Archivio per dicembre 2010

Una prova di maturità

Sfilare per le strade della città, evitando accuratamente di farsi vedere nella militarizzata zona rossa; fare tutto questo senza un danno alle vetrine, senza abuso selvaggio di bombolette sui muri; fra chitarre, cartelloni, striscioni e manifesti colorati. Chiedere a Giorgio Napolitano di essere ricevuti in via ufficiale, mostrando che per prima dalla parte dei richiedenti c’è rispetto e sensibilità istituzionale, e non livore anarcoide e distruttivo.

Mostrare, in una parola, che ci si tiene: ai propri contenuti, alla propria lotta; ma poi: al proprio paese, alle istituzioni, alla democrazia. Tutto questo è stata, ieri, la prova di maturità dei ragazzi nelle piazze di Roma. Un movimento che ieri si è confermato diverso e migliore del revanscismo autonom-operaio del 14 dicembre, che ha saputo dimostrare di sapersi rendere conto quando è il caso di smettere e di essere diversi. Un movimento che è riuscito a farsi legittimare dalla massima autorità della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha così dimostrato in tre minuti che l’intero movimento, fin dalle sue radici e origini – e, un po’ le conosco – pone temi di discussione sostanziale: ovvero che i meccanismi della rappresentanza studentesca nelle università per come sono oggi sono falsi e inutili, non legittimanti e irreali. Perchè Napolitano, come dicono i lecchini del centrodestra studentesco, non ha parlato con il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, se voleva avere il parere degli studenti? Facile, perchè quell’organo, molto semplicemente, non serve a nulla. Così come non servono a nulla i vari consigli di facoltà o di ateneo, in cui la rappresentanza degli studenti è simbolica, e si riduce al mero diritto di parola: grazie tante.

Inoltre: che questa riforma, ultima scommessa di un governo agonizzante per salvare la faccia (e non entro del merito), non è ne la Bibbia ne la Costituzione, e che ha dunque bisogno di un percorso calmo ed equilibrato per essere una buona riforma, che dovrà prendersi il suo tempo ascoltando tutte le voci in campo, anche e soprattutto quella di chi l’università la vive sulla propria pelle ogni giorno: anche perchè, si chiama poi federalismo. Perché, come scrive Camilleri mettendolo la frase in bocca a Salvo Montalbano, non ci si può mai ritenere così in alto da rifiutare di intrattenersi con chi chiede di parlare con noi.

Ieri il movimento ha tolto in cinque ore ogni argomento ai rigurgiti neo missini dei Gasparri e soci, che quando andavano – non lui: era troppo attento alla gelatina, pare – a mettere le bombe davanti all’ambasciata Sovietica (Alemanno: la molotov), di contatti con il reparto Celere della Polizia di Stato avevano qualche esperienza. Nella fretta di arrestare preventivamente gli studenti, il Potere si è arrestato da solo nella blindata zona rossa della città, con danni sostanziali per il commercio romano che avrebbe di gran lunga preferito qualche vetrina rotta ma un diluvio di pizzette e supplì comprate dagli affamati del corteo – si vede che non siete mai andati in una manifestazione come si deve – alla serrata ope legis imposta da una maggioranza in malafede politica.

Ieri è stata una bella giornata per il Paese. Il Capo dello Stato, delegittimando l’intera classe politica, ha accettato di parlare con quei quattro scoppiati delle assemblee studentesche che invece di preparare esami (rectius: che mentre preparano esami a mazzetta) si permettono anche di protestare. Il dato politico, sta tutto qui.

Scandalo Corte Costituzionale

Trovo assolutamente scandaloso che la Corte Costituzionale, oggi, abbia deferito il giudizio sul legittimo impedimento a gennaio. Non perchè ne fossi sorpreso. Siccome ho già ricevuto richieste di precisazione, vediamo quale è il punto.

Il rinvio era atteso. Si sapeva che la Corte avrebbe deciso di far slittare tutto a gennaio. Quello che sorprende sono le motivazioni per le quali il presidente della Consulta, il neoeletto Ugo De Siervo, ha oggi annunciato il rinvio. “Il clima politico non permette di decidere serenamente”, ha detto il primo giudice costituzionale d’Italia.

“Spero di aver capito male”, mi sono detto io, quando ho letto queste parole di De Siervo. No, perchè, deve essere chiaro, questa è una confessione palese di impotenza davanti alla politica. La Corte Costituzionale oggi ha fatto una scelta politica – questa si – molto forte che non le spetta: ha valutato i lavori parlamentari, si è fatta quattro conti in tasca, e ha deciso del tutto autonomamente che non era opportuno procedere a giudizio. E perchè? Chi è titolato a fare queste valutazioni? Per la cronaca, nessuno. Questo, spero che lo si capisca, è un precedente inaccettabile. Forse a gennaio sarà fatta un’altra valutazione analoga, prima di decidere se il legittimo impedimento possa andare a giudizio, o se non sia meglio rimandarlo ulteriormente? Chi è abilitato a decidere se e quando il clima politico permetta di giudicare serenamente: gli stessi giudici? Qualcuno sopra di loro? E, soprattutto, dove sta scritto tutto questo?

E se lo stesso metro venisse applicato a tutti i procedimenti di tutti i tribunali ordinari, amministrativi, in sede civile e penale, d’appello e d’assise ? Si fermerebbe la giustizia per motivi politici? Il giudice potrebbe decidere che non vale la pena giudicare un estremista nero fino a che c’è un governo amico, o viceversa, fate voi? Chi regolamenta questo tipo di decisione? Lo dico io. Nessuno: è arbitrio, e dei più puri.

Dice: ma mica hanno cancellato il processo, è solo una questione di calendario. Perfetto: dimmi questo, però. Menti, se è necessario: dimmi che non hai proprio proprio spazio quel giorno guardamidispiace proprio non ce la faccio. Ma non è accettabile che il supremo giudice del paese abbia preso la sua agenda, abbia visto che il 14 dicembre prossimo venturo c’era tempo e spazio per deliberare secondo tutti i crismi, ma abbia preferito, autonomamente  e politicamente, soprassedere per ragioni politiche confessate e manifeste. Questo è inaccettabile. E’ un precedente, e va denunciato.

Il giusto processo dalla ragionevole durata è principio costituzionale che esiste a garanzia del processo stesso, non delle parti in causa. Questo vuol dire che tutti abbiamo diritto ad un processo che sia il più breve possibile perché è così che devono andare i processi, non perché questo debba far comodo a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. E poi, ci si dimentica sempre di qualcuno, in questo giochino del rimando-i-processi-quando-mi-fa-comodo: le parti lese. C’è gente che aspetta (devo ripeterlo? c’è gente che aspetta) che arrivi una sentenza. In ogni processo c’è qualcuno seduto ad aspettare che il giudice, quando ha comodo, sentenzi: si spera, a suo favore, per ripagare un torto, per concedere un risarcimento, per sbattere un criminale in galera. Sono storie umane, persone vere che mettono tempo e risorse in una vicenda di cui, in ipotesi, sono anche vittime. Si meritano una sentenza nel più breve tempo possibile: lo Stato gliela deve, e loro ne hanno diritto. E il non farlo si chiama denegata giustizia. La Corte Costituzionale ha, oggi, innaturalmente allungato il tempo di uno dei processi più importanti del paese per paura. Per paura, va ripetuto? Per paura, peraltro apertamente confessata. Questo è uno scandalo, va denunciato, ed è un precedente pericolosissimo. Passerà forse sotto silenzio, ma non qui.

Tante grazie Hillary

Che l’amministrazione americana possa sentirsi in sincero imbarazzo per essere stata sputtanata sui media di tutto il mondo da un albino australiano ricercato dall’Interpol per pedofilia può essere comprensibile. Ma se Hillary Clinton, per riparare, fa danni anche maggiori, magari è il caso che stia zitta.

Mi riferisco alla frase pronunciata in Kirghizystan (tipo, o li vicino) secondo la quale Berlusconi, ah, guardate, è il miglior amico degli Usa. Non entro nel merito: ma questa frase, ormai, è già salmodia di regime. Dagli archivi di Wikileaks, a carico di Silvio, stanno uscendo fuori cose senza senso: che beccherebbe tangenti da Putin, che avrebbe guadagnato soldi nel favorire il gasdotto da Guerra Fredda sponsorizzato dal Cremlino; che sarebbe malato, inadeguato, inadatto, paranoico, ossessionato, al limite della pazzia; che sverrebbe ad ogni piè sospinto perchè di notte sta sveglio a trombare, e così che, alla fine della fiera, non gli regge la pompa; che apprezza lo stile di governo di Putin “macho ed autoritario”, che uomo. I cables di Wikileaks sono incredibili perchè restituiscono un ritratto informale, dunque non filtrato e veritiero, e così assolutamente politico, dei tanti leaders coinvolti. Così di Berlusconi.

Si sapeva? Si sapeva: ma non è questo il punto. Hillary, a nome degli Usa, mica a titolo personale; imbarazzata, per recuperare i suoi rapporti diplomatici, che il suo governo ha perduto per propria colpa(di chi altri? L’ha detto il Guardian, abbastanza chiaramente) ha dovuto alzare la posta. E adesso, ogni volta che qualcuno si permette di citare le rivelazioni di Assange per inchiodare il premier alle sue responsabilità, che traspaiono evidenti dai dispacci dell’ambasciatore Spogli – Berlusconi avrebbe accettato di far parte di un patto di spartizione mondiale dei proventi dell’oleodotto; sarebbe stato corrotto da Putin, in pratica: aoh, ci siamo? Soldi per lui, nelle tasche sue – saltano fuori i vari Cicchitto e Capezzone che ripetono osannanti: “Zitti tutti, ha parlato la Clinton. E voi rosicate, stronzi, hahahahah, che vi credevate”. Ecco: per salvarsi la faccia, la Clinton la salva  anche a Silvio, dall’insalvabile. Grazie Hillary, davvero: che fai, adesso, dovrai dire che tutti i coinvolti nell’affare Wikileaks sono grandi amici dell’America, in questo modo regalandogli un salvacondotto ed una nuova verginità? Dirai lo stesso del re saudita, di Sarkò, della Merkel, di Cameron, di Hu Jintao, che nei dispacci erano tutti insultati e messi alla berlina? Visto che ti hanno sputtanato, adesso vai in giro a lisciarti tutti, America dei liberi e dei forti? Che grande figura.


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