangono, e ad essere fieri di te fra le notizie delle bombe su Benghazi.

Non è vana speranza: cambierà.

5 Responses to “Aquila randagia”


  1. 1 Licaone 11 maggio 2011 alle 8:14 pm

    Buona caccia.
    Sono le uniche parole che personalmente mi sento di rivolgere a chi ha compreso in pieno lo spirito che condividiamo, lo spirito che ci insegna a rispettare il fratello, a credere davvero in quelle parole che spesso vengono usate a sproposito, che spesso non si rispecchiano nel nostro comportamento. Non è il caso di questo Akela,lui l’ha lasciato il mondo un po’ migliore di come l’aveva trovato, è stato un vero testimone del cambiamento.

  2. 2 fabio bartoli 11 maggio 2011 alle 9:22 pm

    Ciao Tommaso, sono capitato qui per caso ma il tuo blog mi ha subito conquistato, grazie soprattutto per questo bellissimo articolo, e… hai ragione: cambierà.

    don Fabio (baloo in pensione)

  3. 3 tt 12 maggio 2011 alle 6:36 am

    mi hai fatto tornare in mente gandhi:
    “In che cosa ci vuole più coraggio, nel legare altri ad un cannone e farli a pezzi o nell’avvicinarsi sorridenti ad un cannone per essere fatti a pezzi? Chi è il vero combattente, chi giudica la morte sempre come un intimo amico o chi decide della morte degli altri?”

  4. 4 lovervale 12 maggio 2011 alle 9:57 am

    Buona caccia.

    Davvero bel post Tom, credo che porterò questa storia in route in Val Codera.

    Vale

    “perchè siamo convinti che la vita meriti di essere vissuta fino in fondo, così da autentici ribelli”.


  1. 1 …viva l’Italia, l’Italia liberata… | …contro lo scorrere del tempo… Trackback su 25 aprile 2012 alle 11:35 am

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