Archivio per novembre 2009

Improvvisarsi critici musicali nell’ambito di un discorso più ampio

La prima volta che sentii Storia di un Impiegato avevo 17-18 anni, quelle età li insomma, quelle giuste. Ero in campagna, davanti al camino e mio padre lo mise nello stereo. E, ascoltando, giù a spiegare i tanti perchè del disco, a raccontare che De André aveva praticamente anticipato le Brigate Rosse e il terrorismo politico con quelle canzoni, e quindi che da alcuni ne era considerato addirittura l’ispiratore.
Per me De André viene dunque dopo Guccini: ma solo cronologicamente, s’intende.  Sono poeti diversi, con molti punti in comune ma declinati in maniere molto differenti, il primo molto più profondo, incantato e abissale, il secondo molto più prorompente, didattico e semplice, sebbene sempre ardito.
Fatto sta che il giorno dopo, tornati a Roma e rientrato a scuola, proprio in quel periodo in autogestione, mi presentai alla lezione autorganizzata su “Cantautori impegnati in politica”, che era tenuta da un tale, di cui neanche ricordo il nome – Giulio, tipo, con cui poco prima dell’inizio della stessa avevamo discusso appunto di De André e di Storia di Un Impiegato. Alla fine degli appunti che si era preparato mi invitò al microfono a spiegare i significati profondi di quel disco, e io ripetei a pappagallo quello che avevo sentito da mio padre la sera prima. Posto giusto, momento giusto.

Ieri sera, da Fazio, c’era Cristiano che presentava il tour del suo nuovo disco, “De Andrè canta de André”. Stavo mangiando, non l’ho visto, dunque, ma solo sentito, come alla radio. E innanzitutto c’è da dire che la voce è davvero molto simile; se non sai che non è Fabrizio a cantare, e se non sei molto esperto della cosa, ci puoi anche cascare.
Cristiano, nel disco, canta le canzoni del padre. E io apprezzo molto.

Perché se sei il figlio di Fabrizio de André, hai fatto il conservatorio, suonavi con tuo padre mentre sua moglie cantava; e se poi tuo padre, un mostro sacro assoluto – ma di più – muore, pianto da tutti quelli che avevano trovato un pezzo di vita nelle sue canzoni, e se tu vuoi continuare a fare musica per mestiere, hai due strade davanti, secondo me. Puoi o andare in giro dicendo “Salve, sono il figlio di De André, però io faccio musica molto diversa da mio padre, tutta un altra cosa” – ma, secondo me, non sei credibile; oppure puoi prendere in mano la situazione e dire “Mio padre ha fatto musica talmente tanto grande, che non sarebbe credibile e non sarebbe possibile fare qualcosa di diverso: quindi, mi piacerebbe farvi sentire chi era lui”.

E, siccome un ragazzo (un paese? un mondo?) senza quelle canzoni è un ragazzo peggiore, peggiore di quello che potrebbe diventare anche solo sentendo una volta Smisurata Preghiera, per questo fra uno che per fare altro è costretto a fingere di non essere il figlio di De André, e uno che non finge di non essere il figlio di de André per fare altro, apprezzo molto di più il secondo.

Poi certo, è ovvio che è come voler scalare l’Everest con l’Eastpack e la borraccia mezza vuota. Intendendo con questo dire che, al di la dei concerti che Cristiano ha portato in giro per l’Italia, trovo la tracklist del disco povera e molto prudente. Tutte canzoni assolutamente degne, che scherziamo, ma innanzitutto decontestualizzate: Fiume Sand Creek e Quello che non ho, senza spiegare la genesi de L’indiano (lui rapito sul Supramonte, gli indiani come i sardi, popoli fieri e rispettosi della natura, che la gente moderna non capisce e non capirà mai), sono “solo” belle canzoni. Allo stesso modo Verranno a chiederti del nostro amore, senza sapere chi era l’impiegato frustrato che si immagina bombarolo per sfuggire alla mediocrità della vita borghese e del suo amore banale, è “solo” una canzone d’amore. Cantare Smisurata Preghiera senza dire che Fabrizio ha praticamente previsto la propria morte, scrivendo nell’ultima canzone dell’ultimo disco il suo testamento artistico, umano e spirituale, è prima di tutto un peccato.
Mi rendo conto che non ce se la sia sentita, inoltre, di affrontare la sfida di riproporre quei percorsi musicali fra i più profetici e spirituali mai scritti (La Buona Novella) o quei beffardi ragionamenti sulla vita narrati da chi di vita non ne ha più (Non al denaro, non all’amore, ne al cielo), ne quelle concrete e terrene urla di insoddisfazione per la vita del mondo reale, Storia di un Impiegato, ovviamente.

Sono però discorsi da falsi puristi, come lo è anche l’affermare che l’ arrangiamento radio-orecchiabile di Fiume Sand Creek sia del tutto fuori tema e quindi poco rispettoso dell’intenzione originaria e probabilmente superfluo. E sono idiozie, perchè quando i mezzi sono accettabili, il fine li giustifica. Se qualche pischello alla ricerca di senso sentirà per caso alla radio questi testi e queste musiche, e se a uno di questi su quindici milioni verrà la vocazione di documentarsi, di capire meglio chi era e che cosa ha scritto Fabrizio de André, sarà tanto di guadagnato per tutti.

Nel sottofondo del vociare

Le rappresentanze studentesche in questo paese sono niente più che una nota di colore; cioè, non hanno nessun potere rilevante ed effettivo e non servono a cambiare la situazione, ché tanto sei sempre in minoranza e fai pippa. Ovviamente, se sei un pischello sufficientemente smart e ti piacciono questo tipo di cose, puoi divertirti come un pazzo organizzando autogestioni, corsi pomeridiani ad uso e consumo del medio studente lobotomizzato, e uscendo dalla classe in orario di lezione con la scusa che devi andare a parlare col Preside per questioni improrogabili – esatto, le tre I, “importanti impegni istituzionali”.

Fra le varie possibilità di candidatura c’è la Consulta Provinciale degli Studenti, che sulla carta è un organismo che esiste per garantire “il più ampio confronto fra gli istituti di istruzione secondaria; tale compito è attuato tramite la realizzazione di progetti che coinvolgano il più ampio numero di istituti possibili, ottimizzare ed integrare in rete le attività extracurricolari, formulare proposte che superino la dimensione del singolo Istituto” e un sacco di altra roba che trovate qua. Così in teoria: in pratica, dai racconti che so e dalle esperienze che ho è un posto in cui si può fare politica “faziosa” fin dalla tenera età, in cui ci si scanna più o meno amabilmente fra fasci e compagni senza concludere nulla. Serve principalmente ai partiti per contarsi, per misurare il loro seguito all’interno delle scuole.

Sia come sia: vorrei comunicarvi che abbiamo un problema. Le destre (e no Fini, parlo di Blocco studentesco, Forza Nuova, e Azione Giovani) hanno dopo anni conquistato la maggioranza nella CPS di Roma. Il Blocco è il partito di maggioranza relativa con il 28% dei consensi, se si escludono le sinistre che, per arginare l’ondata, hanno dovuto fare un listone unitario che va dai Giovani Democratici ai Collettivi Autogestiti (il quale, se ho qualche esperienza in materia – e fidatevi, ce l’ho – scoppierà in due settimane).

Evento simbolico questo, che meritatamente premia chi sta davvero facendo politica da cinque anni a questa parte nel territorio romano e nelle sue scuole. E non solo al Farnesina, o ai licei da pariolini spinti in cui la loro terra è fertile: è invece emblematica la vittoria in un contesto molto più hard come il Nomentano, liceo scentifico de periferia dove ci provano da anni e ce l’hanno (ri)fatta (anche) questa volta.

Ci hanno scavalcato – di poco, ma ci hanno scavalcato, mentre noi stiamo ancora qui a dibattere se sia o non sia il caso di andare una sera a Casapound perchè, in fondo, fanno buone iniziative culturali.

Partija Lenina – Sila Narodnaja

[E’ l’inno sovietico, incolti!]

E’ notizia di oggi che nel PDL vige il centralismo democratico, per cui se dissenti o taci o vai via.
C’è poi, come sappiamo, un Leader carismatico e indiscusso, eletto più o meno a vita (ma l’elezione è una formalità), per il quale i quadri, dirigenti ed amministratori locali sono pronti a “gettarsi nel fuoco” , per il Partito e per l’Idea. Le candidature, e in generale la struttura organizzativa, vengono decisi da un gabinetto centralizzato, e la vita democratica interna è molto carente. C’è anche la scuola di formazione politica annuale, e la Pravda.

Manca, forse, la capillare organizzazione sul territorio, per il resto è il PCUS.

Parliamo di cose serie

Pre-Primarie

Nonostante il pressing del Pd, Veltroni in primis, il presidente della Provincia, Nicola Zingaretti, non abbandonerà la Provincia per cercare di conquistare la Regione. Poca la voglia del presidente di tradire il mandato con gli elettori e di correre anzitempo per guidare una nuova Istituzione.

Esclusa, vista la possibile alleanza del Pd con l’Udc, Emma Bonino.

Difficile il ritorno di Veltroni.



Concorrenti esterni

La cosa più stupefacente dell’articolo odierno di Giuliano Ferrara, che sul Foglio chiede di abolire il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, è che non è possibile farlo neanche volendo.

Come infatti è facilmente comprensibile attraverso una veloce ricerca, questo reato è frutto di una creazione giurisprudenziale, non normativa, dunque di una prassi interpretativa che estende il campo di applicazione del 416-bis del Codice Penale. Quindi, non c’è nulla da abrogare. Al massimo si potrebbe mettere per iscritto: “concorrere da non affiliato ad una associazione mafiosa non costituisce reato”; e con i chiari di luna che vediamo passare di questi tempi, non è neanche un’ipotesi così peregrina, ma io eviterei.

Altro poi è dire che il reato di concorso esterno è un discreto casino, ed in generale poco garantista. Bisogna infatti riuscire a provare che un tale, non affiliato ad una cosca (uno qualunque insomma), ha coscientemente appoggiato e collaborato ad un’organizzazione criminale, condividendone fini e metodi ed essendo sincero supporter della sua esistenza. E’ una prova molto difficile, perchè può sempre andare a finire come nel caso Cuffaro, quando ci si arenò e venne fuori che egli aveva favorito ‘solo’ i singoli mafiosi e non ‘la mafia’, propriamente e in generale. In quel caso l’imputazione era favoreggiamento, ma il problema resta.

Se il punto è – e lo è – riuscire a mandare in galera tutta la vasta truppa dei collaboratori più o meno occulti delle mafie nel nostro paese, credo che una figura di reato di creazione solo giurisprudenziale non può che destare perplessità (anche di ordine costituzionale, peraltro): e questo perchè manca l’affrontare di petto la questione da parte del Parlamento, che non ha finora messo una parola chiara e definitiva sul punto prendendosi le sue responsabilità.

Atac

Non credo di svelare un grande mistero a nessuno quando dico che il 70% dei passeggeri sugli autobus romani va comodamente a sbafo – l’ho fatto anche io, mille milioni di volte.
Non c’è nulla di microcriminale in questo: è semplicemente molto scomodo andare dal tabaccaio prima di salire sull’autobus (non sempre ce n’è uno vicino e immediatamente raggiungibile), e molto facile evitare la multa: viaggi in piedi davanti all’uscita, e se vedi il controllore alla fermata scendi al volo. E’ un po’ rischioso, ma si può fare e si fa.

Tuttavia è giusto che si paghi il biglietto sull’autobus, perchè i trasporti pubblici sono di tutti – pubblici, appunto – e dunque tutti li devono pagare. Per tale motivo, questo blog saluta con favore una delle prime riforme di Alemanno di cui si abbia conoscenza: è finita la pacchia, torna il bigliettaio.  Notizia un po’ vecchia, ma mi era sfuggita.


D-Avanti è il Blog di Tc.
Tc sta per Tommaso Caldarelli.
Tommaso Caldarelli sarei io.
E l'immagine di testata è quella storica del blog

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