Cosa c’era sul treno del PD


Sul Treno per l’Europa c’era la sinistra di questo paese, per come sarà, con tutti i suoi limiti e le contraddizioni, ma anche con tutta l’energia che quel concetto, sinistra, ti mette addosso. Si, la sinistra; con buona pace di Rutelli, non serve evitare di pronunciare la parola per complicare ulteriormente la situazione, che è già ampiamente complicata così.

Nessuno vi racconterà della stazione di Praga in cui, a cerchi concentrici sempre più piccoli, le canzoni si riducevano, pian piano. Prima, quattrocento persone avevano cantato Bella Ciao. Poi è partita Bandiera Rossa, ed erano di meno; e alla seconda strofa de l’Internazionale la questione era chiusa, cantava ormai solo un piccolo cerchio di compagni (in senso stretto, anche se chiamando ‘Compagno!’ ad alta voce qualcuno che si gira c’è sempre, anche un insospettabile). E dico a una compagna canterina:”Certo, addirittura la seconda strofa dell’Internazionale, mica male”.  ”Eh, ma guarda quanti pochi la cantano: questo è un problema.
Quindi, fra le tante, nel PD c’è anche la corrente di quelli che sanno due strofe dell’Internazionale?  Il dato è che pure qui, ancora, Bandiera Rossa termina con “evviva il Comunismo e la Li-ber-tà!”. E basta, senza censure.

Mi verrebbe da chiudere subito dicendo che alla fin fine son solo figicciotti, ma non sarebbe del tutto vero. Qualche maglioncino, qualche occhiale da sole troppo largo, qualche borsetta patinata qua e la; roba che un Pajetta non avrebbe apprezzato, suppongo. No, son roba nuova, col vestito nuovo di un tempo troppo veloce, rincorrono in giro per l’Europa una storia che non hanno mai conosciuto del tutto; e si vede. Si dividono abbastanza equamente fra quelli che la conferenza al Théatre de l’Odéon di Jacques Delors, mostro sacro del Socialismo francese, non se la perdono mica, e quelli che questo Delors poi chi sarà mai, e comunque a Parigi c’è di meglio da fare, tipo, non so, Champs-Elysées per dirne una.

Se da qualche parte c’è un PD, è probabile che sia qui. Perso in mezzo ai tanti imbucati del treno, trotckjisti, veterocomunisti, democristiani malpentiti e maipentiti, antiberlusconiani arrabbiati, sindacalisti assortiti di varia estrazione – perché 200 euro per un viaggio del genere, mettila come ti pare, è invitante.

Orfani di una identità, di una ideologia, di una grande storia, che non sentono però più come necessaria, si muovono da un capo all’altro del treno cercando quel momento che li risolve, quando riusciranno a trovare il motivo che li porta avanti, insieme. Già, perchè qui sopra di fini comuni, per ora, se n’è visti pochi. A domanda su che ruolo avesse una giovanile di partito, Veltroni, a Berlino, ha risposto: voi giovani dovete fare i Democratici. E di questo, tutti certi, ma per fare poi cosa? Per fare una rivoluzione? Per aiutare un prossimo? Per costruire una democrazia?
Pare una discussione non all’ordine del giorno, magari domani, con fede migliore (cit.). Per ora si impara, da chi c’è già passato. “Il problema non è che è caduto il mondo dell’Est, è che non riesco più a trovare un Occidente dal volto umano”: così Ingo Schulze, da Brema, pluripremiato scrittore nato e cresciuto in Germania dell’Est. Ed è questo, forse, il bandolo del problema: rendere la realtà migliore di come la si trovi, senza un sogno supremo a cui aggrapparsi. Si dice discussione sull’identità nella vulgata giornalistica, ma rende bene; e dietro il modo di dire c’è il volto di un giovane democratico che sa di venire da lontano, probabilmente intuisce che sta andando lontano, catapultato da una parte all’altra dell’Europa su di un treno, ma dove non lo sa mica bene. Il rischio è che si riduca tutto a un proiettile lanciato senza mirare; anche i ragazzi sul treno se ne sono accorti, quando sono andati in delegazione da Annamaria Parente, responsabile nazionale della formazione politica (che si è fatta tutto il treno), per dire appunto che, per carità, tutto molto bello, ma non c’è stato un momento in cui si tirassero le somme, all’iniziativa è mancato un luogo serio di discussione politica in cui ci si potesse confrontare su quello che si è appreso, magari scannarsi pure, se serve: il temibile dibattito, insomma. Risposta: voi avete ragione, ma questa cosa qui è stata pensata un po’ diversamente da quello che chiedete; c’è stato e ci sarà modo, in altre occasioni. Comunque il vostro parere sarà tenuto in grande considerazione, continuate a scambiarvi gli indirizzi e le e-mail fra voi, rimanete in contatto, “fate rete”. Grazie, arrivederci.

Fra l’altro non è una risposta per forza insoddisfacente, anzi, soprattutto in una logica di formazione politica continua, un progetto che non si ferma a Venezia, ma che vive di appuntamenti che diventano sempre più regolari e attesi dai partecipanti (è già in cantiere la seconda Summer School a Cortona). E quindi, giovane democratico, non ti stare a preoccupare, torna in cuccetta e goditi l’Europa, che è bella davvero (inoltre, lo sviluppo demografico del paese è una priorità, questo per chi ha orecchie per intendere). E non aspettarti niente, perché è l’inaspettato che corre sul treno insieme a te, “quella continua domanda di senso”, direbbe Veltroni. E quando Bertrand Delanoe, il sindaco di Parigi, dice davanti a tutti che non riuscirà a collaborare bene col nuovo sindaco di Roma, città gemellata, perché è uno che fa il saluto fascista, tutti applaudono, e si passa oltre con gli oratori: una cosa di dieci minuti, figurarsi, non ci si bada neanche; e sul treno, quando si viene a sapere che la dichiarazione ha creato una feroce polemica in patria, nessuno ci crede. Perché una volta dare del fascista ad un fascista non lo offendeva mica; ma se lui ora se la prende, perché i tempi cambiano e devi stargli dietro, perché siamo nell’era dei “post-“, e neanche più fascista è permesso dire, evidentemente gli schemi sono saltati proprio tutti. Alla faccia del giovane democratico, che il suo lo sta ancora cercando.

3 Responses to “Cosa c’era sul treno del PD”


  1. 1 Marino 28 aprile 2009 alle 8:19 am

    Per un giovane come te è senz’altro un’esperienza esaltante e “formativa” (non di sapere, ma di idealità e futuro: formazione come costruzione), ma per chi, come me, si affaccia alla vecchiaia, può sembrare strano, ma il problema non è quanti cantano l’internazionale o bandiera rossa, ma quello che, appena sfumato, dici anche tu: andare ma dove? con quale idealità, con quale collante? e a questo punto con quali compagni di viaggio? risolvete/iamo questi problemi e le porte del PD potrebbero aprirsi per molte persone oggi perse (come me) e che vagano nel limbo del “non so che fare”.

  2. 2 stefano saoncella 28 aprile 2009 alle 6:20 pm

    ciao fratelli…
    prometto a tutti che appena posso pubblico foto e un articolo per ricordare quei fantastici e costruttivi momenti…
    anche i 400 “sbrindoli”, che in veneto significa “vagabondi”, sono la forza di questo partito:
    il PD ossia il PRIMO PARTITO DEMOCRATICO D’EUROPA…
    e che la nostra proposta per caratterizzarci in compagnia degli altri venga accolta dagli altri stati…
    coraggio Dario…sei tutti noi!

    un grande abbraccio a tutti/e

  3. 3 MarcoB 1 maggio 2009 alle 8:37 pm

    Non mi interessa in quanti cantano l’internaionale, bandiera rossa o bianco fiore. Mi interessa che nel PD sia abbia voglia di imparare dal passato ma in cui si costruisca una nuova società a cui interessi il futuro e i suoi protagonisti. Mi interessa che sia un partito in cui si parla di ambiente perché è giusto lasciare un mondo migliore di come democristiani e comunisti ce l’hanno consegnato, un partito per il quale il welfare si occupi di giovani e non solo degli anziani, un partito che lotti perché chi lavora non rischi la vita o non perda il lavoro perché qualcuno debba guadagnarci qualche euro in più, un partito per il quale il territorio sia una risorsa per la vita e non solo per l’edilizia, un partito per il quale la vita abbia valore non solo prima di venire al mondo o mentre lo si sta abbandonando ma anche quando si vive. Tutto il resto credo che siano inutili divisioni e schemi antichi, dividiamoci sulle proposte e sugli strumenti, non dividiamoci sui simboli e le persone che li rappresentano.


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