Archivio per dicembre 2009

Brum bruuuummm

Rifletto molto sulla questione del Gran Premio a Roma.

Da una parte, mi viene da picchiare qualcuno quando sento sostenere che questa città abbia bisogno di sventrare l’area verde di Viale delle Tre Fontane per attirare (altro) turismo. Mi sembra una vera pecionata – a Roma, si dice così – messa su col tono cialtrone di chi vuole i parcheggi del Raccordo pieni di pullman di comitive dal fare un po’ yankee, desiderose di ordinare una caprese a sette euro nei bar di via del Corso, di farsi un giro al Time Elevator (ma non ai Fori Imperiali, venti passi più in la) e di vedere le macchinine che sfrecciano “sotto san Pietro” (innegabilmente dall’altra parte della Città).
E dire che Roma ha il primato mondiale di beni protetti dall’Unesco, e ha una qualità della vita stupefacente, nonostante tutti i problemi di cui soffre: e per fare di questa città un posto migliore per turisti e cittadini basterebbe un trasporto pubblico che sia, bo, almeno simile a quello di qualsiasi altra città del primo mondo, o almeno allineato a quello di Milano e Napoli; basterebbe aprire, come in qualsiasi altra capitale europea, almeno cinque Ostelli della Gioventù – e non stare a guardare il lento e ormai inesorabile crollo dell’unica struttura attualmente esistente, peraltro da tempo in pessimo stato.
Basterebbe avere un orizzonte politico chiaro, netto e di buon senso, perchè a Roma da qualunque parte ti giri c’è una chiesa, un palazzo, una colonna, un sercio sbeccato di qualche genere che puoi rivendere ai turisti crucchi come “la-grande-testimonianza-del-nostro-passato“: e io non accetto che gli scavi ad Ostia Antica vengano pagati dalle università inglesi. Io non accetto di dover comprare i documentari sull’Impero Romano dal National Geographic. Le nostre tre università, le loro facoltà umanistiche, dovrebbero passare ogni momento della loro vita a produrre contenuti e approfondimenti su questa città: Roma suda Storia. Noi accoppavamo Giulio Cesare mentre gli altri cacciavano scoiattoli, per Diana.

E’ quindi una questione di principio. Il Gran Premio, perchè no? Perchè no, maddechè: Roma ha altre risorse da mettere in campo, altre forze, ben altre virtù.

Però, come tutte le questioni di principio, la mia è ideologica, e può essere superata se i fatti sono abbastanza convincenti.
Ad esempio. Si dice che la realizzazione del Gran Premio porterà indotto, posti di lavoro e ricchezza. Sulla base di quali previsioni sono stati fatti questi calcoli? Chi lo dice? Per ora, a me risulta che il solo a dirlo sia l’ente che vuole costruire il circuito: e l’oste ha le idee molto chiare sul suo vino, si sa.
Dal punto di vista urbanistico e della mobilità, poi, a me pare evidente che chiunque sostenga che questo progetto non avrà impatto sul traffico sia un pazzo, o comunque qualcuno che non si è mai trovato sulla Colombo nell’ora di punta. Devo dirlo, io vivo all’estremo opposto della città, ma la situazione l’ho ben presente: via delle Tre Fontane taglia la Colombo all’imbocco dell’Eur, chiudendo di fatto l’accesso al quartiere. Accesso che è necessario per arrivare a prendere la Pontina o per andare ad Ostia, o (più rilevante) per arrivare alla Roma Fiumicino dal viadotto della Magliana. Certo, ci sono altre strade – ci sono sempre – ma questa via è bloccata: e non c’è altro modo per arrivare all’EUR, se non la Colombo. Se la blocchi, devi fare il giro da dietro, o Laurentina-Oceano Atlantico, o Via Oceano Pacifico verso l’Ostiense: in entrambi i casi, il disagio c’è.
E la caciara totale che si verificherà nei giorni di Gran Premio? Ci affidiamo al (fare click su “leggi) “sistema di navette a impatto zero che collegherà i parcheggi in aree provvisorie adiacenti al GRA”? Per chi conosce lo stato del traffico di Roma, pensare a navette-pullman bloccate in zona Eur significa immaginare il dipinto dei più profondi e dolorosi gironi infernali.
Mi sembra poi importante sottolineare l’impatto ambientale di questo progetto. Nonostante il Duce, l’EUR è una delle zone più belle di Roma: penso che potremmo evitare lo sventro dei parchi di Via delle Tre Fontane perchè dobbiamo far andare le monoposto a quattro e cinquanta l’ora.

In sintesi, quest’opera viene presentata come taumaturgica e salvifica, l’intervento che rilancerà Roma verso i nuovi orizzonti del turismo internazionale. A me sembra superflua, inutile se non probabilmente dannosa: in sintesi, una gran vaccata. Ma sono disposto ad essere convinto del contrario; certo, finora gli argomenti sono scarsini.

Ti piace perdere tutto?

Il centrodestra laziale ha rotto gli indugi, annunciando che Renata Polverini correrà per la Regione nel 2010.
Si tratta, come avevamo già sottolineato, di una candidatura forte e autorevole, dunque pericolosa per il centrosinistra.

Renata Polverini non è direttamente identificabile con “la destra”, almeno non in modo automatico; è donna e sindacalista, si è fatta apprezzare e conoscere nelle sue frequenti ospitate a Ballarò – ma è solo un esempio, e in breve, è un avversario che si annuncia ostico, capace di attirare consensi anche al di la del tradizionale centrodestra, drenando voti dalla sinistra (e non per forza solo dalla sinistra moderata). Renata Polverini può piacere, e forse già piace.

Il quadro non è rassicurante, soprattutto tenendo presente la linea piatta nell’elettroencefalogramma della sinistra laziale. Voci insistenti raccontano di un pressing indefesso sul presidente della provincia di Roma, Nicola Zingaretti, combattuto fra il mandare al diavolo tutti coloro che bussano alla sua porta, chiedendogli di mollare quel che ha conquistato, e la tentazione di rimettersi in gioco.

Resta da capire se, anche accettando la sfida, Zingaretti abbia possibilità di vincerla. La risposta, per parte mia, è: non per forza, e non sicuramente. La Polverini è un buon candidato e ha qualche valore aggiunto spendibile, che Zingaretti non ha. Ma più di tutto, chi potrebbe rimproverare alla destra una campagna elettorale che sottolineasse a tamburo battente come il centrosinistra viva le istituzioni a mo’ di asilo privato, un parco giochi in cui si inseriscono caselle che, al momento del bisogno, possono venir spostate ad altra destinazione?

Zingaretti ha i voti sul suo nome e sulla sua persona per governare la Provincia di Roma, con una maggioranza che lo sostiene personalmente. Con quale scusa mollare tutto e ripartire da zero?

Io ricordo bene la campagna elettorale per Zingaretti Presidente. Ricordo che era Europarlamentare, e disse una cosa tipo “mi trovavo bene, ma quando la squadra chiama, io rispondo”: neanche un anno dopo, risiamo da capo. Evidentemente nel Lazio non c’è una classe dirigente politica in grado di raccogliere questa sfida con un nome nuovo. Evidentemente si ritiene corretta, e vendibile con successo agli occhi dell’elettorato – magari giustificandosi con un “e che altro dovevamo fare?” – la riproposizione a brevissimo intervallo dello stesso candidato per un altro incarico.

Con il rischio, peraltro (dopo la vicenda Marrazzo), che vada a perdere. E sai che risate. Anche perchè per vincere probabilmente servirà l’UDC: la quale, davanti all’alternativa fra un centrosinistra che schiera un candidato riciclato, e un centrodestra che presenta un nome credibile e con buone possibilità di vincere, non avrà difficoltà a fare la sua scelta.

E con il rischio, aggiunto, conseguente alla liberazione della casella della Provincia: e chi ha intenzione di candidare il Centrosinistra alla Provincia? A questo si è pensato, si sta pensando? Come si spera di convincere l’elettorato a votare un secondo presidente di Provincia di centrosinistra, quando il precedente si è appena dimesso per ambire ad altro incarico? Che figura ci fa, la sinistra romana, in tutto questo? Con quale faccia va in giro a chiedere i voti?

Tralasciando l’argomento, forse demodè, che Zingaretti stava facendo molto bene alla Provincia, e chissà, magari a qualcuno avrebbe fatto piacere che continuasse così. A me, per dirne uno.

Abuso porta abuso

In Italia di Internet si abusa. E se ne abusa per due motivi: perchè non si sa come funziona, e perchè c’è una cultura del diritto da paese del terzo mondo.

Il primo dei due motivi è stato sufficientemente analizzato nelle pagine dei giornali e sui blog, in questi giorni: parlare di lotta contro l’anonimato su Internet è un’idiozia. Su Internet non c’è niente di anonimo, ma non da oggi, non da ieri, da sempre, dal Trumpet Winsock in poi. L’IP dell’utente è sempre rintracciabile, ed è rintracciabile con modi molto facili e veloci: il che porta all’identificazione del computer da cui si opera, con restringimento delle ipotesi di colpevolezza, al massimo, al nucleo familiare. Si ricordino le lotte storiche di Colombo-BT contro la cancellazione, gli spostamenti di server in Repubblica Ceca o in altri paradisi ritenuti sicuri (misure inutili, ti sgamano comunque): noi, sul P2P, sull’anonimato in Internet e sul caso Napster ci facevamo i corsi alle autogestioni scolastiche, cinque anni fa. E valga come esempio la considerazione di buon senso per cui, se qualcuno dei presenti intendesse darsi alla ricettazione monetaria, certo non procederebbe mediante carta di credito. Sarà assurdo, ma la concretezza fisica dei beni riesce ancora ad essere occultata; la virtualità irreale della telematica è sempre stata certa, rintracciabile, palese.

E’ probabilmente non conoscendo tutto questo che ci si ritiene sicuri nel darsi alla pazza gioia su Internet, improvvisandosi shouters di qualsiasi opinione, anche della più becera, convinti di avere sempre a disposizione un martello in un negozio di cristalleria privato e buio, di cui nessuno ha mai saputo niente e di cui niente mai si saprà. Si dice, sempre in questi giorni, che le regole per reprimere gli abusi già ci sono, ed è molto vero. Solo che la maggioranza degli utenti a malapena sa come funziona il mezzo, figurarsi se tiene in un qualche conto gli strumenti di controllo: un comportamento dilettantistico da ladro che non bada al circuito chiuso mentre rapina bellamente una banca.

Epperò il punto non è mai la repressione. Il punto non può essere l’aspettare che la violenza della legge e della repressione armata limitino uno spazio di libertà altrimenti ineguagliabile. E’ vero sempre, e stavolta è forse più evidente che in altri casi, che non appariamo certo in grado di gestirci le nostre libertà se, appena la maestra esce dalla classe, ci mettiamo tutti a scrivere sui muri. Io non ho bisogno che una legge mi dica di non uccidere per non farlo. Perchè non è che, automaticamente, tutto ciò che non mi è vietato, allora mi è permesso: questa è una concezione del diritto anglosassone che, nel loro sistema giuridico, finisce per essere vera (e comunque non sempre) a condizioni diverse dalle nostre – ovvero: si, si, fai pure, ma poi andiamo dal giudice, e se hai sgarrato paghi.

L’unica strada sta nella auto-responsabilizzazione degli utenti del web, che passa necessariamente da quel minimo di educazione tecnologica al mezzo necessaria per usarlo. Abbiamo davvero bisogno di abusarne, tanto da costringere chi di Internet non ha mai capito niente ad emanare strumenti repressivi? E smettiamola, no?
E dico, non volendo innalzarmi a niente, che questa è la strada che questo blog ha provato a prendere fin dall’inizio. Su questo blog c’è la firma in alto a destra, e il tenutario cerca di mettere in evidenza quelli che sono fatti per i fatti che sono, e quelle che sono opinioni cercando evidenziatori i più brillanti possibili per sottolineare l’incertezza e l’opinabilità dei passi in questione. Perchè non c’è modo, sulla rete, di nascondere niente, e quindi è meglio non avere niente da nascondere.

E perchè invocare uno spazio di libertà senza prendersi la conseguente responsabilità, e per cui presumere, sotto sotto, che Internet debba essere (rimanere?) l’isola di Tortuga dove non c’è legge, non porterà, secondo me, da nessuna parte e, di più, non sarebbe giusto.

Pernacchia 07 / Corti Politicizzate

Avevo chiesto a Marcolino questo contributo giorni fa, quando il Premier, in visita a Bonn, aveva parlato della Corte Costituzionale come organo politico (ne avevamo parlato anche su queste pagine). Certo, sono successe tante altre cose nel frattempo (e dire che di tempo ne è passato anche poco), ma il pezzo è comunque convincente, godibile e utile. Veramente raccomandato, con un occhio volto al futuro tristemente non troppo remoto. A voi.

Quando Berlusconi ha detto che la Corte Costituzionale è un organo “che fa politica” o che è “politico” – il che per lui è uguale ma in verità sono due mondi opposti, come vedremo – non ha detto niente di nuovo sul fronte occidentale. Sì, proprio sul fronte occidentale, perché quando nel 1921 Edouard Lambert, francesissimo illuminista-populista, metteva sotto accusa il lavoro della Corte Suprema americana, che stava pian piano sostituendosi – secondo lui – al lavoro politico mediante le proprie sentenze, non faceva altro che ribadire, con classe ed eleganza, ciò che, con baldanza e pericolosa demagogia, dice Berlusconi.

Continua a leggere ‘Pernacchia 07 / Corti Politicizzate’

Il clima d’odio

Che cosa vuol dire “odiare” Berlusconi?

Dire che governa male vuol dire odiarlo? Non votarlo vuol dire odiarlo? Incoraggiare altri a non votare per lui, vuol dire odiarlo?

Interrogarlo sul suo passato, ancora oscuro? Chiedergli, come faceva Luttazzi, “dove ha preso i soldi”, vuol dire automaticamente odiarlo? Interrogarlo sui suoi rapporti con situazioni poco lecite, vuol dire odiarlo?

Prenderlo in giro, farne parodia, vuol dire odiarlo? Analizzare l’azione politica quotidiana, vedendo di volta in volta se c’è la fregatura, vuol dire odiarlo?

Chiedo tutto questo perchè queste sono le cose che, chi non vota Berlusconi, abitualmente fa. Personalmente ne faccio anche io alcune, senza per questo odiare Berlusconi.

L’odio è un sentimento ben preciso: è il contrario dell’amore. E’ la repulsione totale che si prova verso un soggetto, è l’emozione più vicina al diavolo. Io non odio Berlusconi: spero di non far torto a nessuno se dico che sono spesso contrario a quel che Berlusconi fa, ma per me la questione si ferma qui. Anzi, preferirei saperne il meno possibile, di uno come Berlusconi: non sono granchè interessato alla sua vita, poichè, visto lo stile dell’uomo, non ci troverei molto in comune con la mia.

Eppure, la mia banale contrarietà politica verso una personalità pubblica – qualcosa che non ha nulla di clamoroso – si trova a dover diventare la contrarietà ad una carica istituzionale che ha più volte dimostrato scarsa cultura democratica, fino ad arrivare a costituire un pericolo per le stesse istituzioni che rappresenta, mentre forzava la mano in situazioni più che delicate. E’ la contrarietà verso chi è sceso nell’agone della vita pubblica essendo, intanto, a capo di un grande gruppo mediatico-editoriale, costruito in circostanze non ancora chiarite e piu volte favorito, direttamente e indirettamente. E’ la contrarietà verso un’azione di governo di cui, purtroppo o per fortuna, condivido molto poco, perchè spesso si dimostra poco interessata a costruire un paese solidale, aperto, in cui chi non ce la fa da solo ha la possibilità di venir aiutato.

Essere contrari a quel che Berlusconi fa non vuol dire odiarlo. Ma questa – banale – contrarietà si riempie spesso di contenuti ‘radicali’ e di tinte forse più forti del normale: ciò, però, succede perchè la situazione-Berlusconi è radicale e inaccettabile. Volendo capirci: anche se sei una persona normale e non un terrorista eversore dei CPAC, dopo due settimane di Berlusconi ti può venire di mandarlo a quel paese. Ti possono scappare di bocca le parole ‘eversore’ o ‘fascista’, o altre amenità. Ti può venire da pensare che governi solo per gli affari suoi. E, comunque, puoi continuare a non odiarlo.

E’ uno degli inconvenienti del modo plebiscitario e massificante di fare politica, per cui tutti quelli ‘buoni’ stanno con te, e tutti quelli ‘cattivi’ ti odiano. E però non sto dicendo che le manifestazioni di dissenso eccessivo Berlusconi se le merita; non lo sto dicendo perchè sennò si arriva, appunto, a giustificare anche la violenza fisica. Mi fermo al dato di fatto: sto dicendo che, queste manifestazioni, Berlusconi le provoca: in senso stretto, “provocare qualcosa”, e in senso lato, “provocare qualcuno”. Ovvio che poi – lo voglio ripetere a costo di annoiare – ‘chi mena va sempre dalla parte del torto’. Me lo diceva mia nonna, e non è che è diventato meno vero. La violenza è proibita sempre, anche quando – e non è questo il caso – sei giuridicamente nel giusto (“esercizio arbitrario delle proprie ragioni”), per la sicurezza di tutti.

Questa lunghissima premessa era per far capire come “parole d’odio” possano essere saltate fuori anche davanti alla tavola della famiglia Tartaglia, pur se essa continua ad essere una semplice casa come tante altre, e non una cellula armata dell’antiberlusconismo militante, e che – pare – non ha altra colpa se non quella di “votare PD”.

In quella casa vive però una persona con ritardo mentale.

Ora, se io ho qualche esperienza di persone con ritardo mentale, e qualcosina posso dire di saperla, sottolineerei che, se queste persone mancano di qualcosa, questa cosa è la sovrastruttura, soprattutto sociale: quel che si dovrebbe chiamare ‘il Super-Ego’, il blocco razionale e sociale alle azioni istintive.

Non sono un neuropsichiatra, non so di cosa soffrisse Massimo Tartaglia, e non so se ciò che sto per dire vale sempre: ma una persona con problemi mentali non bada alla “convenienza sociale” di ciò che sta per fare. Uno dei miei Esploratori, cervello distrutto dalla meningite quando era piccolo, se tu gli dici di “rubare il fazzolettone”, ruberà il fazzolettone e dovrai rincorrerlo per tutto il parco mentre scappa lontano (“rubare”). Altro ragazzo, Sindrome Down, a tavola, se gli viene di fare un rutto, rutta. Sono persone che non hanno il filtro dell’opportunità: è per questo che non saranno mai autonome e dovranno sempre essere aiutate. Spesso non sono in grado di rendersi conto se una certa azione si possa fare in quel momento o in quel luogo, oppure no.

Massimo Tartaglia avrà sentito in casa qualche commento ai telegiornali. Qualche commento forse troppo caustico, come solo la situazione italiana ne sa creare. Avrà sentito qualche reazione ad un episodio, uno dei tanti di cui le cronache restituiscono memoria. E’ uscito di casa, ha preso un pezzo di plexiglass, ha comprato un souvenir di ferro e ha agito. Agli inquirenti ha detto che lo ha fatto perchè ‘odia Berlusconi’.

Se io fossi un cantautore folk, questa storia non la lascerei scappare.

E’ lui o non è lui

Massimo Tartaglia è un assessore di un piccolo comune del sud-milanese, eletto in una lista civica – mi pare – di centrosinistra.

Secondo voi si somigliano? No, perchè se è lui, scoppia il pandemonio. Assassini comunisti nascosti nelle nostre amministrazioni locali, peraltro padane: il pandemonio, davvero.

Edit: non è lui, non è lui. E’ un caso di omonimia.

Non può andare bene

Ci siamo tutti, vero, sul fatto che questa non sia stata una buona idea?
Leggo su Twitter cose tipo “tutti vorremmo dare un cazzotto in faccia a Berlusconi”. Può essere, ma qui la corda è troppo tesa per potersi permettere di avere brillanti pensate.

Dev’essere stato liberatorio. Ma è nato un martire.

Pentìti

Quale è la differenza fra Gaspare Spatuzza e Filippo Graviano?
Che il primo si è pentito, il secondo no. Il primo parla – a sentire quel che dice – come conseguenza di un percorso di riflessione religiosa su se stesso che l’ha portato a rinnegare il suo passato. Il secondo parla solo perchè interrogato. Il primo parla per redenzione personale, il secondo non ha nessun interesse a parlare e dire il vero. Se si sostiene che le parole di Spatuzza sono carta straccia – e può essere vero, quelle di Graviano sono da macero.

Spatuzza non è certo un fiorellino di campo, e non è che le sue parole sono vere a prescindere sol perchè si è pentito – perchè, ripeto, è quel che dice lui, che si è pentito. Ma di sicuro Graviano entra nell’aula di tribunale da mafioso, e va trattato per quel che è: un mafioso. “Nei processi di mafia, di solito, non si citano neppure le fonti dei collaboratori, ‘se si tratta di affiliati non pentiti’, perchè – dice la giurispudenza – non potrebbero che negare”: così il pezzo di La Licata oggi su La Stampa, molto preciso.

Però se Spatuzza sostiene “che Graviano ha detto”, e Graviano smentisce di aver detto perchè “non conosce”, in ogni caso il discorso si arena.

Non sono uno di quelli che hanno bisogno di sorridere pensando che Dell’Utri e Berlusconi sono mafiosi, e che quindi va tutto bene e il proprio mondo mentale sta in piedi sicuro, perchè sennò non riuscirebbero ad addormentarsi la notte. Sto ai dati.

La realtà è che la Procura di Palermo ci fa una bruttissima figura. Il procuratore generale (è del tutto evidente se si ascoltano i suoi interrogatori) non appare in grado di vincere questa partita. Il giudice lo soccorre spesso, riformula le sue domande, ma non è una cosa che potrà ripetersi all’infinito – perchè la Corte, come è normale, dopo un po’ ti molla. La pubblica accusa si è scavata la fossa con le mani sue, portando a testimoniare in aula un pentito che ha tirato fuori accuse molto grosse ma non circostanziate, racconti per sentito dire non verificabili, andati giù davanti alla parola di un mafioso non pentito che non dice tutto e che, per parlare, forse, aspetta che gli si offra qualcosa in cambio. La Procura ha commesso un errore tattico: ha fatto parlare il ‘quadro intermedio ‘ ben sapendo che ‘il dirigente’ avrebbe, all’occorrenza, negato. E, in questo modo, la testimonianza di Spatuzza, forse preziosa, ora è bruciata. Un comportamento dilettantistico che è un peccato osservare proprio in un aula di tribunale: tu devi essere pronto a provare che le dichiarazioni – se vaghe – del tuo teste chiave sono vere, rilevanti e risolutive. Sennò, è un boomerang.

Speriamo che le testimonianze di questo processo, carta straccia usata male da un punto di vista giuridico (a meno che la Corte decida di tenere Spatuzza e mollare Graviano: ma io dico che è improbabile, siamo in appello e qui si fa sul serio), servano agli storici per ricostruire un quadro più chiaro e più vero dell’Italia fra gli anni ’70 e ’80. Perchè c’è una verità storica che corre accanto alla verità giuridica che questo processo produrrà. Ce n’è sempre una, accanto ad ogni processo.


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