Berlusconi, i birbantelli, Craxi e il mariuolo

[per Giornalettismo]

Si sostiene che ciò che succede oggi è diverso da ciò che succedeva, ormai, quasi vent’anni fa; che non siamo davanti a una “nuova Tangentopoli”, e che questi sarebbero solo isolati e banali eventi di bassa criminalità, non parte di un “sistema”. Già il fatto che si dica così, però, istituisce un parallelo rilevante: anche Craxi, all’inizio di tutto, cercava di buttarla in caciara con la storia del“mariuolo” e definendosi “una vittima”. Cerchiamo, però, di capire se questo sia vero: cerchiamo di capire se gli eventi alla ribalta delle cronache oggi siano sintomatici di qualcosa di nuovo, o di vecchio.

Che cosa è cambiato rispetto a Tangentopoli? Probabilmente siamo cambiati noi, la famosa gente, il popolo di questo paese, che difficilmente domani si radunerebbe davanti al Raphael a tirare monetine al giuda traditore della fiducia della Nazione (ammesso che quella fosse una manifestazione civile ed edificante). L’impressione che, in fondo, non sia cambiato niente, che l’ondata moralizzatrice del ’92 non sia riuscita a imporre una rivoluzione, appunto morale, del costume politico, probabilmente ci pervade, e ci porta a credere che il combattere il malaffare sia una battaglia persa. Oppure, interpretazione diametralmente alternativa, l’azzeramento del quadro politico ci ha portati a pensare di vivere in un paese talmente nuovo da non riuscire a identificare come “vecchio” ciò che vecchio è, cioè appunto il malcostume criminale della corruzione e della tangente. Quale che sia la spiegazione storica, sta di fatto che, rinata o mai finita, la corruzione nel nostro paese prospera.

Si dice che chi ruba oggi lo fa per se stesso, e non per il partito. Quasi sicuro: probabilmente perché non c’è più nessun partito da finanziare. La norma sul rimborso elettorale è riuscita, in gran parte, a calmare gli appetiti della politica: esso riesce a coprire le spese strettamente organizzative. E questo, se possibile, ha peggiorato il quadro: ci dimentichiamo infatti troppo facilmente che si rubava per se stessi anche prima di Tangentopoli. Della mazzetta, su 100 poniamo, 50 andavano al partito, 25 restavano impigliate nelle tasche del mediatore, 25 ritornavano, spesso, nelle tasche del corruttore, così, come un premio fedeltà. Tolta ora la quota che va al partito (peraltro, chi l’ha detto che ciò non succeda ancora, qua e la?), basta riorganizzare un po’ le percentuali per rendersi conto.

Cos’è rimasto invariato? Dopo la cacciata di chi le tangenti le riscuoteva (e neanche di tutti), ci siamo dimenticati in blocco di chi la mazzetta la pagava. O vogliamo credere all’immagine mistica del povero imprenditore oppresso? Certo, forse costretto di malavoglia a pagare, ma ottenendo in cambio, sicura, la commessa pubblica, senza quella fastidiosa rottura di scatole della gara d’appalto trasparente, e con la garanzia, magari più avanti, di rivedere anche al rialzo l’importo richiesto.

Questo può suonare qualunquistico, però, senza aggiungere ciò che si deve: e cioè che, oggi come ieri, non è possibile ottenere, per chi volesse – anima coraggiosa – ribellarsi a questo sistema, la protezione dallo Stato e la sicurezza che i comportamenti illeciti vengano identificati, repressi e puniti. Permane invariata la presunzione di impunità, che porta, come ha notato Curzio Maltese, questo sottobosco dell’affarismo a vantarsi dei propri reati comodamente al telefono, comportamento da autentici gonzi.

Sicurezza di impunità a sua volta garantita dallo stato della Magistratura italiana, cronicamente senza fondi e impedita quotidianamente nel suo lavoro, sotto la minaccia di continui tagli e riforme all’ordinamento giudiziario che le mettano la mordacchia, delegittimata e trattata come lo scarto dell’osteria, invece che come il corpo vivo dei servitori del paese. Per risolvere il malaffare, nel breve tempo serve l’azione repressiva; nel lungo periodo l’educazione alla cultura dello Stato e al civismo. Due necessità che hanno bisogno di adeguata attenzione e finanziamento, perché realizzano quell’investimento sul futuro che, prima o poi, risolverebbe quasi tutti i problemi; investimento sul futuro che però non si intende fare, forse perché nelle parti, a giro, del dispensatore di favori e del compratore di garanzie, ci immaginiamo tutti, e con un certo agio.

3 Responses to “Berlusconi, i birbantelli, Craxi e il mariuolo”


  1. 1 Pernacchia 19 febbraio 2010 alle 10:24 am

    Hai detto una cosa verissima e che quasi nessuno dice. Non c’è più nessuno, o sono molto pochi, hc esi radunano al Raphael. Il che per altro è stato un episodio orrendo, ma almeno dimostra una reazione. Piazzale Loreto è stato orrendo ma è stato un segnale. Io ho paura che il segnale non ci sia più. L’elettroencefalogramma della ‘società civile’ è piatto.
    Un’altra cosa. è vero che si rubava per il partito. Ma attenzione, non è che quei soldi andavano per organizzare l’attività politica del partito volta ad incentivare le masse…magara…era solo l abenzina per diffondersi sempre di più nel sistema, insomma si rubava e si rubba solo per se stessi. A rubare veramente per il partito lo facevano i socialisti i primi anni del novecento. Veramente brava gente che faceva politica.
    Per concludere su questo tema che è ormai il tema di oggi, nel senso di questa epoca. La questione morale. Andatevi a rileggere le parole di Berlinguer. NON ERA UNA QUESTIONE MORALE. è era una questione politica. Sollevata pubblicamente nell’81, già denunciata in quei termini da Rodotà nel 1980 e OSTEGGIATA da Giorgio Napolitano – dirigente riformista vicino al Psi – nella fine del 1982. Oggi è la stessa identica cosa. Assurdo. Dov’è la politica? Ciò che fece la magistratura nel ’92 lo doveva fare la politica, così oggi. La morale lasciamola a chi c’l’ha. (che crasi ho fatto?)

  2. 2 isaroseisarose 19 febbraio 2010 alle 9:36 pm

    Bel post. Ho una domanda però, perché tirare le monetine al ladro non sarebbe stato edificante? Domanda genuina eh..


  1. 1 Montaigne » Blog Archive » links for 2010-02-19 Trackback su 19 febbraio 2010 alle 11:05 pm

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