Archivio per febbraio 2010

Il Lazio val bene un panino

Questa roba che sta succedendo è davvero mitica.

Pericoloso lo spontaneismo: rischia di aiutarci.

Ricordo molto bene tante di queste eminenti personalità che, solo tre mesi fa, erano estremamente incerte se fosse il caso di muoversi da casa per scendere in piazza. Questa volta, visto che l’ultima decisero bene solo alla fine, erano in Piazza del Popolo dall’inizio con le loro sciarpette viola.

Ci troviamo, probabilmente, davanti a un gruppo di organizzatori che ha in mente un’idea ben precisa su cosa un movimento di questo genere possa essere e rappresentare. E al di la di ogni giudizio sul contenuto, il fatto che esista un’entità della c.d. società civile, che riesce a portare molta gente in piazza senza chiedere il permesso ai partiti, ma anzi, costringendo questi ultimi ad accodarsi precipitosamente, è allo stesso tempo un sintomo della cattiva salute dei partiti, ma della forse ancora accettabile salute della società.

Questo governo non è forte. Nelle ultime settimane Berlusconi ha dovuto fare dei vistosi dietrofront appena si è accorto della mala marea che gli montava addosso (Bertolaso e la Protezione Civile SPA, Di Girolamo e la legge anti-corruzione). Questa maggioranza non è in grado di reggere a un colpo di maglio ben assestato.
Se si ha presente una situazione del genere, l’argomento del non condividere la politica della piazza e la piazza come politica non basta più. Perchè bisogna decidersi: o si è disposti ad usare l’arma della piazza, e però un grande partito come ce ne sono ha ben altre armi che quattro pischelli su facebook per organizzarne una come si deve, o ci si dichiara contrari alla piazza come arma, ma a quel punto si sta a casa: andare alle piazza degli altri non è sbagliato, ma appare un po’ come una sconfitta. E perchè, ben di più, viene il sospetto che non si sia in grado di esprimere, compiutamente, una possibile ed immediata alternativa: ovvero, che non si voglia in fondo buttare giù il governo perchè sui banchi dell’opposizione, riparati dietro all’argomento così teneramente british del “ruolo assegnatoci dagli elettori”, si sta molto comodi. Ma il nostro è un sistema parlamentare, e non funziona così.

C’è ormai evidentemente uno spazio politico, a sinistra, di persone che ad intervalli non eccessivamente lunghi sono pronte a radunarsi in piazza per manifestare la propria contrarietà. Se la paura è che la piazza possa far male, perchè manichea, perchè qualunquista, perchè intrinsecamente violenta, questa paura non può però sorvolare sull’esistenza di una tale esigenza.  Sta ai partiti, elaboratori di disegni politici complessi, guidare il dissenso di piazza, naturalmente poco positivo e molto negativo – “NO!” – verso approdi più strutturati.

Hanno fatto molto bene gli organizzatori della manifestazione a chiedere che le bandiere dei partiti fossero messe da parte: quel luogo non era loro. E ciò che c’è da notare è duplice: primo, che un movimento del genere, proprio perchè spontaneo e non accusabile di strumentalità faziosa (perchè fazioso lo è in modo esplicito: d’altronde è una piazza, che altro dovrebbe essere), può essere estremamente potente. Dal momento che esiste la libertà di manifestare il pensiero, cade qualsiasi possibile proiettile sparato a priori per delegittimare un numero X di persone, non strutturate, che si radunano in piazza per esprimere un’idea: l’argomento della sinistra rossa e comunista non funzionerebbe, e, infatti, nessuno l’ha usato. Però altrove funziona, e molto bene, no?

Secondo, che il poco entusiasmo dei tanti politici intervistati nei TG, impegnati a descriverci quanto fosse bella questa manifestazione che solo tre mesi fa consideravano una comparsata folkloristica, deriva dal millenario senso di lesa maestà che gli sale quando qualcuno prova a pensare senza chiedergli il permesso. Evidentemente non riescono a capire che, se non si attrezzano alla svelta per diventare indispensabili come dovrebbero essere in un paese maturo, si potrà tranquillamente fare a meno di loro.

Ma non sarebbe un paese tanto normale, quello.

I’m not dead

Come avrete notato qui si latita.

E’ che ho appena dato un esame e in seguito il mio cervello è scappato. Tipo in vacanza, non so. Appena torna qualcosa salterà fuori, vedrete. :)

Indietro, paese.

Per fortuna non hanno vinto. Sia ben chiaro, io non ho nulla di personale contro Filiberto: ma la vicenda, in questi giorni, mi ha dato da riflettere.

La questione, comunque, ma solo per commentare a questo punto, si articola su due livelli.

Se il paese ha ripescato Filiberto dal giusto abisso dell’eliminazione da Sanremo, ma questo non significa che siam diventati monarchici, allora siamo semplicemente davanti a un caso di pessimo gusto musicale. Trovo la canzone brutta, scialba, una banale rima e/o assonanza baciata, inutilmente provocatoria, storicamente insultante. “Tu non potevi ritornare, pur non avendo fatto niente”: spiace. Ma quando tuo nonno non ha fatto nulla per fermare il fascismo quando poteva, ci sta che qualcuno ce la possa avere con te: tipo quelli che hanno scritto la Costituzione, cioè, tutti noi.

Se però il paese ha sostenuto con convinzione questa patacca canora, e facendo questo intende esprimere apprezzamento per il simpatico biondino dal cognome già sentito, perchè in fondo st’idea del Re un po’ ci piace, allora vuol dire che la china che abbiamo preso è brutta, e in discesa.

Perchè non è la stessa cosa avere un Re o vivere in una Repubblica, non è soltanto una distinzione formale: la Repubblica, bisogna meritarsela. Se uno ha un monarca, c’è problema di meno: quello della scelta del Capo dello Stato. Il regime repubblicano prevede che tutte, ma proprio tutte le cariche pubbliche di direzione derivino dal consenso popolare, che le sostiene, le verifica e le sceglie.
Bisogna essere un popolo maturo per vivere la Repubblica. Bisogna sentire il peso delle scelte. Il Re, sicuro, perpetuo, lassù irraggiungibile, ridurrebbe la difficoltà del nostro compito. Se questa prospettiva ci piace, vuol dire che ci confermiamo un popolo di immaturi a vivere da liberi. Se preferiamo alle libere elezioni l’ereditarietà della carica di vertice supremo dello Stato, solo perchè fa gran figo dire “noi abbiamo il Re”, allora siamo gente vigliacca. E se la nostra coscienza collettiva è così spappolata da percepire come invitante, intrigante, e “in fondo perchè no” il ritorno di chi abbiamo dovuto cacciare a pedate quando ci siamo, finalmente, scelti da soli quale fosse il nostro paese, vuol dire che la strada su cui siamo è senza ritorno.

Per fortuna non ha vinto; se avesse vinto, sarebbero stati guai acidi: sai la retorica? Ma la medaglia d’argento è un segnale comunque allarmante: e preoccupa il fatto che, nei salotti delle nostre case, torme di italiani abbiano alzato il telefono per far restare in gara questa gente, che in un paese con coscienza repubblicana anche minima sarebbe stata invitata velocemente a tornarsene a quell’ippica che gli compete (e a proposito, onore all’orchestra che si è rifiutata di sottostare alla logica del consenso telefonico, virtuale e straccione).

Berlusconi, i birbantelli, Craxi e il mariuolo

[per Giornalettismo]

Si sostiene che ciò che succede oggi è diverso da ciò che succedeva, ormai, quasi vent’anni fa; che non siamo davanti a una “nuova Tangentopoli”, e che questi sarebbero solo isolati e banali eventi di bassa criminalità, non parte di un “sistema”. Già il fatto che si dica così, però, istituisce un parallelo rilevante: anche Craxi, all’inizio di tutto, cercava di buttarla in caciara con la storia del“mariuolo” e definendosi “una vittima”. Cerchiamo, però, di capire se questo sia vero: cerchiamo di capire se gli eventi alla ribalta delle cronache oggi siano sintomatici di qualcosa di nuovo, o di vecchio.

Che cosa è cambiato rispetto a Tangentopoli? Probabilmente siamo cambiati noi, la famosa gente, il popolo di questo paese, che difficilmente domani si radunerebbe davanti al Raphael a tirare monetine al giuda traditore della fiducia della Nazione (ammesso che quella fosse una manifestazione civile ed edificante). L’impressione che, in fondo, non sia cambiato niente, che l’ondata moralizzatrice del ’92 non sia riuscita a imporre una rivoluzione, appunto morale, del costume politico, probabilmente ci pervade, e ci porta a credere che il combattere il malaffare sia una battaglia persa. Oppure, interpretazione diametralmente alternativa, l’azzeramento del quadro politico ci ha portati a pensare di vivere in un paese talmente nuovo da non riuscire a identificare come “vecchio” ciò che vecchio è, cioè appunto il malcostume criminale della corruzione e della tangente. Quale che sia la spiegazione storica, sta di fatto che, rinata o mai finita, la corruzione nel nostro paese prospera.

Si dice che chi ruba oggi lo fa per se stesso, e non per il partito. Quasi sicuro: probabilmente perché non c’è più nessun partito da finanziare. La norma sul rimborso elettorale è riuscita, in gran parte, a calmare gli appetiti della politica: esso riesce a coprire le spese strettamente organizzative. E questo, se possibile, ha peggiorato il quadro: ci dimentichiamo infatti troppo facilmente che si rubava per se stessi anche prima di Tangentopoli. Della mazzetta, su 100 poniamo, 50 andavano al partito, 25 restavano impigliate nelle tasche del mediatore, 25 ritornavano, spesso, nelle tasche del corruttore, così, come un premio fedeltà. Tolta ora la quota che va al partito (peraltro, chi l’ha detto che ciò non succeda ancora, qua e la?), basta riorganizzare un po’ le percentuali per rendersi conto.

Cos’è rimasto invariato? Dopo la cacciata di chi le tangenti le riscuoteva (e neanche di tutti), ci siamo dimenticati in blocco di chi la mazzetta la pagava. O vogliamo credere all’immagine mistica del povero imprenditore oppresso? Certo, forse costretto di malavoglia a pagare, ma ottenendo in cambio, sicura, la commessa pubblica, senza quella fastidiosa rottura di scatole della gara d’appalto trasparente, e con la garanzia, magari più avanti, di rivedere anche al rialzo l’importo richiesto.

Questo può suonare qualunquistico, però, senza aggiungere ciò che si deve: e cioè che, oggi come ieri, non è possibile ottenere, per chi volesse – anima coraggiosa – ribellarsi a questo sistema, la protezione dallo Stato e la sicurezza che i comportamenti illeciti vengano identificati, repressi e puniti. Permane invariata la presunzione di impunità, che porta, come ha notato Curzio Maltese, questo sottobosco dell’affarismo a vantarsi dei propri reati comodamente al telefono, comportamento da autentici gonzi.

Sicurezza di impunità a sua volta garantita dallo stato della Magistratura italiana, cronicamente senza fondi e impedita quotidianamente nel suo lavoro, sotto la minaccia di continui tagli e riforme all’ordinamento giudiziario che le mettano la mordacchia, delegittimata e trattata come lo scarto dell’osteria, invece che come il corpo vivo dei servitori del paese. Per risolvere il malaffare, nel breve tempo serve l’azione repressiva; nel lungo periodo l’educazione alla cultura dello Stato e al civismo. Due necessità che hanno bisogno di adeguata attenzione e finanziamento, perché realizzano quell’investimento sul futuro che, prima o poi, risolverebbe quasi tutti i problemi; investimento sul futuro che però non si intende fare, forse perché nelle parti, a giro, del dispensatore di favori e del compratore di garanzie, ci immaginiamo tutti, e con un certo agio.

Il dopopartito

Dopo aver letto questo, e visto relativo video in cui Emanuele Filiberto di Savoia e Pupo vengono applauditi dal salotto del dopofestival YouDem, persino a seguito di alcune modifiche del testo della canzone spiattellate in faccia al pubblico nel tentativo di far piacere (se non vedete il video, non capite di che parlo), mi sono veramente fermato un attimo a riflettere. Perchè io, ‘sta cosa del dopofestival, proprio non la capisco: e mi sembra sintomatica di qualcosa che non va.

Cioè, chi ha deciso che era una buona idea? Esattamente, quale è il tentativo?  Che ruolo ha nell’elaborazione politica dell’opposizione vedere la Sen. Pinotti che canta? Ma vi sembra il momento storico di perdere tempo co’ sta roba?

Quale è il messaggio che passa, ci avete riflettuto? Perchè è duplice: o, “questa è veramente una banda di fannulloni, mentre Berlusconi governa loro pensano a Sanremo”; oppure, il che sarebbe ancora peggio, il naufragio del maldestro tentativo di dimostrarsi vicino “alla ‘ggente” organizzando una macchietta insulsa su Sanremo.

Quale è l’intenzione? Quella di presentarsi, liberati dal complesso del trinariciuto, come un partito smaliziato e pop che non ha paura di avvicinarsi alle masse, organizzando questa farsa? Ma perchè, credete che così vada bene? Che la cosa possa riuscire?

Direte (forse, e spero di no), “e non farla troppo lunga, è un modo per fare un po’ di varietà, noi siamo popolari e senza snobismi“: forse, ma vorrebbe davvero dire che qui si ha tempo da perdere. Scusate, non c’era niente di meglio da passare sulla Tv del partito? Che poi, magari era pure un occasione, se proprio si voleva tirare su qualcosa del genere, di fornire un momento importante di critica di costume, di ragionare sul ruolo della televisione oggi: ma a me, per quello che ho visto, e chiedo scusa per il tono, mi sembra solo una grossolana accozzaglia di cazzate.

Non so, io, boh. E dire che non è che chiedo di resuscitare Pajetta e di riaprire le Frattocchie: cioè, anche, ma non qui. Mi interrogo sul momento storico che viviamo, e mi pongo il problema di ciò che deve essere una forza di opposizione. Se credete che per galvanizzare le masse basti chiedergli chi vorrebbero, fra i leaders politici, come vincitori di Sanremo, mi sa che siamo tutti fuori strada.

Dàlli all’usurpatore!

Ma voi lo sapevate, si, che il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, trionfatore della prima serata di Sanremo, in realtà non è Principe?

[Non sono esperto di questioni dinastiche: magari principe lo è,
fatto sta che non sarebbe mai Re.
Per eventuali monarchici arrabbiati di passaggio.]


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