La cultura de “il pallone è mio”

Non penso che (al di la dei voti che si guadagneranno per questo, beninteso) la fuoriuscita di Rutelli sia una buona notizia per il Partito Democratico. E’ sintomatica di una sconfitta del partito e della protervia di un uomo.

Una sconfitta per il Partito, perchè il valore aggiunto – no? – doveva essere appunto quello di riuscire ad offrire cittadinanza a tutti al suo interno, valorizzando quel che c’è di buono nel pensiero di ognuno per innalzarlo a una parte di una nuova proposta comune.

Ma essendo una fuoriuscita non in seguito a una vicenda ben precisa, e invece più una decisione aprioristica e di principio, trovo che simboleggi un modo di fare offeso ed infantile che non fa onore a nessuno, e che svela ben altre intenzioni di piani già falliti o andati male. Uscire da una organizzazione per preconcetto vuol dire che ti credi tanto importante da poter dire “o così, o me ne vado”. E anche voi farete una brutta fine se restate, aggiunge lui. E’ l’atteggiamento di uno che ti presta il pallone solo se la sua squadra potrà partire con quattro gol di vantaggio.

Occhio che non sto criticando il merito di quello che dice Rutelli, ma essenzialmente il metodo. Mi sembra una cosa che farebbe una persona che non ha mai “creduto nel progetto”, e che ci rimaneva solo perchè sperava, un giorno, di diventare il grande imperatore degli ex-comunisti che, ridotti a poltiglia, lo imploravano di essere il loro leader.

Quello che dice poi, può essere anche vero, in tutto o in parte, e cioè che a questo punto il Partito Democratico tornerà ad essere una sorta di PDS più tutti quelli che ci vogliono stare, e che quindi non avrebbero avuto problemi a starci neanche prima, e che la strada dovesse o debba essere un altra. Ma non ha senso andarsene sbattendo la porta con la scusa di essere troppo “moderato” o troppo “cattolico” per l’aria che inizia a tirare.

Primo, è da vedere se Bersani sarà davvero così “radicale” da inquinare l’aria: io ad esempio non credo affatto (un tale, recentemente, mi ha detto: “mi piace Bersani, è liberale”). Secondo, quella del cattolicesimo è una scusa, visto che il cattolicesimo non è un’ideologia politica ma, al massimo, un metodo in politica.

La conclusione è banale: se Rutelli ha qualcosa da dire – e non sarebbe il solo- a questo partito, è il caso che resti e faccia una battaglia politica onesta. Ma non può pretendere che le cose siano come lui vorrebbe, a priori: è minoritario e se ne deve fare una ragione. Non serve mica offendersi, a meno che non stesse solo aspettando una scusa per andarsene, come quando vuoi lasciare una ragazza che ti ha comunque rotto i coglioni.

5 Responses to “La cultura de “il pallone è mio””


  1. 1 juhan 27 ottobre 2009 alle 8:02 pm

    Vuole il potere che solo la destra e i preti possono dargli, lui che una volta si vantava di essere cresciuto con Pannella. Spero che si porti dietro la Binetti.

  2. 2 Francesco 27 ottobre 2009 alle 9:08 pm

    condivido le tue motivazioni, ma non l’intro che hai dato al post: se uno vuole imporre le sue idee o visioni politiche è giusto che venga espulso dal partito. perciò, imho, non può considerarsi una sconfitta. l’idea alla base del pd è il confronto e il pluralismo, come si possono conciliare con la posizione “il pallone è mio” di rutelli?

  3. 3 chiara 27 ottobre 2009 alle 10:54 pm

    Non sono mica un’esperta Tc, ma mi pare evidente che Rutelli stesse aspettando il momento buono. Che Bersani avrebbe vinto non era un mistero per nessuno e aspettare il giorno delle primarie per il gran rifiuto era un po’ più elegante (e un po’ più pubblicitario) che farlo in un giorno qualsiasi.
    Sulla sconfitta del progetto originario del Pd sono d’accordo, ma è più sano esplicitarla che trascinarsela.

  4. 4 Tc 27 ottobre 2009 alle 10:57 pm

    @ francesco, infatti è il modo di fare alla rutelli che sconfigge il progetto di un partito plurale

  5. 5 Francesco 28 ottobre 2009 alle 6:23 pm

    solo nel caso in cui questo modello si estende a tutti i componenti del partito. spero che ciò non avvenga e mi pare che non stia avvenendo (es la binetti ne fa ancora parte)


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