Una prova di maturità

Sfilare per le strade della città, evitando accuratamente di farsi vedere nella militarizzata zona rossa; fare tutto questo senza un danno alle vetrine, senza abuso selvaggio di bombolette sui muri; fra chitarre, cartelloni, striscioni e manifesti colorati. Chiedere a Giorgio Napolitano di essere ricevuti in via ufficiale, mostrando che per prima dalla parte dei richiedenti c’è rispetto e sensibilità istituzionale, e non livore anarcoide e distruttivo.

Mostrare, in una parola, che ci si tiene: ai propri contenuti, alla propria lotta; ma poi: al proprio paese, alle istituzioni, alla democrazia. Tutto questo è stata, ieri, la prova di maturità dei ragazzi nelle piazze di Roma. Un movimento che ieri si è confermato diverso e migliore del revanscismo autonom-operaio del 14 dicembre, che ha saputo dimostrare di sapersi rendere conto quando è il caso di smettere e di essere diversi. Un movimento che è riuscito a farsi legittimare dalla massima autorità della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha così dimostrato in tre minuti che l’intero movimento, fin dalle sue radici e origini – e, un po’ le conosco – pone temi di discussione sostanziale: ovvero che i meccanismi della rappresentanza studentesca nelle università per come sono oggi sono falsi e inutili, non legittimanti e irreali. Perchè Napolitano, come dicono i lecchini del centrodestra studentesco, non ha parlato con il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, se voleva avere il parere degli studenti? Facile, perchè quell’organo, molto semplicemente, non serve a nulla. Così come non servono a nulla i vari consigli di facoltà o di ateneo, in cui la rappresentanza degli studenti è simbolica, e si riduce al mero diritto di parola: grazie tante.

Inoltre: che questa riforma, ultima scommessa di un governo agonizzante per salvare la faccia (e non entro del merito), non è ne la Bibbia ne la Costituzione, e che ha dunque bisogno di un percorso calmo ed equilibrato per essere una buona riforma, che dovrà prendersi il suo tempo ascoltando tutte le voci in campo, anche e soprattutto quella di chi l’università la vive sulla propria pelle ogni giorno: anche perchè, si chiama poi federalismo. Perché, come scrive Camilleri mettendolo la frase in bocca a Salvo Montalbano, non ci si può mai ritenere così in alto da rifiutare di intrattenersi con chi chiede di parlare con noi.

Ieri il movimento ha tolto in cinque ore ogni argomento ai rigurgiti neo missini dei Gasparri e soci, che quando andavano – non lui: era troppo attento alla gelatina, pare – a mettere le bombe davanti all’ambasciata Sovietica (Alemanno: la molotov), di contatti con il reparto Celere della Polizia di Stato avevano qualche esperienza. Nella fretta di arrestare preventivamente gli studenti, il Potere si è arrestato da solo nella blindata zona rossa della città, con danni sostanziali per il commercio romano che avrebbe di gran lunga preferito qualche vetrina rotta ma un diluvio di pizzette e supplì comprate dagli affamati del corteo – si vede che non siete mai andati in una manifestazione come si deve – alla serrata ope legis imposta da una maggioranza in malafede politica.

Ieri è stata una bella giornata per il Paese. Il Capo dello Stato, delegittimando l’intera classe politica, ha accettato di parlare con quei quattro scoppiati delle assemblee studentesche che invece di preparare esami (rectius: che mentre preparano esami a mazzetta) si permettono anche di protestare. Il dato politico, sta tutto qui.

2 Responses to “Una prova di maturità”


  1. 1 Marco 23 dicembre 2010 alle 4:17 pm

    vero, irrimediabilmente vero!
    ci sono i cojoni, i deficienti – mi stupirei del contrario – ma poi ci sono migliaia di studenti e studentesse che studiano protestando, perchè sanno che comunque andrà – e lo sanno che andrà per l’approvazione – poi gli esami bisogna darli.
    ebbene, grandi, grandissimi!
    è vero, è stata una bella giornata politica che non si vedeva dal…’68.
    M.

  2. 2 Mr. Tambourine 6 gennaio 2011 alle 2:44 pm

    Massì, il problema è che non si ascolta né l’uno né l’altro.


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