Archivio per aprile 2010

Il nuovo leader della sinistra

Quando si è in fase di disperazione politica, ci si attacca a tutto ciò che passa. Si augurano che io faccia qualcosa contro il governo centrodestra, ma io lavoro perchè sia più efficace, non per farlo cadere. Cosa sperano?”

Questo è quello che succede quando non si hanno alternative al buttarla in caciara – e non si hanno perchè non si ha la forza, la capacità, la volontà politica di costruirsele: succede che si è disperati (termine quantomai azzeccato), e ci si aggrappa a chiunuque. Nello specifico ci si aggrappa a chi non ha la minima intenzione di offrirti nemmeno un supplì, non ce l’ha mai avuta, non l’ha mai pensata come te e non ha mai neanche pensato di pensarla come te. Ne che poteva essere interessante pensare di pensarla come te.

Anche ammesso che Fini abbia dichiarato queste frasi per dimostrare quel po’ di fedeltà a Berlusconi in più che gli è ormai richiesta per continuare a poter parlare, le sue parole sono il confine insormontabile davanti al quale si fermano quelli che lo vedevano come il nuovo vate che ci avrebbe condotto verso il sol dell’avvenire. Bersani si è già arrabbiato, ma fa due fatiche: prima di convocare il delfino di Almirante al nuovo patto costituente contro Berlusconi, magari si faceva bene a considerare chi era, chi è stato e chi ha intenzione di essere nei prossimi dieci anni Gianfranco Fini.

Una sinistra che ha come unico orizzonte politico possibile il “governo degli uomini di buona volontà”, è una sinistra che in realtà si chiama Democrazia Cristiana. Forse quel governo sarà necessario, ma dovrà essere un mezzo, doloroso e temporaneo, e non un fine verso cui correre e combattere. Se l’unica strategia politica che ha in mente Bersani – e so che non è cosi, o lo spero almeno: diciamo, se fosse l’unica – è aspettare “la coerenza dello strappo” di Fini, vuol dire che il PD non capisce più niente di politica da almeno due mesi.

Gli isotopi

Io giocavo a SimCity 3000. Ci giocavo con una certa frequenza.

Uno delle primissime cose da fare, prima ancora di sistemare il piano regolatore, era scegliere l’approvigionamento energetico. Essendo un simulatore, la scelta non si discostava poi molto dalla realtà: o centrali elettriche a carbone, puzzolenti ma efficienti, o pale eoliche, piccole, pulite ma poco potenti.

Più avanti mi spiegarono che questa situazione è anche teorizzata: le centrali a fonti fossili o nucleari hanno problemi di inquinamento e di gestione, quelle a fonti rinnovabili, vento e sole, hanno problemi di spazio. Estendendosi infatti per largo, hanno bisogno di grandi aree a loro destinate e che quindi, si perdono per altri usi.

Ora, posto che io sarei per coprire di pale eoliche il Mediterraneo e l’Atlantico, e di pannelli solari il Sahara, superando così i confini nazionali nell’approvigionamento dell’energia e creando quindi una sorta di centrale elettrica mondiale, affrontiamo la questione, riproposta recentemente da Cip&Ciop Berlusconi e Putin, del nucleare in Italia.

Io non penso realisticamente che si possa prescindere dal considerare l’utilizzo della fonte nucleare per la produzione di energia. Ricordando, appunto, SimCity, il coprire intere montagne di pale eoliche non riusciva comunque a soddisfare il vasto fabbisogno di una città: prima o poi bisognava buttare giù la briscola e mettere un centralone che risolvesse i problemi. Per dirlo con altre parole, “l’energia eolica trova quindi il suo ambito di applicazione solo nell’integrazione alle reti esistenti”. E così, a quanto ne so io, per ora – e non sono un tecnico: ben accette le correzioni – vale per tutte le fonti rinnovabili.

Nell’ambito della generale situazione energetica mondiale dunque, essendosi, a quanto so, ampiamente superato il Picco di Hubbart dei combustibili fossili, il nucleare può non essere, dunque, un’ipotesi da scartare. Anche perchè l’alternativa, per l’Italia, è l’endemica dipendenza energetica: ciò blocca l’economia, e non è mai consigliabile.  Dipende, certo, come lo fai, il nucleare.

Non penso si possa anche lontanamente prendere in considerazione ciò che ha attualmente in mente il governo italiano, ovvero prendersi le tecnologie dismesse dagli altri paesi. E’ la logica dell’auto usata: qualcuno te la vende per comprarsene una migliore, e tu te la compri perchè finora ha funzionato bene, ed è un peccato buttarla. Ma le cose non si fanno così.

Un amico, ingegnere elettrico, ogni volta che ne parliamo sostiene in modo secondo me condivisibile la seguente tesi: bisogna costruire un paio di centrali nucleari in Italia, ma non per fare energia, ma “per divertirsi”. Lui intende, ovviamente, che al di la della produzione di energia ciò che non va dismesso – ma anzi, potenziato, aggiungo io – è il settore della ricerca sul nucleare. Anche, e soprattutto, in vista della costruzione di nuove centrali.

Ovvero, se io fossi un capo di stato lungimirante, non annuncerei che di qui a poco si costruiranno nuove centrali , ma proclamerei che da qui in poi l’intero paese sarà impegnato, e verranno convocate le intelligenze migliori di cui dispone da tutto il mondo, in un vasto progetto di ricerca con finanziamento pubblico che analizzi e studi la situazione energetica in Italia, che inventi una soluzione, perchè no anche nucleare, per risolvere il problema della nostra indipendenza energetica. E se un fisico italiano riuscisse a trovare la variabile mancante della formula che serve  a costruire una centrale a fusione nucleare? Non si può sapere, ma certo se non ci si prova, se non si investe, non ci si riuscirà mai.

Ed è in questo modo che si investe sul futuro: si risolverebbe in un colpo la gran parte del problema dei cervelli in fuga, si finanzierebbe la ricerca, si manderebbe il paese all’avanguardia e si costruirebbero – se servono, e non si trova modo migliore – anche ‘ste benedette centrali nucleari. Questo è, secondo me, quello che farebbe Obama se fosse Berlusconi.

Il problema della sicurezza: anche quello lo affronti. Basta farle bene, le centrali. Il botto a Cernobyl fu causato da un errore umano, su una centrale già molto vecchia e danneggiata. Questo me lo raccontò un secondo ingegnere (ogni tanto incontro ingegneri, che devo fare?) su un treno che mi portava da Verona a Bologna. Dire che le centrali nucleari sono pericolose è un argomento fallace: anche questo computer è un arma mortale, se lo uso come oggetto contundente. Certo, il problema in questione  – vero, esistente, reale – è che il rischio (non la pericolosità: il rischio) è molto alto. Ho appena sentito ad Otto e Mezzo un paragone azzeccato: è come quando cade un aereo. E’ difficile che cada, ma se cade, è solo una tragedia e non più c’è niente da fare. Certo, è vero: bisogna stare attenti ed evitare tutto questo.

Ed è senza dubbio da considerare il problema delle scorie. Ma anche qui, un team di ricerca adeguatamente finanziato questo problema lo può risolvere, forse, o ci può provare, chissà: di sicuro però iniziare a costruire centrali nucleari senza sapere dove mettere le scorie non sarebbe una buona idea. Ci ritroveremmo – come peraltro abbiamo già fatto – a mandarle in giro a pagamento, perchè tanto noi non sappiamo dove metterle.

La partita del nucleare, in definitiva, è secondo me un match molto interessante. Si può stare però in tribuna o puntare alla Coppa: e per la seconda ci vuole un certo allenamento, la squadra deve avere i novanta minuti nelle gambe, eccetera eccetera.

E i congiuntivi


Per chiudere il discorso su Farefuturo, in fondo, non c’è mica da avventurarsi in dotte analisi; basterebbe chiedere a uno dei suoi improvvisati antipatizzanti: dimmi, c’è altro, nel centrodestra? Negli anni – chiedergli ancora – si è mai davvero resa nota qualsiasi altra fondazione, laboratorio, sedicente «cultura di destra» che sia stata in grado di cogliere come tra Tolkien e Christian De Sica, tra Evola e Paolo Di Canio, tra Pound e Ciarrapico, c’è un Paese? Manco a parlarne: per loro è «di sinistra» e «radical chic» praticamente ogni cosa, vedono «salotti» e «cachemire» dappertutto, sono di sinistra Saviano, la Pellegrini, tutti i cantautori, San Patrignano, Pupi Avati, Fiorello, ovviamente Gianfranco Fini e le più elementari battaglie della destra europea, presto regaleranno alla sinistra anche Sarkozy, Cameron, Rajoy, la Merkel, Leo Longanesi, Mario Pannunzio, Montanelli, i libri, le librerie e i congiuntivi. I diserbanti di Farepassato terranno solo Publitalia, l’Auditel e il Vaticano.

Rissa! Rissa!

Posso dire una cosa?

No, nel senso: secondo me ha ragione Berlusconi – senti che ti sto dicendo.

Il punto è questo: Fini si sta comportando nel modo in cui si comporta D’Alema, ed è il modo che a D’Alema si è sempre rimproverato dall’altra parte. Perchè D’Alema, invece di mandare avanti qualcun’altro, non si è candidato in prima persona in Puglia? Stessa situazione. Parlare dall’alto del contesto, portando avanti “alti” punti di metodo, chiarendo che però non si ha tempo, modo e voglia per modificare l’esistente in prima persona. Perchè si ha altro, e di meglio, da fare.

In sostanza, Fini si alza in piedi, si lamenta perchè le cose non sono come lui vorrebbe; ma vorrebbe che fossero gli altri a modificare le cose che non gli piacciono, in quelle che piacciono a lui.

Beh, non è così che funziona, non solo nei partiti, ma nelle dinamiche di gruppo in genere. Lo si impara giocoforza negli Scout, è il motto de iMille racchiuso nella formula “chifalecose” (per citare solo due delle mie esperienze di vita personali, ma credo che sia qualcosa di abbastanza universale): se hai un cambiamento da proporre, ci dovrai mettere tu faccia, mani e cuore; perchè tanto, gli altri non lo faranno, o lo faranno in un modo che comunque a te non piacerà. E’ anche giusto così, fra l’altro.

Certo, si può prendere il comportamento di Fini come un insieme di consigli che vorrebbero essere lungimiranti: fate così, se ci tenete al Partito, se ci tenete al giocattolino, sennò si rompe. Ma è qui che Fini sbaglia. Nessuno, in quella sala ieri, teneva al partito. Ovvero alcuni si, ma la grande maggioranza no. E soprattutto, non ci tiene la maggioranza degli elettori del Partito, al Partito. Partito vuol dire militanza, organizzazione, tempo da spendere eccetera: caratteri che le forze politiche di centro-destra in Italia non hanno mai avuto. Fini chiede impegno, discussione e dibattito a gente a cui tutto questo non interessa, perchè è una perdita di tempo, perchè incaglia la velocità dell’azione, perchè è speculazione intellettuale sul nulla astratto. Ovvero, perchè è (preparazione)(di una) Politica.

Detto questo, lo ribadisco: secondo me quel che dice Berlusconi non è sbagliato. Il Cavaliere è in malafede, ma non sbaglia. Fini dovrebbe, se crede veramente in quel che dice, chiedere la poltrona di LaRussa, diventare Coordinatore del Partito e iniziare a spalare fango. Lui può farlo, lui sa farlo, è forse l’unico che sa e può farlo: dunque facesse. Anche perchè sarebbe un’operazione politica, questa si, lungimirante: cambiare da dentro, con un lavoro lento, il DNA del Partito, piano piano imparando a controllarlo, ponendo dinamiche nuove in posti chiave che, al momento giusto, possano diventare determinanti.

Non sempre è un problema essere retrocessi, laddove si interpretasse questo gesto come una diminuzione del proprio valore. Fini potrebbe costruire il futuro del centrodestra italiano, all’interno di un Partito che è oggettivamente da cambiare: ma piano piano, e in prima persona. Potrebbe farcela, e sarebbe un buon risultato per tutti, nel lungo periodo.

Fate voi

Secondo voi è possibile vivere in un paese in cui il Supremo Organo di Giustizia, ovvero la Suprema Corte di Cassazione  -insomma quel posto dove ci sono i parrucconi che discutono di forme sostanziali di diritto, di concatenazioni logico-giuridiche complicatissime – ha appena messo per iscritto in via definitiva e irrevocabile (e in una sentenza a Sezioni Unite, perdipiù, che è proprio il massimo del massimo: è quasi un precedente vincolante, lo dice anche Wikipedia) che una decina di anni fa l’attuale Capo del Governo pagò un testimone perchè questi tacesse al giudice che le società occulte del gruppo Fininvest erano in realtà cassaforte personali del di Finivest Presidente, dunque lo stesso attuale Capo del Governo, e cassaforti costituite da fondi illeciti, peraltro, fondi derivanti dall’evasione fiscale o in altro modo “illecitamente conseguiti”, peraltro?

Ed è possibile, dicevo, in quel paese, che quando il Supremo Organo di Giustizia mette per iscritto queste cose, ovvero che il Presidente del Consiglio è stato un corruttore di testimoni e quantomeno un evasore fiscale, il Presidente del Consiglio – del quale si parla nella sentenza - non senta sulle sue spalle un quarto di un quinto della responsabilità politica necessaria a presentare immediate dimissioni?

Secondo me no, non è possibile.

Ps: ma dice, le Toghe Rosse. Eh, ma come la mettiamo se il primo presidente della Corte di Cassazione è Vincenzo Carbone, toga votata e rivotata compattamente dalla destra della magistratura e dai laici della allora Casa delle Libertà, e contro cui la sinistra, sempre della magistratura, fece opposizione feroce?

Bau bau woof woof

Come volevasi dimostrare, can che abbaia raramente morde.

Salutiamo con sufficiente indifferenza la nascita di una corrente interna al PDL; indifferenza perchè avere le correnti nei partiti è normale e fisiologico: di più, è impossibile non averne. Berlusconi si dovrà adeguare, e se non lo farà sarà un sintomo in più del suo scarso rispetto della democrazia, interna ed esterna: il Cavaliere non è Arthur Wellington, e ciò che disse il vincitore di Waterloo dopo il suo primo Gabinetto a Westminster lo riporta oggi Massimo Giannini su Repubblica.

Ciò che meraviglia è il comportamento di Fini, a mio parere scarsamente lungimirante e politicamente suicida. Ma non ce l’aveva un democristiano sottomano che gli insegnasse come si fanno i giochi di corrente?

Ve la ricordate la DC? Io no, ma ne parlo lo stesso – e capito, si, con chi avete a che fare: basta però rivedere la scena de “Il  Divo”, quella in cui Andreotti e Forlani si battono per la Presidenza della Repubblica, moderati da Cirino Pomicino. Il comportamento pseudo-intellettualoide che Fini ha tenuto in questi mesi gli è servito soltanto ad allontanarsi tutte le simpatie del (grosso) zoccolo duro di elettori Berlusconian-leghisti (fatevi un giretto su Spazio Azzurro, e ricordate i sondaggi letti ieri a Ballarò); gli ha fatto forse guadagnare il rispetto e la simpatia delle persone che padroneggiano correttamente il congiuntivo: ma non tutte lo voterebbero, e lo voteranno.

Per salvare la destra, l’Italia che vota a destra e dunque l’Italia, Fini avrebbe dovuto proporsi come efficace sostituto del Cavaliere: e per fare ciò avrebbe dovuto forse fare l’opposto di ciò che ha fatto, ovvero essere più Berlusconiano di tutti gli altri, per non indispettire il capo e favorire una futura transizione. Astuzia politica e ipocrisia omicida, forse: mi rendo conto però che ciò comprendeva l’abbandono della propria dignità personale, e non è una cosa che si può chiedere a una persona mediamente onesta.

Continuo a pensare che Fini abbia sparato una, forse l’unica cartuccia a disposizione nel suo schioppo: e l’abbia sparata in aria, e per far casino. Che spreco.

Edit. Per una opinione diversa dalla mia, c’è quella di  Gad Lerner – (alla quale mi permetto però di aggiungere che forse quel che egli dice è vero, ma non potrà essere Fini a guidare la “destra europea moderata” che, probabilmente, lo stesso Presidente della Camera ha in mente. Perchè, per fare ciò, avrebbe dovuto prima presentarsi come berluscomaniaco, in modo da conservare l’elettorato, e poi procedere a una metamorfosi dei valori. Un po’ come, appunto, a Fiuggi nel 1994).

Non pervenuto

L’unico dato certo nelle ore incomprensibilmente convulse che la maggioranza attraversa è che, se si dovesse andare al voto domani – ma pure dopodomani – il Partito Democratico non avrebbe pronto il candidato, l’opportunità, la realistica possibilità, non di vincere, ma anche solo di arrivare tipo secondo con buon margine.

Senza senso

Come mi è stato autorevolmente fatto notare, il fischio di inizio alle polemiche fra Fini e Berlusconi è stato suonato dal Cavaliere: quando ancora il Presidente della Camera era trincerato nel no-comment, già “fonti della maggioranza” rivelavano ciò che i due esponenti del PDL si erano detti.

Tale considerazione è rafforzata, se pensiamo che Schifani, in modo del tutto estemporaneo e non richiesto da nessuno, si è premurato di uscire a reti unificate proclamando la necessità del voto: è evidentemente una cosa che ha concordato con Berlusconi, perchè altrimenti non si spiega una presa di posizione di tale pesantezza da parte della seconda carica dello Stato.

Dunque è Berlusconi ad aprire il fronte; è Berlusconi che non ha intenzione di assecondare i, peraltro molto tiepidi, richiami di Fini; è Berlusconi che crede di poter agitare il voto come una clava.

Che senso ha? Nessuno. Berlusconi ha già vinto le elezioni; anche se non le ha vinte tecnicamente, le ha vinte politicamente: andare al voto adesso, perchè? Per vincere “di più”, stavolta anche contro Fini? Non ha senso: non si può vincere ancora più di così. Che altro vuole vincere, Berlusconi?

Perciò, a parer mio, è una boutade. E’ un tentativo di fare la faccia cattiva a questi rompipalle dei finiani, che magari, se pensano che il Capo fa sul serio e chiederà a Napolitano di sciogliere le Camere, rientreranno nei ranghi. Anche perchè la Lega non si lascerà sfuggire l’occasione di tre anni tranquilli per finire le riforme di cui ha bisogno.

Certo, occorrerà vedere se Fini si piegherà a questa dinamica: ma mi chiedo che altro potrebbe fare. Provocare la crisi e accettare l’ipotesi del voto è una prospettiva che lo relegherebbe a percentuali elettorali di nicchia, perchè sarebbe facile gioco presentarlo come il complottista che ha provocato la caduta del governo più amato di sempre.

E che senso ha per Fini incamminarsi su questa strada? Secondo me, nessuno.

Buone idee ovunque, eh?

L’inconsistenza dell’analisi e dell’autocritica del PD in questo momento mi stupisce e mi preoccupa un po’. Dopo il bombardamento delle regionali, quel che si è detto è che “non abbiamo vinto, ma neanche perso”. Dopo la sconfitta alle comunali questo è “un sostanziale pareggio”. Il progetto del “Partito del Lavoro” collassa davanti alle elezioni a Pomigliano d’Arco. E la punta di diamante della strategia per ripartire dovrebbe essere “un pd federale”.

A proposito della linea Prodi-Chiamparino, bisognerà senza dubbio sottolineare che, a parer mio, si sono fumati il cervello. E non capisco neanche perchè Prodi dica cose del genere, nel senso: spero si sia sbagliato, che l’abbiano capito male, ma non avendo lui smentito, evidentemente la pensa così.

Qualcuno mi deve spiegare in cosa aiuterebbe il centrosinistra lo spacchettamento del partito, se non a favorire l’alleanza al nord con la lega, pensata da qualche dirigente che s’è convinto, o che ha avuto una visione mistica, probabilmente, del fatto che ciò si possa fare e che sia un’idea valida; e l’avvicinamento al sud agli autonomisti di Lombardo, perchè quello governa, e ora come ora sta passando un guaio, e gli serve gente, purchessia.

Vorrei sapere come si elabora una grande strategia nazionale per il centrosinistra, se un segretario di partito viene eletto da queste mistiche entità federali, al nord alleate qua e la con la lega, dove ancora si crede che essa sia “la costola della sinistra” solo perchè si viene affascinati dai sindaci un po’ sceriffi e ci si stupisce che gli operai ormai votino chi gli promette di buttar fuori gli extracomunitari, che fanno il loro lavoro a metà del prezzo; al sud, essendo morte e sepolte elettoralmente in più di metà del mezzogiorno, alleate con chiunque abbia da regalare una poltrona.

La parte più curiosa è l’abolizione delle primarie, che hanno per due volte legittimato lo stesso Prodi a correre contro Berlusconi, con largo consenso popolare e verso la vittoria, e ora, proprio quando iniziano ad affermarsi come consuetudine valida, sentita e apprezzata, vengono trattate come una moda fallimentare e da abbandonare. Mentre invece la soluzione proposta è quella di un’elezione di secondo livello, che, come tutte le elezioni di secondo livello, mancherebbe di autorevolezza e rappresentatività, e servirebbe solo a far passare in secondo piano l’eletto, confinandolo in una teca asfittica, muta e di rappresentanza (Bundesraat tedesco, Presidente della Repubblica italiano).

La conseguenza, ben nota e mascherata o non sufficientemente ponderata, è che un segretario eletto in questo modo diventerebbe una figura da “dietro le quinte”, intento ad organizzare pacchetti di alleanze e ad individuare una figura da mandare al massacro verso le elezioni, invece di prendersi le sue responsabilità politiche in prima persona.

In breve, non capisco da cosa sia determinato questo sbandamento. Non è che se il popolo va verso il federalismo (che poi, questo è tutto da dimostrare), allora noi ci accodiamo al federalismo perchè sennò perdiamo il treno del popolo. E’ come il negoziante che, perdendo mercato perchè il negozio davanti è diventato più competitivo, per rimediare almeno qualche cliente sbadato si compra le copie scrause e cinesi di ciò che vende il concorrente. Il federalismo, istituzionale, fiscale, del partito (sic) si può pure fare, dipende come lo fai; e comunque, come tutti i modelli puramente “tecnici”, come tutte le soluzioni attenenti alla “forma”, non riusciranno a risolvere il problema di una virgola, se non si affrontano i nodi di sostanza.

Quale è la linea del PD (e del centrosinistra, pure DiPietro inizia a dover rispondere) sul presidenzialismo, semi-presidenzialismo, federalismo, riforma della giustizia, eccetera? Ok, “ci sarà un opposizione dura”: ma quale è la proposta alternativa? Se la linea è la conservazione pura e semplice dell’esistente, il partito lo si può pure fare comunale, continuerà a non avere niente da dire.

Semi-presidenzializzami

Sorvolando sulla qualità del dibattito, molto bassa se si pensa che la discussione sulla forma di governo, roba da massimi vertici,  viene piegata a manovre politiche di parte (“non va bene il doppio turno, perchè perdo voti”, disse quello), spopola la discussione sul modello francese: senza che nessuno dica le cose come stanno, o le dica tutte e per intero.

Il sistema francese è davvero molto forte. C’è molto potere nelle mani del capo dello Stato, eletto dai cittadini. Ma, come tutti i regimi costituzionali, questo potere viene temperato da alcune valvole. Quando gli esponenti dell’attuale maggioranza cianciano di semipresidenzialismo, ci vorrebbe qualcuno che gli chiedesse :“Onorevole, ma lei si ricorda, vero, della possibilità della coabitazione, nel sistema francese?”. Quando ne magnificano le sorti, bisognerebbe chiedergli se hanno presente come funziona il Parere di Costituzionalità preventivo.

No, perchè un modello costituzionale, se lo si vuole importare, va importato tutto. E se non ci si dimentica che in Francia la Camera può avere un colore politico diverso da quello del Presidente, allora ok: però niente più parlamentari “nominati” e necessario cambio della legge elettorale, niente più dittatura del governo sul parlamento. E dobbiamo importare anche le commissioni d’inchiesta parlamentari alla francese, che vengono scagliate contro il governo e il suo operato anche da un singolo deputato, con dibattito pubblico e trasmissione televisiva, ovvero sul modello americano. E, volete ridere? Supponiamo che il parlamento voglia aprire una commissione su un fatto, a carico del governo, di rilevanza penale: l’unico modo che ha il governo per evitare l’apertura è dare mandato al Ministro della Giustizia di aprire un inchiesta penale. Praticamente il governo si autodeferisce alla Corte: chi ha detto “Lodo Alfano”?

E non dimentichiamoci del parere di costituzionalità preventivo, per cui il deputato Pinco Pallino in qualsiasi momento può adire la Corte Costituzionale quando la legge non è ancora stata firmata dal Capo dello Stato, ovvero prima della sua promulgazione. Ve le immaginate, le leggi ad-personam, in balia del primo dipietrista di passaggio a Montecitorio?

In breve, non fidiamoci, vediamo prima la ciccia. Se questa grande riforma comprenderà tutto il semipresidenzialismo, allora magari si potrà anche fare. Se non lo comprenderà, non sarà semipresidenzialismo, sarà un normale pastrocchio italiano.

Ps. In uno scambio epistolare con Pernacchia, egli mi ha reso edotto del fatto che gli stessi francesi lo stanno buttando a mare, il semipresidenzialismo, perchè è antidemocratico e dagli effetti distorti. Sarkozy in persona ha messo su una “Commissione di riflessione e proposta di modernizzazione delle istituzioni della Quinta Repubblica“. Le proposte della Commissione, in sostanza, ridimensionano il ruolo del Presidente e massimizzano quello del Parlamento. Un esempio su tutti, la proposta 21: una settimana al mese, una settimana intera dei lavori parlamentari è totalmente dedicata ai disegni di legge presentati dall’opposizione; una settimana, ancora, è dedicata agli atti ispettivi sul governo; le restanti due, ai disegni di legge della maggioranza. Questo vuol dire che il governo, e la maggioranza che lo sostiene, dovrebbero stare mute in aula per quindici giorni al mese, tutto l’anno. Capito, si, che vuol dire concedere più potere all’uomo eletto: vuol dire che bisogna trovare un modo per tenerlo sotto controllo, questo potere.

In breve, se il nostro intento è quello di copiare un sistema che i francesi stessi stanno dismettendo, vuol dire che abbiamo il vizio delle auto di seconda mano: un po’ come le centrali nucleari di seconda generazione, che la gente non vedeva l’ora di venderci perchè vecchie e rotte. Uguale, solo che qui è la Costituzione in gioco.


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