Improvvisarsi critici musicali nell’ambito di un discorso più ampio

La prima volta che sentii Storia di un Impiegato avevo 17-18 anni, quelle età li insomma, quelle giuste. Ero in campagna, davanti al camino e mio padre lo mise nello stereo. E, ascoltando, giù a spiegare i tanti perchè del disco, a raccontare che De André aveva praticamente anticipato le Brigate Rosse e il terrorismo politico con quelle canzoni, e quindi che da alcuni ne era considerato addirittura l’ispiratore.
Per me De André viene dunque dopo Guccini: ma solo cronologicamente, s’intende.  Sono poeti diversi, con molti punti in comune ma declinati in maniere molto differenti, il primo molto più profondo, incantato e abissale, il secondo molto più prorompente, didattico e semplice, sebbene sempre ardito.
Fatto sta che il giorno dopo, tornati a Roma e rientrato a scuola, proprio in quel periodo in autogestione, mi presentai alla lezione autorganizzata su “Cantautori impegnati in politica”, che era tenuta da un tale, di cui neanche ricordo il nome – Giulio, tipo, con cui poco prima dell’inizio della stessa avevamo discusso appunto di De André e di Storia di Un Impiegato. Alla fine degli appunti che si era preparato mi invitò al microfono a spiegare i significati profondi di quel disco, e io ripetei a pappagallo quello che avevo sentito da mio padre la sera prima. Posto giusto, momento giusto.

Ieri sera, da Fazio, c’era Cristiano che presentava il tour del suo nuovo disco, “De Andrè canta de André”. Stavo mangiando, non l’ho visto, dunque, ma solo sentito, come alla radio. E innanzitutto c’è da dire che la voce è davvero molto simile; se non sai che non è Fabrizio a cantare, e se non sei molto esperto della cosa, ci puoi anche cascare.
Cristiano, nel disco, canta le canzoni del padre. E io apprezzo molto.

Perché se sei il figlio di Fabrizio de André, hai fatto il conservatorio, suonavi con tuo padre mentre sua moglie cantava; e se poi tuo padre, un mostro sacro assoluto – ma di più – muore, pianto da tutti quelli che avevano trovato un pezzo di vita nelle sue canzoni, e se tu vuoi continuare a fare musica per mestiere, hai due strade davanti, secondo me. Puoi o andare in giro dicendo “Salve, sono il figlio di De André, però io faccio musica molto diversa da mio padre, tutta un altra cosa” – ma, secondo me, non sei credibile; oppure puoi prendere in mano la situazione e dire “Mio padre ha fatto musica talmente tanto grande, che non sarebbe credibile e non sarebbe possibile fare qualcosa di diverso: quindi, mi piacerebbe farvi sentire chi era lui”.

E, siccome un ragazzo (un paese? un mondo?) senza quelle canzoni è un ragazzo peggiore, peggiore di quello che potrebbe diventare anche solo sentendo una volta Smisurata Preghiera, per questo fra uno che per fare altro è costretto a fingere di non essere il figlio di De André, e uno che non finge di non essere il figlio di de André per fare altro, apprezzo molto di più il secondo.

Poi certo, è ovvio che è come voler scalare l’Everest con l’Eastpack e la borraccia mezza vuota. Intendendo con questo dire che, al di la dei concerti che Cristiano ha portato in giro per l’Italia, trovo la tracklist del disco povera e molto prudente. Tutte canzoni assolutamente degne, che scherziamo, ma innanzitutto decontestualizzate: Fiume Sand Creek e Quello che non ho, senza spiegare la genesi de L’indiano (lui rapito sul Supramonte, gli indiani come i sardi, popoli fieri e rispettosi della natura, che la gente moderna non capisce e non capirà mai), sono “solo” belle canzoni. Allo stesso modo Verranno a chiederti del nostro amore, senza sapere chi era l’impiegato frustrato che si immagina bombarolo per sfuggire alla mediocrità della vita borghese e del suo amore banale, è “solo” una canzone d’amore. Cantare Smisurata Preghiera senza dire che Fabrizio ha praticamente previsto la propria morte, scrivendo nell’ultima canzone dell’ultimo disco il suo testamento artistico, umano e spirituale, è prima di tutto un peccato.
Mi rendo conto che non ce se la sia sentita, inoltre, di affrontare la sfida di riproporre quei percorsi musicali fra i più profetici e spirituali mai scritti (La Buona Novella) o quei beffardi ragionamenti sulla vita narrati da chi di vita non ne ha più (Non al denaro, non all’amore, ne al cielo), ne quelle concrete e terrene urla di insoddisfazione per la vita del mondo reale, Storia di un Impiegato, ovviamente.

Sono però discorsi da falsi puristi, come lo è anche l’affermare che l’ arrangiamento radio-orecchiabile di Fiume Sand Creek sia del tutto fuori tema e quindi poco rispettoso dell’intenzione originaria e probabilmente superfluo. E sono idiozie, perchè quando i mezzi sono accettabili, il fine li giustifica. Se qualche pischello alla ricerca di senso sentirà per caso alla radio questi testi e queste musiche, e se a uno di questi su quindici milioni verrà la vocazione di documentarsi, di capire meglio chi era e che cosa ha scritto Fabrizio de André, sarà tanto di guadagnato per tutti.

3 Responses to “Improvvisarsi critici musicali nell’ambito di un discorso più ampio”


  1. 1 serhunt 30 novembre 2009 alle 6:44 pm

    « L’ultima canzone dell’album è una specie di riassunto dell’album stesso: [...]
    La preghiera, l’invocazione, si chiama “smisurata” proprio perché fuori misura e quindi probabilmente non sarà ascoltata da nessuno, ma noi ci proviamo lo stesso. »
    Faber

  2. 2 Pernacchia 30 novembre 2009 alle 7:03 pm

    per me De Andè sta a guccini come Marx sta a Berlinguer. e qui lascio trarre qualsiasi conclusione. Tanto l’outing l’ho fatto qualche pagina fa. Vorrei solo aggiungere una valutazione su Cristiano rispetto a fabrizio. A mio modesto parere con un padre così io non avrei fatto nemmeno il vicino di casa, pur di non sfigurare. Scherzo. de andrè era uno stronzo perfido di prima natura, questo stando al suo più grande studioso, e personalità che se non si conosce non si può dire di conoscere De Andrè, vale a dire: Paolo Villaggio. Comunque dicevo di Cristiano. Stando alle parole del padre egli è un ottimo mucisista, tutto qui. Poi certo hai quel tesoro lì e che ci fai? Sfrutti. Comunque se potessi dirgli qualche cosa gli direi ciò che disse il padre in una sua famosissima intervista. alla domanda così formulata (credo di Mollica): “Fabrizio perchè ti sei comprato una fattoria im Sardegna?”. Il padre risponde: “non voglio lasciare ai miei figli i diritti di delle mie canzoni, a te dò Il testamento di Tito, a te dò Creuza de ma. Devono campare zappando la terra!”. A cristiano quindi dico: rivatti a rivedere il testamento che forse non ti è chiaro qialche cosa.


  1. 1 Improvvisarsi critici cinematografici a priori « D-Avanti Trackback su 3 aprile 2011 alle 10:45 am

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