Archivio per gennaio 2010

Improvvisarsi critici cinematografici con gli occhiali 3D

In Avatar, il superpolpettone 3D di Cameron, la storia semplicemente non c’è. Nel senso che non c’è nulla di originale, è un intreccio già visto, proprio il solito, insomma. E in più è un calderone infinito di citazioni. C’è un po’ di tutto: Pocahontas (compresa Nonna Salice), Tarzan, Atlantis – L’impero Perduto, Matrix, Il Signore degli Anelli, Guerre Stellari, Balla coi Lupi e simili sugli Indiani d’America, Braveheart, moltissima roba dai videogiochi, e intendo Halo, Prince of Persia, Max Payne, ma soprattutto World of Warcraft – e per chi, come il sottoscritto, ha passato parte della sua adolescenza a spappolarsi il cervello tra Elfi della Notte che diventano animali e vivono a Darnassus in alberi pulsanti e vivi, certe ambientazioni “esotiche” non hanno più l’arma dell’originalità a loro disposizione. Già visto.

Anche i dialoghi non sono esattamente un testo letterario. Machismo soldatesco prevedibile – “trattiamoli male!!”; “voglio un lavoro da marine!”; “hey ragazzi qui è papa al comando!”- lessico tipico da americanata Uzi, che è sempre un evergreen. Certo, ti devi ricordare che quelli in divisa sono “i cattivi” e che i mostri blu con gli uccellacci rapaci sono “i buoni”, ma per il resto si sparano come al solito. A questo proposito anche il messaggio ambientalista che Cameron stesso dice di proporre fa acqua ovunque: e mi spiego.

E’ che manca la catarsi. Ovvero, lo schema è: popolo felice vive in simbiosi con natura-brutto uomo bianco vuole asfaltare tutta natura bella per costruire McDonald’s puzzolenti-popolo felice si incazza e alla fine gli spacca le chiappe-e vincono i buoni. Eh, ma se l’intento era far passare un messaggio un po’ più penetrante di quello che i film Disney riescono benissimo a trasmettere ai bambini (“natura bella; bruciare alberi, brutto”: Bambi, 1942), penso che sarebbe stato necessario far finire male il film. D’altronde è Aristotele a insegnarci che è ciò che finisce male a restarci dentro come esempio; Edipo è nell’errore, dunque muore orribilmente e inevitabilmente: lo spettatore partecipa al suo dolore, esce e si comporta bene. Impara. Qui invece il Popolo (blu) vince, e quindi allo spettatore medio, la quale capacità di elaborazione mentale arriva alle vette di “è tutta naa metafora, perchè l’omo a’a fine sta distruggendo il suo pianeta, così popo nun se po'” – frase autenticamente sentita all’uscita del cinema – è consentito tornarsene a casa con la coscienza pulita: il cattivo americano ha perso ancora, yeah.  Possibilità che abbia capito l’importanza per la sua vita, per il suo pianeta, per il suo futuro anche solo della raccolta differenziata? Secondo me, zero.

Tutti questi aspetti forse negativi cadono però come birilli davanti alla maestosità grafica del film, che è magnifico, roboante, eccessivo, bellissimo, luminoso, totale, superbo. E’ proprio un peccato che lo schermo sia così piccolo.
Questa storia del 3D poi massimizza l’esperienza d’intrattenimento, muovendo un passo in più verso il cinema “totale”, che trasporta fisicamente lo spettatore in un universo nuovo per due-tre ore di zanzare inesistenti che tu provi a scacciare credendole vere. Un abbraccio virtuale che stordisce i sensi e ti da l’illusione di poter toccare, partecipare, esserci. Davvero non un evoluzione di poco conto.

In sintesi, grafica 10, 10 e mezzo, anche 11. Tutto il resto 6: ma la forza del film è che il voto finale è comunque 8, persino 9.

Il burqa fra libertà, sicurezza e valori nazionali

[per Giornalettismo]

Il diritto è come la cassetta degli attrezzi: in qualche modo serve sempre. E questo perchè, in ogni caso, finiamo sempre per parlare delle persone, e dunque dei loro diritti. E’ di oggi la notizia che l’Assemblée Nationale, il parlamento francese, si appresta a varare una norma anti-burqa. Per la verità si tratta di alcune indiscrezioni che trapelano dalla commissione parlamentare appositamente insediata per studiare il caso, che sembra aver elaborato un gran numero di risoluzioni e raccomandazioni per il legislatore francese. Una di queste, la prima e più importante, chiederebbe di bandire il “velo integrale” perchè “contrario ai valori della Repubblica”, in quanto discriminatorio nei confronti delle donne.

La questione – che, come immaginiamo, non coinvolge solo i nostri cugini d’oltralpe, anzi – nel complesso, appare molto semplice e molto complicata allo stesso tempo: semplice nei termini, complicata nella realtà. Certamente una donna tenuta in stato di semi-schiavitù da una cultura che non condivide, e che la costringe a coprirsi anche contro la sua volontà non sarebbe accettabile: non secondo “la nostra civiltà”, ma secondo il nostro diritto (e c’è uno scarto logico e storico fra i due termini che va tenuto nella giusta considerazione). Tuttavia, sono molte le donne mussulmane che aderiscono liberamente, o che così dicono, alla pratica del velo integrale: e in linea di massima si può sostenere che è loro diritto farlo, non recando questo comportamento danno a nessun terzo.

Già. Ma è ugualmente rilevante la pretesa dello Stato, che ha tutto l’interesse, per evidenti motivi di difesa e di sicurezza, che tutti i cittadini girino a volto scoperto. Altrimenti potremmo tutti andare in giro col casco oscurato: oltre ad essere ridicolo, non sarebbe neanche giusto. Il cittadino deve essere in ogni momento identificabile dalle forze dell’ordine: e non si può opporre la propria libertà di manifestare il pensiero, anche attraverso il vestiario, alle esigenze di pubblica sicurezza.

Tuttavia, non è in questo senso che sembra muoversi il parlamento francese, che vuole vietare il velo integrale perchè “contrario ai valori nazionali”. Argomento scivoloso questo, e poco giuridico: sarebbe da capire chi li decide, chi li mette per iscritto, questi valori nazionali a cui il burqa sarebbe contrario. Sulla violazione dei diritti delle donne abbiamo già detto: se la donna è costretta va protetta (ma gli strumenti per far valere questo suo sacrosanto diritto ci sono già), se invece in coscienza vuole portare il burqa, può essere un problema culturale – forse – ma certo non giuridico, di per se. E allora a quali valori ci stiamo riferendo? Forse a quelli di una Francia cattolica e anti-islamica? E, però, che fine hanno fatto i giacobini mangiapreti che tagliarono la testa al Re? E poi, i valori di un paese hanno una casa ben precisa: cioè la sua Costituzione. Quella Francese si apre proclamando la solenne fedeltà alla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, che all’articolo 10 è cristallina: “Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purchè la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico”.

Vendola: ultima chiamata.

Mentre scrivo si prefigura, aspettata, la netta affermazione di Nichi Vendola alle Primarie pugliesi.

E’ un risultato di cui sono soddisfatto. Non perchè sia contrario a Boccia, di cui non conosco quasi nulla: ma perchè sono a favore di Vendola, della sua azione politica, dei prestiti d’onore ai giovani laureati , delle porte chiuse a qualsiasi privatizzazione dell’acquedotto pugliese.  Perchè ammiro il suo coraggio e la sua onestà, e la sua intelligenza.

Vendola si goda la sua meritata vittoria. Ma ora inizia il tempo delle scelte importanti, delle responsabilità gravose, e delle visioni lungimiranti. Nichi Vendola ha ora l’ultima occasione per fare ciò che già da tempo avrebbe dovuto osare: entrare nel Partito Democratico.

E, visto il momento, entrarci non a spada tratta, entrandoci mettendo in chiaro di non volere altro rispetto a ciò che si è conquistato davanti agli occhi dei pugliesi. E con Vendola, entri tutta SEL, che non ha ragion d’essere se non come parte attiva del dibattito interno al Partito Democratico. Sinistra, Ecologia e Libertà sono per forza di cosa parole d’ordine di un Partito che si definisce Democratico: se non lo sono, devono diventarlo, e qualcuno dovrà dare una mano in proposito.

Nichi Vendola deve avere il coraggio (ma ora!) di trovarsi il suo spazio all’interno del Partito Democratico. E deve averlo per i pugliesi, ma anche e soprattutto per i tanti, tantissimi non pugliesi che lo avrebbero votato a spada tratta in qualunque regione si fosse candidato, se non avessero avuto da votare, per amore o per forza, ‘sto benedetto PD.

Io sogno che questa inutile contraddizione venga risolta. Vorrei avere l’occasione di votare un Democratico come Nichi Vendola, un giorno.

Con tutte le forze

Mi associo al coro: se continuiamo ad impegnarci così bene, davvero riusciremo a perderlo, questo benedetto Lazio.

Processo breve:ecco perchè è incostituzionale

[per Giornalettismo, repetita juvant]

Il DDL sul “processo breve” è ormai a bordo della Navetta parlamentare che lo porterà dal Senato alla Camera. In quella sede, apprendiamo, potranno essere limati alcuni dei profili di incostituzionalità che il testo approvato dalla camera alta sembra tuttora presentare.

A che ci stiamo riferendo? Uno dei più importanti vizi di costituzionalità di una legge, elaborato dalla Giurisprudenza della Corte, attiene alla sua “ragionevolezza”. Questo principio, in estrema sintesi, deriva direttamente dall’articolo 3 della nostra Costituzione e stabilisce che a situazioni uguali va riservato uguale trattamento, mentre a situazioni differenti non va riservato uguale trattamento: per dirla con Don Milani, non c’è infatti “maggiore ingiustizia che fare parti eguali fra diseguali”.

E il processo breve, nel testo finora approvato, sembra cadere proprio in questa situazione. Il disegno di legge prevede, come sappiamo, un contingentamento obbligatorio dei tempi processuali, sulla base di tre categorie: reati con pena inferiore ai dieci anni, con pena superiore ai dieci anni, e reati di mafia e terrorismo. Ognuna di queste categorie ha un termine massimo diverso per l’arrivo a sentenza, altrimenti viene immediatamente ghigliottinato.

Il punto è però un altro. L’articolo 9 della legge, la “norma transitoria”, stabilisce che la legge si applica anche ai processi in corso, ma solo se la pena massima è di dieci anni. Ed è proprio questa cosa a non tornare: il legislatore divide i processi in tre “tipi” diversi, ma poi applica una certa disposizione solo ad uno di essi, senza ulteriori giustificazioni. Situazione uguale (un processo in corso), trattamento diverso (applicabilità immediata solo ad alcuni processi): per la Corte, una situazione del genere sarebbe passibile di irragionevolezza.

Per superare questo ostacolo il legislatore della Camera dovrebbe introdurre una qualche giustificazione convincente riguardo questa discriminazione: perché questa legge dovrebbe entrare in vigore subito, ma solo per alcuni processi? La cosa va spiegata perché riesca ad avere senso, ma sarà difficile farlo. E c’è il rischio che questo testo, così maldestramente composto, porti il paese verso un nuovo capitolo dello scontro fra pezzi dello Stato, con la Corte Costituzionale chiamata a fare il suo lavoro su un provvedimento inaccettabile, mentre il Governo che lo ha fortemente voluto la accusa di lavorare per la sovversione delle istituzioni. Uno spettacolo che abbiamo già visto e di cui, personalmente, preferirei fare a meno.

Tana!

Dice, devi scrivere qualcosa su questo casino del processo breve. In effetti non si può non parlarne.

Allora ho aperto il giornale stamattina, e mi è venuta la tristezza leggendo le cronache di quello che è successo ieri al senato, mi è venuto lo sconforto leggendo di giustizia contra personam, di plotoni di esecuzione eccetera.

Con questa morte nel cuore mi sono approcciato a leggere le caratteristiche del testo votato ieri da Palazzo Madama: e, se mi è concesso dirlo, credo di aver trovato qualcosa.

L’articolo 9 della Legge, la Norma di Transito, recita:

il limite temporale di durata interviene per tutti quei processi in corso alla data di entrata in vigore della legge relativa ai reati coperti dall’indulto puniti con pena pecuniara o detentiva inferiore ai 10 anni. In questo caso, il giudice applica la norma e pronuncia il non doversi procedere per estinzione del processo se sono decorsi 2 anni da quando il pm ha avviato l’azione penale e se non è stato definito ancora il primo grado di giudizio.

Così la sintesi di Repubblica, abbastanza fedele al testo che trovate qui.

Il punto che vorrei sottolineare è questo: come sappiamo il DDL impone tre diverse contingentazioni dei tempi processuali. Una per i reati con pene minori ai dieci anni, un’altra per quelli con pene maggiori ai dieci anni, e una terza per reati di particolare gravità, come mafia e terrorismo. Tuttavia, la norma transitoria prevede l’estinzione dei processi, per superamento dei limiti massimi consentiti dalla legge, solo per i reati con pene inferiori ai dieci anni. Ecco la parte ad personam (chi ha un processo di questo tipo? lui), esplicitamente codificata. Come a dire: questi processi funzionano così, questi altri così, questi altri così, ma sopprimiamo solo i primi.

Ma l’incostituzionalità è proprio qui: perchè, scusate? Perchè la norma interviene immediatamente solo su uno dei tre tipi di processo previsti? O tutti, o nessuno. E’ una distinzione ingiustificata e irrazionale, e irrazionale perchè ingiustificata: e se la Corte Costituzionale ci mette le mani sopra, credo, avrà modo di farlo notare. Potevano perderceli, dieci minuti in più, per inventarsi un motivo che giustificasse questo diverso trattamento; che ne so, “maggiore allarme sociale” o idiozie di questo genere. Tanto, porcata più, porcata meno, forse la Corte avrebbe chiuso un occhio: secondo me, messa così, la cosa non potrà passare.

La Corte potrebbe dichiarare l’incostituzionalità dell’articolo 9 perchè irrazionale, eliminando la retroattività del provvedimento, e facendo dunque di una cattiva legge una buona legge – che rimarrebbe senza copertura finanziaria, ma quello è un altro discorso. Oppure potrebbe avventurarsi nel dichiarare l’incostituzionalità del 9 “nella parte in cui non prevede” l’inclusione di tutti gli altri processi, inventandosi una vera e propria amnistia. Sono entrambe strade percorribili, anche se la seconda la vedo improbabile.

Tralascio deliberatamente il ragionare sul fatto che è teoricamente insostenibile, e quindi folle, argomentare che questa legge è “nell’interesse del cittadino” che vuole “certezza della pena” in tempi brevi: infatti per raggiungere questo obiettivo, forse meritevole, si decreta il nulla di fatto di un mare di processi ancora in corso. La contraddizione è lampante.

Consigli spassionati

Secondo me la Bonino dovrebbe rinunciare al posto da capolista in Lombardia. Non perchè non sia lecita la doppia candidatura (Rutelli si candidò a Sindaco e contemporaneamente in Parlamento, per dirne uno), sebbene sia in generale poco elegante un comportamento di questo genere; non perchè io nutra dubbi sull’effettivo interesse della Bonino a lavorare per il Lazio e nel Lazio; non perchè non sia chiaro che la sua è una candidatura di supporto a Marco Cappato, nome probabilmente meno noto e che dunque ha bisogno di una spinta ulteriore: ma per ragioni di pura politica contingente, secondo me dovrebbe rinunciare. Non è il caso di offrire all’avversario un argomento così buono per la campagna elettorale, soprattutto in una competizione che si annuncia complicata: un comportamento, questo, che sta già attirando critiche da possibili alleati, e che contribuirà ad alzare la polemica dei partiti strutturati nei confronti della Bonino – “i soliti radicali, son buoni solo a fare casino”.

In breve: io non mi offendo personalmente se la Bonino si candida anche in Lombardia, ma secondo me non è il caso.

Sempre in chiave strategica mi permetto di dare un’altro consiglio. Impostare una campagna elettorale sfacciatamente mangiapreti sarebbe un errore: ecco, l’ho detto. Nessuno chiede ai Radicali di ammorbidire la propria identità storica, che è riconosciuta e preziosa. Ma di sicuro la Bonino ha qualche proposta, che ne so, da opporre alle iniziative della Polverini sul quoziente familiare per le imposte regionali. Cioè, si dice molto in giro che la storia dei Radicali, le grandi e forti idee che hanno sempre portato avanti, qua non contano e non dovranno essere un problema, perchè si tratta di eleggere un buon governatore per la Regione Lazio, non di abolire il concordato: appunto per questo, chiederei se possibile ad Emma quella concretezza che qui serve come il pane e della quale sono sicuro che lei è capace.  Poi per carità, è praticamente certo che il registro delle coppie omosessuali salterà fuori, e discutiamone pure, e facciamone una seria proposta politica (anche perchè c’è chi fa di più, di diverso e di meglio, senza essere uno del PR, anzi): ma questa regione va vinta. Evitiamo di cazzeggiare sui massimi sistemi, se posso chiederlo.

Irrituale

Sono stanco bollito – il martedì è una giornata pessima – e quindi la faccio molto diretta.

Al di la del contenuto, che è peraltro opinabile, il fatto che il Presidente della Repubblica abbia reso pubblica una corrispondenza privata di natura però politica è fatto abbastanza irrituale. Quando il Capo dello Stato ritiene di dare rilevanza pubblica al suo pensiero si dice che ‘esterna': e il potere di esternazione è materia di acceso dibattito fra i Costituzionalisti.

Intervenire a gamba tesa nel dibattito politico dell’attualità, da parte della massima istituzione dello Stato, è considerato da molti inopportuno e fuori dalle prerogative del Presidente della Repubblica: il Capo dello Stato si deve limitare alle sue strettissime attribuzioni, e deve parlare laddove sia assolutamente necessario. Per lui parlano i suoi atti, più che le sue parole: e questo perchè i suoi atti formali sono sempre controfirmati dai ministri, quindi c’è sempre qualcuno con cui, nel caso, prendersela. La lettera del Capo dello Stato è talmente irrituale che domani qualche deputato potrebbe anche alzare una interrogazione in Parlamento: ma così, per ipotesi.

Se pensate che sia esagerato, guardate che in Germania, tipo, è anche peggio. Notte.

Fascicolo?

[ per Giornalettismo]

“Si allunga il fascicolo su Berlusconi”: così i siti internet di alcune testate nazionali riportano la notizia secondo la quale il Consiglio Superiore della Magistratura avrebbe acquisito agli atti la rassegna stampa di oggi, in cui è riportata l’ardita equiparazione pronunciata proprio ieri dal Premier. “L’aggressione di certi pubblici ministeri”aveva detto Berlusconi ”è peggio di quella di Tartaglia in piazza del Duomo”. Apprendiamo, dunque, che esisterebbe, presso Palazzo dei Marescialli, un “fascicolo Berlusconi”, in cui sarebbero raccolti oltre alle dichiarazioni di ieri altri interventi ingiuriosi contro la magistratura, risalenti a settembre e ottobre. Il CSM si riserva ora di inviare l’intera documentazione alla plenaria “per un giudizio complessivo”. Capito tutto? Dieci punti a chi trova l’errore.

Va bene, ve lo dico io: che titolo ha il Consiglio Superiore della Magistratura, l’organo di autogoverno del potere Giudiziario, per acquisire degli atti che formano un fascicolo a carico di terzi? Nessuno. Le attribuzioni del CSM sono costituzionalmente precisate: esso, secondo la lettera dell’articolo 105 della Costituzione, si occupa delle “assunzioni, assegnazioni e trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati”. A queste strette attribuzioni, il CSM nel corso della sua storia ha aggiunto altre competenze, quali le famose “pratiche a tutela”, mediante le quali appunto il Consiglio interviene “a tutela della indipendenza e del prestigio della magistratura e dei magistrati oggetto di denigrazione”, affermando “la necessità politica e sociale che la critica[…]non sia denigrazione ed intimidazione dei giudici”: così ricorda una risoluzione del Consiglio riguardo proprio l’istituto della pratica a tutela.

Il problema è che questo potere il CSM se lo è auto-attribuito, non essendogli assegnato da nessuna fonte: in Costituzione, dove dovremmo rintracciarlo, non si trova. E sebbene, stiracchiando un po’ la nozione di “autotutela”, lo si potrebbe anche ritenere accettabile, tuttavia esso rimane lettera morta, non avendo il Consiglio nessun reale metodo per far seguire, eventualmente, i fatti alle parole. Ed è così che il CSM finisce per essere inevitabilmente esposto ad accuse di “politicizzazione”, siccome è concretamente in grado di alzare un putiferio a suo piacimento se ravvisa, in modo del tutto a-giuridico (non c’è nessuna legge a regolare questo procedimento), un qualsiasi attacco alla magistratura, senza poi poter neanche emettere una precisa sentenza a carico di chicchessia.

Sia ben chiaro: i continui attacchi del Presidente del Consiglio all’indipendenza dei magistrati sono irrituali e pericolosi per il corretto funzionamento del sistema costituzionale. Ma il CSM deve rimanere vincolato ai suoi compiti, che sono essenzialmente amministrativi, non giurisdizionali e meno che mai politici: come tempo fa ricordava Bruno Tinti, che non è propriamente un deputato del PDL, per capirci, “non c’è dubbio che il prendere posizione in contrasti tra uffici giudiziari o singoli magistrati e questo o quel partito o uomo politico comporti scelte che sono o possono essere interpretate come politiche. Il che, per la giustizia è una cosa terribile”.

Non dovrebbe provvedere il CSM alla difesa “politica” della Magistratura, perché non è quello il suo compito: il CSM è un’istituzione, e come tale è vincolata alle sue attribuzioni. Se lo fa, scende in campo e diventa parte della perversa e surreale guerra di una parte dello Stato contro un’altra. Dovrebbe essere un’altra entità a difendere la magistratura da attacchi delegittimanti: parlo dell’ANM, che è un sindacato e dunque ha titolo per rispondere politicamente. Dovrebbe farlo l’ANM, se funzionasse, se non fosse divorata dai giochi interni delle correnti politiche; dovrebbe, e non lo fa, perché non funziona. Ma questa è un’altra storia.

C’è maretta

In casa PDL, il consenso sul nome di Renata Polverini non è unanime ed entusiasta come si potrebbe pensare.


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